La Bassa Sabina si tinge di giallo con La Dama Bianca di Poggio Catino

di Andrea Moiani

La Bassa Sabina si tinge di giallo. O forse no? È il 1933 quando il medico di Poggio Catino Umberto Biraghi rinviene uno scheletro presso il castello all’epoca di sua proprietà in seguito al crollo di una torre. Si sarebbe trattato di uno scheletro appartenente ad una ragazza e con i polsi uniti da ferri di contenimento. Al suo fianco, un armigero. Da quel momento in poi la cittadina lamenterebbe la presenza dello spirito inquieto della Dama, che dopo cinquecento anni cerca ancora giustizia per il suo corpo.

In “La Dama Bianca di Poggio Catino. Storia di un femminicidio mai avvenuto?”  gli autori Marco Strano e Simone de Fraja cercano, con metodo scientifico, di far luce sul ritrovamento e su questo presunto delitto compiuto cinque secoli fa.

Psicologo e criminologo, Marco Strano si interessa alla leggenda della Dama Bianca dopo aver conosciuto il videomaker Manuele Grilli il quale nel 2014 aveva realizzato un cortometraggio dedicato a questa leggenda. «Dell’opera di Grilli – ci spiega Strano- mi ha affascinato il suo essere in buona fede e il suo aver semplicemente voluto far conoscere i luoghi e le persone di Poggio Catino senza pensare al fatto che la storia della Dama Bianca fosse vera o falsa. Dopo aver visto il cortometraggio mi sono interessato al caso, dato che nessuno aveva mai condotto un’indagine scientifica».

La Dama Bianca di Poggio Catino. Storia di un femminicidio mai avvenuto?” è stato scritto da Marco Strano a quattro mani con l’avvocato e saggista Simone de Fraja, massimo esperto di fortificazioni medievali nonchè Vicepresidente della Società Storica Aretina per la quale ha tenuto numerose conferenze. Tra le sue numerose pubblicazioni citiamo “Fortificazioni Medioevali in Valcerfone, ricognizione e censimento” (Società Storica Aretina, 2011), “Nepi. Fortificazione e immagine” (Phasar, 2015) e “Assedi e fortificazioni” (Società Storica Aretina, 2018).

Riportiamo in seguito la lunga intervista a Marco Strano, che ha di recente ha aperto il sito poggiocatino.wordpress.com in cui cerca di raccogliere e proporre iniziative volte alla rinascita politica, sociale e culturale di Poggio Catino.

 

Andiamo dritti al punto: quando possiamo far iniziare la nostra storia? Nel XVI secolo o nel 1933?

La storia inizia senza dubbio nel 1933, quando il neonato Museo Criminologico di Roma decide di creare un allestimento con uno scheletro ed una cella per attirare visitatori. Rimedia quindi uno scheletro moderno – ragionevolmente da aula anatomica – che gli viene regalato dal medico Umberto Biraghi. Dopodichè il Museo Criminologico decide di inventare la storia di una ragazza che era stata seppellita nel Cinquecento perché pensavano che attirasse di più i visitatori. Per inventarsi questa storia ingaggiano anche un consulente del museo, il quale scrive una specie di rapporto poi inserito nel fascicolo del Museo criminologico. È una storia assolutamente di fantasia e che nasce nel 1933.

 

Soffermiamoci sulla famiglia Biraghi: che ruolo ha nella vicenda?

“La famiglia Biraghi ha un ruolo molto importante. All’epoca erano i proprietari del castello e lo zio Umberto è colui che materialmente ha donato lo scheletro. I Biraghi sono anche coloro che, nel corso degli anni, hanno un po’ rafforzato questa leggenda. Tra questi c’è anche Sergio, morto nell’estate 2021 e che ha raccontato non solo di come lo scheletro sia stato rinvenuto a seguito del crollo di un torrione, ma anche altri particolari del ritrovamento. Sergio Biraghi, che era un architetto, raccontava che era presente al momento del crollo. Crollo che secondo le nostre ricerche non è mai avvenuto”.

 

Cosa non torna nella vicenda del crollo della torre?

