STORIA DI VERRECCHIE (CAPPADOCIA- L’AQUILA): le origini ed il nome

di Giorgio Giannini

 

Verrecchie è una Frazione del Comune di Cappadocia, in provincia de L’Aquila, a circa 980 metri di altitudine, alle falde del Monte Padiglione (m. 1627), sul versante meridionale dei Monti Simbruini, che segnano il confine tra il Lazio e l’Abruzzo.

Gli abitanti si chiamano verrecchiani. I residenti non sono neppure 150. Però nel periodo estivo, Verrecchie diventa una località di villeggiatura e la popolazione aumenta notevolmente dato che molti romani (non tutti originari del paese) vi hanno la seconda casa.

Il santo patrono è Sant’Egidio (di cui si hanno poche notizie, ma che era nato ad Atene e poi era diventato Vescovo di Arles, in Provenza), al quale è dedicata sia la Chiesa Vecchia, probabilmente benedettina e costruita nel X al di sopra del paese,  che quella Nuova, inaugurata nel 1956 nella parte basse dell’abitato.

La festa patronale ricorre il primo settembre, ma è festeggiata da molti anni l’ultimo fine settimana di agosto per consentire la partecipazione del maggior numero di persone non residenti. Alla fine della festa, di sera, si brucia la Pantasima, un grande pupazzo con struttura di canne e foderato di carta, che rappresenta una figura femminile collegata ai riti agricoli della cultura pagana, soprattutto della Sabina e dell’Abruzzo, che ha la funzione di elemento totemico per propiziare la fertilità dei campi e quindi l’abbondanza dei raccolti. Intorno ad essa ballano gli spettatori.

Probabilmente Verrecchie è sorta lungo una strada che  partendo dalla Via Tiburtina, dopo il valico di Monte Bove, a Roccacerro (m. 1.200 circa), collegava l’Alta Valle dell’Imele con la Valle del Liri e la Valle Roveto e quindi con la regione napoletana.

Certamente la strada passava sul Ponte Romano (o forse medioevale) che si trova a valle dell’abitato. A controllo della strada c’era una torre (o una piccola rocca) medioevale, i cui resti sono ancora visibili sullo sperone roccioso denominato Monte a corte, ubicato sopra l’abitato, a circa 1.100 metri di altezza. La suddetta torre (o rocca) secondo la tradizione è stata fatta costruire (forse nel 1239) dal Re svevo Federico II (1194-1250), per controllare i confini del suo Regno di Sicilia (che comprendeva non solo l’isola, ma tutto il Meridione). Infatti Verrecchie era vicina al confine con lo Stato della Chiesa.

I pochi documenti pervenutici non consentono di accertare con precisione  il periodo della fondazione del paese. In particolare non si sa se l’abitato è stato realizzato prima o dopo la costruzione della Chiesa Vecchia dedicata a Sant’Egidio.

In merito alla fondazione ci sono alcune ipotesi. La prima è che Verrecchie (allora chiamata Vericulae) sia stata fondata alla fine del IX secolo dai superstiti di alcuni borghi distrutti dai Saraceni durante le incursioni degli anni 880 e 881, i quali hanno pensato di essere al sicuro in questo posto ubicato molto in alto, e quindi facilmente difendibile, ed inoltre vicino alla sorgente dell’Imele.

Un’altra ipotesi, molto suggestiva, che sa di “leggenda”, è quella avanzata dal canonico e teologo della Cattedrale di Pescina, Andrea di  Pietro (in un suo libro pubblicato nel 1869), riprendendo l’ipotesi del sacerdote di Pescina Don Marino Tomasetti, secondo la quale Verrecchie sarebbe stata fondata dalla fusione di due villaggi, Varrumpano o Verumpano (meglio noto come Morbano, i cui resti sono ancora visibili) e Cocume o Cacumen, che in lotta continua tra di loro, si distrussero reciprocamente. A sostegno di questa ipotesi c’è la tradizione verrecchiana secondo la quale la campana più grande (tra le quattro) della Chiesa Vecchia di Sant’Egidio,  viene da Morbano,       

Riguardo al nome Verrecchie, ci sono alcune ipotesi. Secondo la prima, il nome deriverebbe dalla parola latina verre, che significa maiale. Probabilmente quindi gli abitanti erano allevatori di suini, che vivevano nel periodo estivo allo stato brado. Secondo un’altra ipotesi, un po’ leggendaria, il nome deriverebbe dal nome del Pretore romano Gaio Licinio Verre (115 a. C.- 43 d. C.), che avrebbe trovato rifugio  nella zona isolata di Verrecchie prima dello svolgimento del processo (in cui era accusato di corruzione per le attività illecite compiute quando era propretore in Sicilia), celebrato contro di lui nel 70 a. C. e nel quale Cicerone pronunciò le celebri orazioni In Verrem (Contro Verre). 

