di Andrea Moiani
Ci sono due occhi azzurri che spuntano dietro un passamontagna. Sono quelli di MenteArtificiale, rapper sabino classe 1984. Il suo vero nome? Non è importante. «Il passamontagna per me è un simbolo di lotta e autodeterminazione» ci spiega l’artista. «Non conta chi c’è dietro una faccia: quello che conta davvero è il messaggio». È con questo spirito che MenteArtificiale porta avanti la sua musica, mescolando rap, poesia e impegno sociale. Dal primo incontro con i Colle der Fomento alla scelta del nome d’arte, passando per la Sabina, il lavoro educativo e un viaggio in Messico sulle tracce dello zapatismo, il suo percorso racconta una visione del mondo fatta di parole, ascolto e responsabilità.
Quando ti sei avvicinato al rap e quando hai capito che era davvero la tua strada?
Tutto è iniziato nel 1998, quando avevo 14 anni. Un giorno, mentre camminavo per strada con il mio walkman con dentro una cassetta che conteneva canzoni degli Articolo 31, dei 99 Posse e Sud Sound System…un mio amico si avvicina e mi chiede cosa stessi ascoltando. Mi prende le cuffie e mi fa: «ma che è ’sta merda?». Quindi mi mette una cassetta dei Colle der Fomento e lì è cambiato tutto. Il modo di dire le cose, le sonorità, le parole mi arrivarono dritte al cuore. Da lì ho cominciato subito a scrivere rime, ma siccome all’epoca non era facile trovare beat o strumentazioni, molti di quei testi sono rimasti scritti nel quaderno. Il salto vero è avvenuto durante il Covid quando mia moglie mi ha regalato un po’ di strumentazione seria. Da lì ho iniziato a prenderla veramente sul serio ed ho aperto il mio profilo Instagram.
Come nasce il nome “MenteArtificiale” e cosa significa per te?
Il mio primo nome d’arte è stato Ramingo, perché mi dava l’idea di qualcuno che si muove senza appartenere a niente e che non ha niente. Poi ho scelto quello attuale. “Mente”, perché i miei testi sono molto legati al pensiero; “Artificiale” perché in realtà è l’opposto di quello che sono davvero, ossia una persona molto istintiva ed empatica. Mi piaceva proprio la dissonanza tra il nome e quello che sono davvero.
Quali artisti ti hanno influenzato di più?
Ascolto quasi solo rap italiano, perché per me il rap è soprattutto parole e contenuto. I miei riferimenti sono quelli della vecchia scena: Colle der Fomento, Bassi Maestro, Fabri Fibra. Mi hanno influenzato anche Rancore e, più di tutti, Mezzosangue, che mi ha fatto tornare la voglia di scrivere. Mi piace Claver Gold e mi dà molta speranza tutta la scena underground che sta nascendo. Fuori dal rap ascolto punk (CCCP, Punkreas), De André, Guccini, Nomadi e molto rock anni ’70-’80.
Prima della musica, c’erano altri modi in cui esprimevi quello che avevi dentro?
Sì, ho sempre scritto, soprattutto poesie. Ma soprattutto mi piace parlare con le persone. Spesso mi capita di fermarmi a fine serata a parlare con qualcuno rimasto da solo al bar intavolando lunghe chiacchierate anche se dovrei tornare a casa. È qualcosa che mi fa stare bene e che mi rigenera ma che soprattutto mi fa riflettere. Per molti anni ho anche messo un po’ da parte la musica, perché facendo l’educatore trovavo nel mio lavoro la stessa carica emotiva che mi dava scrivere.
Come nasce un tuo pezzo? Ti affidi all’istinto o lavori tanto sulla rielaborazione?
Scrivo praticamente sempre di getto. Il mio primo pezzo serio – che era una lettera a mia madre – è nato così e ancora oggi funziona nello stesso modo. Per me il messaggio viene sempre prima di tutto: la musicalità è certamente importante, ma se non si ha niente da dire diventa un semplice esercizio.
Cosa ti dà il palco e cosa cerchi di trasmettere quando ci sali su?
Salire sul palco è una botta di adrenalina pura: all’inizio si può avere un po’ d’ansia – è normale -, ma quando prendo il microfono mi sento esattamente me stesso e mi ricarico soprattutto se prima del concerto mi sento un po’ spento. Lo scopo principale è sempre quello di trasmettere energia, perché è la cosa che crea più connessione con il pubblico. Poi, provo anche a far arrivare anche le emozioni: anche un pezzo semplice può toccare, se ci metti dentro verità.
C’è un messaggio che senti più urgente oggi? A chi vuoi parlare con la tua musica?
Sì, ed è un messaggio politico nel senso più alto del termine, non meramente partitico: giustizia sociale, empatia, autodeterminazione. “Hanno ucciso gli ideali”, il mio ultimo singolo, nasce proprio dalla sensazione che lo Stato, negli ultimi trent’anni, abbia gradualmente “picconato” la solidarietà. Vorrei che le persone capissero che hanno un potere enorme nei gesti quotidiani e nelle parole. Il mio sogno è arrivare soprattutto ai ragazzi più giovani: se un ragazzino di 13-14 anni ascolta un mio pezzo e ci ragiona su, per me è il traguardo più grande.
Quel che voglio dire agli adulti, ai professori, agli educatori e ai genitori è: abbiate fiducia nei giovani. Se gli si dà acqua nel modo giusto, possono tirare fuori delle cose straordinarie.
Che valore ha per te il passamontagna che indossi?
L’ho preso nel 2005 durante un mio viaggio in Messico in cui ho avuto modo di venire in contatto con il movimento zapatista diretto dal subcomandante Marcos. Nonostante non sia riuscito a visitare i villaggi, ho potuto comunque respirare la realtà di un movimento che cerca di liberare e di restituire i diritti civili agli indigeni messicani che sono stati emarginati con l’arrivo degli spagnoli. Il passamontagna è prima di tutto uno strumento di lotta e di autodeterminazione ma soprattutto significa che chiunque possa riconoscersi nel messaggio che esprimo. Lo stesso subcomandante Marcos ha scelto di indossare il passamontagna dicendo che quando lui morirà, le ZLN, lo zapatismo e Marcos continueranno ad esserci perché “Marcos Somo todos”.
Questo viaggio ti ha fatto cambiare la visione del mondo?
Il mio modo di vedere il mondo non è cambiato molto perché, ahimè (o per fortuna) ho avuto sempre valori molto forti. Mio padre mi ha sempre insegnato i valori dell’uguaglianza, del rispetto e della lotta dicendomi: “non fare in modo che gli altri determinino chi tu debba essere”. Un altro valore fondante mi è stato dato dal grande Ernesto Che Guevara: ogni vero uomo deve essere in grado di sentire lo schiaffo dato sulla faccia di qualsiasi faccia di qualsiasi altro uomo nel mondo. Da bambino non facevo a botte per quello che facevano a me, ma per difendere gli altri. Non potevo pensare che una persona più forte se la prendesse con un debole.
Hai già in mente un progetto più ampio?
A breve uscirò un altro mio singolo che parla di riscatto e che voglio dedicare a tutti quelle persone che si sono sempre sentite inadeguate. Recentemente ho avuto tantissime proposte di collaborazione, ma allo stesso tempo sto anche pensando di ragionare su un mio EP, che però non è tra le mie priorità. Collaborare con altri artisti mi piace molto perché mi fa sentire più attivo , ma come dice sempre il mio amico Sivananda fare solo collaborazioni distoglie troppo dai progetti personali.