“Non torna nulla. Innanzitutto c’è la questione dello scheletro, che certamente non è di una donna. Inoltre il punto in cui è avvenuto il crollo non presenta materiali tipici di un evento simile. Un’altra cosa che non torna è legato al racconto dei Biraghi, che dicono di aver trasferito al Museo Criminologico l’intera celletta dove sarebbe stato tenuto lo scheletro. Facendo un accertamento sul luogo ci siamo resi conto che la celletta presente al Museo non è altro che una ricostruzione in cartongesso. Una leggenda parallela vuole che al fianco della Dama Bianca, al momento del crollo del torrione, sarebbe stato rinvenuto anche un armigero anch’egli seppellito nella celletta vicino. La prima versione che ci è giunta vuole che il suo scheletro si sia dissolto a contatto con l’aria, mentre lo scheletro della presunta dama bianca sarebbe invece rimasto integro. La seconda versione più recente di Sergio Biraghi vuole invece che l’armigero sarebbe stato seppellito nel cimitero di Poggio Catino. Anche questa è un’informazione che poi si è dimostrata non vera a seguito di un accertamento al cimitero, dove non vi è nessuna tomba riconducibile a questo armigero e a quel periodo”.

 

Cosa ci dice le perizia dell’antropologa Priscilla Zanutel?

“Dalla perizia emerge che lo scheletro, avendo tutte le vertebre e tutte le falangi e dato il colore, molto probabilmente è uno degli scheletri che si usano nelle aule di anatomia e che è stato regalato al Museo Criminologico di Roma. Non è di sicuro uno scheletro che è stato seppellito per 500 anni dentro una cella. Aggiungo inoltre l’elemento dei ferri che la Dama Bianca teneva ai polsi: una perizia dello specialista e studioso francese  J.M Robin ci conferma che essi siano mezzi di contenimento da caviglia utilizzati nell’Ottocento per trasportare detenuti”.

 

Dunque tutti gli abitanti di Poggio Catino possono stare tranquilli riguardo il fantasma della Dama Bianca…

“Gli abitanti di Poggio Catino possono stare tranquilli, perché sia il sindaco di Poggio Catino Sturba sia il suo successore hanno cercato di riportare lo scheletro a Poggio Catino perché la gente è molto spaventata del fantasma. Negli anni scorsi sono anche accorsi esorcisti, preti e acchiappafantasmi per rispondere agli episodi di spostamenti di oggetti e di altri episodi vari. La mia opinione è che questa volontà di riportare lo scheletro “a casa” sia solo un tentativo di placare il fantasma della Dama Bianca, infastidita che lo scheletro del suo corpo sia stato trasportato per i “pruriti macabri” dei visitatori. Gli abitanti di Poggio Catino possono stare tranquilli perché non ci sono fantasmi ma sono il vento che fischia tra i buchi del castello e che ride sapendo di questa storia”.

 

Nel libro concludi dicendo che questa storia non è altro che iperstizione. Di cosa si tratta?

“Non è altro che una leggenda creata e diffusa per un motivo preciso. In questo caso è stata creata dal Museo Criminologico che all’epoca era vuoto. Nel libro abbiamo inserito un articolo del “Giornale d’Italia” dell’epoca in cui il Ministro della Giustizia dell’epoca scrive a tutti gli uffici periferici e ai comuni chiedendo di riportare qualsiasi elemento che poteva essere interessante che poteva avere a che fare con il crimine”.

 

Quali ostacoli ci sono stati per lo svolgimento di questa ricerca? Quale ruolo hanno il Comune e il Museo?

“I responsabili del museo, che probabilmente erano totalmente consapevoli che si trattasse di un allestimento finto, hanno cercato di evitare che noi ci avvicinassimo troppo allo scheletro sapendo che si trattasse di uno scheletro di un uomo e non di una donna del Cinquecento. Hanno anche evitato di farci consultare il fascicolo riguardante questo scheletro, ma grazie ad uno stratagemma uno di noi è riuscito a vedere lo scheletro da vicino.

Per quanto riguarda il Comune, inizialmente non ha mostrato ostracismo. Anzi, con il sindaco Roberto Sturba abbiamo anche organizzato un evento sull’indagine. Quando il comune ha iniziato a capire che stavano emergendo informazioni relative fatto che fosse tutto finto ha iniziato ad avere un certo distacco, forse per paura di perdere una leggenda che dava una certa aria di mistero al paese. Noi però siamo professionisti e se veniamo incaricati di fare una ricerca, la svolgiamo con criterio”.

 

 

Nella foto in alto lo scrittore Marco Strano

 

 

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