Secondo una terza ipotesi, che a noi sembra la più probabile, il nome deriverebbe dalla parola latina verrucola, che significa altura o piega del terreno, dato che l’abitato sorge alle pendici del Monte Padiglione.  In seguito la parola ha subito varie  trasformazioni (verricola, verriculae … )  fino al nome attuale.

Secondo un’altra ipotesi, molto suggestiva, ma certamente fantasiosa, il nome deriverebbe dalla parola olandese ”verrek ja” (equivalente della parola greca “eureka”), che significa “ho trovato”, alludendo al fatto che alcuni Crociati del Nord Europa, di ritorno dalla Terra Santa e di passaggio a Verrecchie vi si sarebbero fermati perché era un posto tranquillo e soprattutto ricco di acqua, per la presenza della sorgente dell’Imele.

 

UN PO DI STORIA

 

Il documento più antico pervenutoci che parla di Verrecchie (allora chiamata Verreclis) è il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), che è l’elenco dei feudatari del Regno di Sicilia e dei loro possedimenti, redatto dalla Duana baronum (l’ufficio regio  preposto agli affari feudali) tra il 1150 ed il 1152 per volontà del Re normanno Ruggero II, dal quale risulta che il paese faceva parte del Feudo di Oderisius de Verreclis, probabilmente signore anche di Tagliacozzo.

Il secondo documento è la Bolla pontificia emanata dal Papa Clemente III il 31 maggio 1188, nella quale è riportato un elenco di 117 borghi della Diocesi dei Marsi, (la cui cattedrale Santa Sabina si trovava nella Civitas Marsicana, che era il nuovo nome dell’antico municipio romano di  Marruvium, oggi San Benedetto dei Marsi), in base al quale a Verrecchie (chiamata Verede) ci sono due Chiese: quella di Sant’Egidio e quella di Sant’Antonio, di cui non c’è più alcuna traccia neppure nella memoria degli abitanti.

In seguito Verrecchie fa parte, per diversi secoli, della Contea di Albe e di Tagliacozzo (acquisita da Iacopo Napoleone Orsini nel 1294), come risulta dal Registro delle Decime del 1308 e dall’elenco dei borghi della Contea fatto redigere nel luglio 1497 dal Re Federico d’Aragona  (subentrato agli Angioini).

Secondo il sacerdote Don Alessandro Paoluzi (in un suo libro pubblicato nel 2000), Verrecchie passa, con il Feudo di Tagliacozzo, dai Conti dei Marsi ai Signori di Oricola, che poi la vendono (alla fine nel XIII secolo) agli Orsini e quindi all’inizio del XV secolo perviene ai Colonna, a favore dei quali nel 1504 il Re di Napoli Ferdinando III d’Aragona trasforma la Contea di Tagliacozzo in Ducato, che è tenuto fino al 1806 quando, con la legge 2 agosto n. 130, viene abolito il feudalesimo dal sovrano del Regno di Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. I Colonna però conservano la proprietà dei vasti boschi, poi acquistati dal Comune di Cappadocia.

In seguito, con il Decreto emanato il 4 gennaio 1810 dal sovrano del Regno di Napoli Gioacchino Murat (succeduto il 1 agosto 1808 a Giuseppe Bonaparte), con il quale si provvede al riordino delle Province, dei Distretti e dei Circondari del Regno,  Verrecchie è aggregata a Cappadocia, con decorrenza dal primo gennaio 1811.

Un secolo dopo,  con il Regio Decreto, emanato il 28 gennaio 1928 dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III,  Verrecchie diventa Frazione del Comune di Tagliacozzo.

Però nel 1948, in seguito ad un referendum voluto dagli abitanti,  Verrecchie torna ad essere una frazione di Cappadocia.

