Quando “Mussolini regalò una radio a mio padre”, ricorda Giovanna Biancone

 

Quando “MUSSOLINI REGALO’ UNA RADIO  A MIO PADRE PERCHÈ ERAVAMO LA FAMIGLIA PIÙ NUMEROSA DI VERRECCHIE”, ricorda Giovanna Biancone ultima di 8 figli

 

di Giorgio Giannini

 

A Verrecchie (Frazione del Comune di Cappadocia, in Provincia de L’Aquila) ho intervistato la Signora Giovanna Biancone, nata del 1931, ultima di otto figli (cinque femmine- Rosa, nata nel 1913, Veneranda, Letizia, Pia e Giovanna- e tre maschi- Guido, Ugo, Alfonso), sposatasi con Umberto Di Cesare, con il quale ha avuto due figli: Maurizio e Rolando (che gestisce il Bar Pizzeria di Verrecchie).

Abitava con la famiglia nel centro storico del paese in una casa vicina a quella in cui fu ospitata, dall’autunno 1943 alla primavera 1944, dalla Sig.ra Vesprina Di Benedetto, sposata Gattinari, la moglie ed i due figli (Romano e Renzo) del regista Roberto Rossellini, che in quel periodo stava girando a Tagliacozzo (di cui allora Verrecchie era una Frazione) alcune scene del film, uscito nel 1946 con il titolo Desiderio, nel quale il protagonista principale maschile era Massimo Girotti, che stava a Verrecchie con la moglie.

La Sig.ra Giovanna ricorda bene la presenza della famiglia Rossellini, di meno quella del regista, probabilmente perché lui stava prevalentemente a Tagliacozzo, dove era alloggiata, all’albergo Moderno, la troupe cinematografica.

La Sig.ra Giovanna mi ha raccontato due storie interessanti che riferisco. La prima riguarda il regalo di una radio che il Duce fece a suo padre Ercole nella seconda metà degli anni trenta in quanto aveva il maggior numero di figli (ben otto) e quindi la sua famiglia era la più numerosa di Verrecchie, e probabilmente del Comune di Tagliacozzo, del quale allora il paese era Frazione.  Suo padre era molto fiero di questo regalo anche perché  in quel periodo nessuna altro a Verrecchie aveva la radio. Quindi venivano a sentirla molte persone.

Dopo che fu costituito dalla Pro Loco di Verrecchie, nel 2008, nel vecchio mulino ad acqua vicino alla sorgente del fiume Imele,  il Museo delle tradizioni contadine, la radio, ormai non più funzionante, è stata portata lì, come cimelio storico. Sarebbe però importante che vi si mettesse una targhetta che ricordi ai visitatori che è stata donata al Sig.  Di Cesare dal Capo del governo fascista perché la sua famiglia era quella con il maggior numero di figli a Verrecchie.    

Il secondo fatto riguarda la razzia del bestiame che i tedeschi hanno fatto nella tarda primavera del 1944 (forse all’inizio di giugno) quando si apprestavano a lasciare Tagliacozzo, dove sono arrivati verso la metà giugno gli Inglesi dell’ottava Armata. A suo padre furono portate via le mucche, la cavalla e le pecore. Riuscì a salvare dalla razzia solo due maiali. Per timore che i tedeschi, tornando, prendessero anche  questi due animali e soprattutto potessero compiere qualche violenza nei confronti delle sue cinque figlie (la Sig.ra Giovanna, la più piccola, aveva appena 12 anni) partì da Verrecchie con la moglie, tutte le figlie ed i due maiali, attraversò il Monte Padiglione ed arrivò nella valle che si trova oltre la montagna, dove costruì una capanna. Quì la famiglia rimase per un mese, fino all’arrivo degli Inglesi nella zona.

Riguardo ai suoi familiari, la Sig.ra Giovanna ricorda che la sorella più grande Rosa (che non si è mai sposata) lavorava la canapa che si coltivava nelle zone umide vicino al fiume Imele. Dopo averla raccolta, la canapa veniva “battuta” con un apposito strumento, detto “la macigna” che la sgranava, separando dalla scorza esterna il filo grezzo, che poi era raffinato con l’arcolaio in modo da ricavarne un filo adatto per la tessitura. Infine con il telaio Rosa tesseva la stoffa con la quale faceva la biancheria,  le lenzuola ed i teli per rivestire i materassi, riempiti con la lana di pecora cardata. Sia “la macigna” che il telaio, come la radio, sono conservati nel Museo delle tradizioni contadine, allestito nel vecchio mulino ad acqua di Verrecchie.

In merito ai tre fratelli la Sig. Giovanna mi ha raccontato che Ugo, il secondo, è stato mandato in Russia come soldato di artiglieria, dove è stato catturato durante la ritirata dell’inizio1943 ed in prigionia ha contratto una malattia, che ha curato, quando è tornato a casa,  in un sanatorio di Acqui Terme (Piemonte).

La Sig.ra Giovanna nel dopoguerra, a 17 anni è andata a Roma ad imparare il mestiere di sarta in un grande laboratorio che si trovava vicino alla scalinata dell’Aracoeli a Piazza Venezia e che dipendeva dall’Istituto Maria Adelaide, dove studiavano molte ragazze di famiglie aristocratiche e benestanti romane. Nel laboratorio, diretto da una suora laica molto disponibile con le apprendiste, che la Sig.ra Giovanna ricorda con affetto, è rimasta per quattro anni, finché l’ha dovuto lasciare per aver contratto una malattia che un bravo medico di Verrecchie ha curato.  

La Sig.ra Giovanna ricorda anche alcuni giochi che lei faceva con gli altri bambini (maschi e femmine) per passare il tempo, in particolare il “treno”, stando a cavalcioni su un tronco di albero, ed un altro gioco che consisteva nel lanciare dei sassetti il più possibile vicino ad una pietra che fungeva da birillo. Chi riusciva a piazzare un proprio sassolino più vicino al birillo vinceva i centesimi messi dai ragazzi come “premio” per il vincitore della gara. 

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