 

I MONUMENTI ED I LUOGHI DI INTERESSE TURISTICO

 

CHIESA VECCHIA DI SANT’ EGIDIO

 

L’edificio più importante di Verrecchie è la Chiesa vecchia dedicata al santo francese Sant’Egidio, che si trova nella parte più alta del paese, su un piccolo pianoro. Non si conosce con precisione il periodo in cui è stata costruita, ma molto probabilmente risale al X° secolo ed è stata edificata lì dai monaci Benedettini, con annesso un piccolo monastero, perché era vicina alla sorgente dell’Imele e perché era ubicata lungo la strada sopra menzionata, che si diramava dalla Tiburtina, a Roccacerro.

In seguito, nel XIII° secolo, con l’arrivo degli Angioini (originari della Normandia,  che sono succeduti agli Svevi nel Regno di Sicilia- che comprendeva non solo l’isola, ma tutto il Meridione- dopo che Carlo d’Angiò sconfisse il 23 agosto 1268 ai Piani Palentini, vicino a Scurcola Marsicana, Corradino di Svevia), sono stati chiamati i monaci francesi Cistercensi (il cui Ordine era stata fondato nel X secolo nel monastero francese di Cluny, in Borgogna), i quali si sono insediati in molti monasteri preesistenti, come molto probabilmente in quello di Verrecchie (che è stato ridedicato al santo francese Sant’Egidio) o ne hanno costruiti di nuovi, come quello di Santa Maria della Vittoria, fatto edificare, tra il 1274 ed il 1278, nel luogo della battaglia del 1268, da  Carlo d’Angiò per ringraziare la Vergine per la vittoria sull’esercito svevo. Con il passaggio ai monaci Cistercensi, la Chiesa viene ristrutturata parzialmente in stile gotico.

La Chiesa è citata per la prima volta nella Bolla pontificia emanata da Clemente III il 31 maggio 1188 e successivamente nel Codice delle Decime Vaticane del 1324 e nell’elenco delle Decime (Quaternus) del 1397, che le Chiese della Diocesi dei Marsi devono versare alla cattedrale Santa Sabina (ubicata nella Civitas Marsicana- Marruvium), in base al quale Verrecchie deve dare un quartario di grano.

La Chiesa all’inizio del Novecento versa in uno stato di grave degrado. Infatti,  nella Relazione sulle Parrocchie della Diocesi dei Marsi, redatta nel 1912, e scritto che la Chiesa si trova “in pessimo stato: le volte minacciano di crollare”.

Il 13 giugno 1916, il Curato di Verrecchie (che si firma anche Abate)  Don Michelangelo Addari scrive alla Diocesi lamentando i “seri danni” subiti dalla Chiesa in seguito al terremoto della Marsica (o del Fucino) del  13 gennaio 1915, tanto che secondo il Genio Civile l’edificio deve essere abbattuto e ricostruito.

Ben poco si fa per restaurare la Chiesa se nella Relazione redatta in seguito alla Visita Pastorale del 12 luglio 1923 il Vescovo dei Marsi, Mons. Marcello Pio Bagnoli, scrive che l’edificio versa in stato “indecente per l’esercizio del culto”.

Probabilmente la Chiesa è parzialmente restaurata negli anni seguenti ed in particolare negli anni trenta è abbassato il campanile, che rischia di crollare.

Le condizioni della Chiesa continuano però ad essere precarie. Sicuramente influiscono sull’ulteriore danneggiamento sia la grande nevicata del gennaio 1956 che  i lavori fatti nel 1960 dalla Cassa del Mezzogiorno, con l’uso di dinamite, per captare le acque della sorgente dell’Imele per il nuovo acquedotto.

Comunque la Chiesa non è più normalmente usata dal 1956, quando è inaugurata la nuova Chiesa, sempre dedicata a Sant’Egidio, costruita nella parte bassa del paese, in una parte della grande aia. Però, saltuariamente la Chiesa Vecchia è ancora usata per vari anni, come nel 1970 in occasione di un matrimonio.

Negli anni seguenti, la Chiesa è definitivamente abbandonata ed il degrado aumenta rapidamente, tanto che nel 1984-1985 crolla parte del tetto ed in seguito parte della facciata e del campanile.  

Negli anni novanta la Pro Loco ne chiede il restauro alla Sovrintendenza, anche perché sono già in gran parte andati perduti i numerosi affreschi medioevali e rinascimentali, realizzati nell’abside e sui pilastri centrali che sostengono il tetto.    

Il restauro purtroppo è ultimato nel primo decennio del duemila, quando ormai molti affreschi sono irrimediabilmente perduti. 

La Chiesa è in stile romanico-gotico, con una sola navata; su ogni lato ci sono quattro cappelle comunicanti tra loro, nelle quali si trovano solo quattro altari, non  restaurati.

L’abside è sopraelevata e di forma semicircolare, che in passato era interamente affrescata. Attualmente, nella parte inferiore si distinguono abbastanza le raffigurazioni di Sant’Antonio Abate,di San Lorenzo, di San Giacomo Maggiore, della Vergine con il Bambino e di Santa Caterina d’Alessandria. Altri due resti di affreschi sembrano raffigurare Sant’Egidio e San Michele Arcangelo. Invece, gli affreschi del catino absidale sono quasi completamente scomparsi e quindi è impossibile la identificazione dei personaggi raffigurati.

Nell’area presbiteriale, sul muro alla sinistra dell’altare maggiore c’è un affresco che sembra rappresentare San Leonardo.

L’altare maggiore è decorato con motivi floreali e con volute spiralate, di colore azzurro su fondo bianco.

Alla destra dell’altare maggiore c’è un locale adibito probabilmente a sacrestia, sopra il quale c’era un altro locale, con pavimento in legno, dal quale assistevano alla messa le suore (forse di clausura) che vivevano in una piccola casa ubicata nel paese, che poi è stata trasformata in casa di abitazione.

Nella parete destra della sacrestia ci sono alcuni affreschi ordinati in due registri. In quello superiore ci sono cinque figure, non tutte ben identificabili, una delle quali  rappresenta San Leonardo e due San Sebastiano. Nel registro inferiore ci sono  quattro figure che rappresentano San Sebastiano.

Altri affreschi, non tutti ben identificabili, si trovano sui pilastri. Nel primo a destra, vicino all’altare maggiore, nella parete verso il centro della Chiesa sembra raffigurato San Bartolomeo mentre nella parete opposta sembra raffigurata Maria Maddalena.

Nel secondo pilastro a sinistra dell’altare maggiore sembra raffigurato Sant’Antonio Abate. Altri residui di affreschi, visibili su altri pilastri, non consentono la identificazione dei personaggi.

Alla sinistra dell’altare c’è un locale, non accessibile dall’interno della Chiesa, con una  grande finestra che lo illumina dall’esterno, che è attualmente parzialmente pieno di calcinacci (ed anche con una bara vuota- Sic!), con le volte con costoloni  sui quali si notano tracce di affreschi.

Dei quattro altari minori, due hanno una edicola, una delle quali, in stile barocco, è ben conservata  e presenta due Serafini in rilievo  nei due angoli della parte alta.

C’è anche un ambiente ipogeo, non accessibile, forse adibito a sepoltura degli Abati  e delle famiglie benestanti del paese. 

All’esterno, sulla destra dell’ingresso ed addossato alla parete, si trova il campanile, alto 12,60, con una cella campanaria, con un’apertura su ogni lato, che contiene quattro campane in bronzo, la più grande delle quali è datata 1525 e, secondo la tradizione, proviene dall’antico abitato di Morbano, mentre le due più piccole risalgono al 1950. La quarta campana, di dimensioni mediane, non riporta alcun riferimento e nessuna data.

Sulla parte anteriore del campanile si trova un orologio, risalente al 1948, che però non è funzionante in quanto è sparito (sic!) il meccanismo.      

Negli anni di abbandono sono spariti quasi tutti gli arredi (sic!) che si trovavano all’interno e che sono elencati nella Relazione della Visita pastorale del 1923.

All’esterno c’era anticamente il cimitero del paese, usato fino agli anni cinquanta.

Nel 2019 è stato ristrutturato dal Comune il viottolo che consente l’accesso alla Chiesa dalla strada soprastante.

 

LA TORRE ( O ROCCA)  DI MONTE A CORTE

 

In un promontorio sopra l’abitato di Verrechie, chiamato Monte a corte, a circa 1.100 metri di altezza, ci sono i resti di una torre (o rocca), che secondo la tradizione verrechiana è stata fatta costruire (forse nel 1239) dal Re svevo Federico II (1194-1250), per controllare i confini del suo Regno di Sicilia. Infatti Verrecchie era vicina al confine con lo Stato della Chiesa.

 

IL PONTE ROMANO

 

A circa un Km fuori dell’abitato di Verrecchie è ancora visibile ed in discrete condizioni un ponte romano (o forse medioevale), che testimonia la presenza di una strada importante, che partendo probabilmente dalla Tiburtina- Valeria conduceva nella Valle del Liri e nella Valle Roveto e quindi nella regione napoletana.  

 

IL VECCHIO MULINO AD ACQUA

 

Lungo il primo tratto del torrente Imele, alla base del Monte Padiglione, nella parte bassa del paese, c’è un mulino ad acqua, costruito probabilmente nel XVII secolo.

Prima della seconda guerra mondiale è stata installata la mola elettrica in sostituzione di quella in pietra azionata dalla forza idrica dell’Imele.

Dopo un lungo periodo di abbandono, nei primi anni del millennio l’edificio è stato restaurato dalla Pro Loco, che il 14 agosto 2008 ha inaugurato il Museo delle tradizioni contadine, nel quale è visibile, soprattutto a scopo didattico, il  funzionamento del meccanismo azionato dalla forza dell’acqua.

 

 CHIESA NUOVA DI SANT’ EGIDIO

 

La Chiesa Nuova di Sant’Egidio è stata voluta nell’ultimo dopoguerra dal Parroco perché quella Vecchia era in precarie condizioni di stabilità ed inoltre era molto scomoda da raggiungere perché situata al di sopra del paese.

É stata costruita nella parte bassa dell’abitato, occupando una parte della grande aia utilizzata per la trebbiatura e per le feste ed è stata inaugurata nel 1956.

 

CONVENTO DI SUORE DI CLAUSURA

 

Nel paese esisteva fino alla metà dell’Ottocento, in un edificio a due piani, un piccolo convento di suore, probabilmente di clausura, che assistevano alla messa nella Chiesa Vecchia di San Egidio da un ballatoio in legno realizzato sopra la sacrestia, ubicata alla destra dell’altare maggiore.

In seguito, la casa è stata trasformata in abitazione, tuttora esistente.

 

GROTTA DI BEATRICE CENCI

 

La Grotta è una “grotta fossile” scavata nel corso dei millenni dall’acqua del torrente Imele, che poi ha cambiato percorso, andando nell’Inghiottitoio dell’Otre.  

Il nome deriva da un errore del passato. Infatti si ritenne che la nobile Beatrice Cenci,  giustiziata inseme con il fratello maggiore nel 1599 per aver ucciso il padre Francesco (uomo dissoluto e collerico, che molto probabilmente l’aveva stuprata), il quale l’aveva fatta rinchiudere nel castello dell’amico Marzio Colonna di Petrella Salto. Questo posto fu individuato erroneamente come Petrella Liri ( altra Frazione di Cappadocia) e quindi alla Grotta fu dato il nome della giovane Beatrice, che si credeva fosse stata rinchiusa a Pterella Liri.

La Grotta è visitabile con guida, a pagamento.

 

 

 

INGHIOTTITOIO DELL’OTRE

 

L’Inghiottitoio dell’Otre è in pozzo carsico nel quale si versano le acque dell’Imele, che non scorre più nella Grotta (fossile) di Beatrice Cenci. Dopo aver attraversato la montagna, l’Imele risorge nella parte alta di Tagliacozzo, dove è stato costituito il Parco geologico Risorgenti dell’Imele.

Il fiume attraversa l’abitato all’inizio “scoperto” e poi  “coperto” (probabilmente per non recare problemi alle case costruite lungo il suo corso). 

Ad una decina di Km fuori della città, nella zona dei Piani Palentini (dove Carlo d’Angiò ha sconfitto l’esercito di Corradino di Svevia il 23 agosto 1268, diventando così sovrano del Regno di Sicilia)  l’Imele si unisce al torrente Rafia e diventa il fiume Salto, che va a scorrere in Sabina, gettandosi nel fiume Velino, il quale poi si immette nel Nera, che in Umbria confluisce nel Tevere.

Alla fine degli anni trenta sul percorso del Salto, ed anche su quello del fiume Turano, che nasce vicino a Carsoli e percorre la Piana del Cavaliere per poi entrare in Sabina, sono state costruite due dighe a scopo idroelettrico, che alimentano la centrale di Cotilia, costruita nel 1942 a servizio delle acciaierie di Terni.

 

VORAGINE DELL’OVITO

 

L’Ovito (chiamato anche Pozzo dei piccioni) è un pozzo carsico (inghiottitoio), profondo un centinaio di metri, nel quale si gettano le acque del torrente Capacqua, che nasce vicino a Cappadocia.

 

LAGO NATURALE TEMPORANEO

 

Nella valle sottostante l’abitato nel periodo invernale si forma un piccolo lago, poco profondo, per la difficoltà a defluire delle acque. Scompare all’inizio della primavera.

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