Tra prosa e poesia “Ogni borgo è un poeta”: di Giuliano Belloni

di Andrea Moiani

I borghi sono la spina dorsale del nostro Paese. Da nord a Sud, lungo le Alpi e gli Appennini, questi luoghi del cuore hanno dettato la vita degli italiani per anni, per decenni, per generazioni. Nel corso del tempo, però, le città hanno iniziato ad attirarne gli abitanti di pari passo con la modernizzazione galoppante. Da quel momento in poi la vita nei borghi ha perso lentamente colore rendendo le vecchie tradizioni un semplice ricordo narrato dalle mamme ai figli, dai nonni ai nipoti. Questo lento e progressivo processo, però, non è riuscito a sradicare del tutto lo spirito d’appartenenza alle varie località e i borghi hanno continuato a mantenere una loro vita che continua a pulsare lungo i vicoli dei Paesi, nelle campagne, nelle generazioni meno prossime e non solo. “Ogni borgo è un poeta”, la nuova opera dello scrittore Giuliano Belloni, è un libro di prosa poetica che cerca di rievocare i ricordi legati al borgo coniugandoli alla speranza di un futuro nuovo fatto di rinascita per questi luoghi del cuore. Tra i centinaia di borghi che hanno ispirato la stesura di questo libro non mancano paesi della Sabina, ai quali lo scrittore è molto legato. Nella lunga lista presente tra le pagine del libro troviamo, tra i tanti: Poggio Mirteto (assieme alla sua frazione San Valentino), Castelnuovo di Farfa, Amatrice, Casperia, Fara in Sabina. La presenza di molti paesi della Sabina testimonia come “Ogni borgo è un poeta” sia «un libro che tutti gli abitanti della Sabina dovrebbero leggere», sostiene lo scrittore. Quest’affermazione non deve trarre in inganno: quella di Giuliano Belloni è una dichiarazione d’amore universale nei confronti del borgo.

 “Ogni borgo è un poeta”, edito da Campanotto Editore, è il quarto libro di Giuliano Belloni. Esso fa seguito a “L’olio nell’insalata” (Edizione Ibiskos, 2003); “Pane e Pomodoro” (Edizione Ibiskos, 2006) e “Come faccio a diventare albero” (Edizione Booksprint, 2019) dei quali è un seguito spirituale. I quattro libri, infatti, sono legati dalla civiltà contadina che fa da filo conduttore. Si parte dai suoi riti (“L’olio nell’insalata”) passando per la frugalità dei pasti nella campagna (“Pane e pomodoro”) fino alla convinzione che l’uomo, per poter andare avanti, debba scrivere una nuova alleanza con la natura (“Come faccio a diventare albero”).

Accompagnano l’opera gli splendidi disegni dell’artista Ornella Fiorini, che rappresentano scene di vita contadina e che appaiono essere istantanee perse nel tempo e nella memoria.

In questa quarta opera Giuliano Belloni cerca di rispondere alla precedente: «Che cos’è un borgo-poeta»? ci chiede retoricamente. «Un borgo è fatto da molti aspetti: c’è chi fa l’impiegato, chi è disoccupato, chi fa il maestro, chi fa il poeta. Ognuno ha una sua dimensione, quindi un popolo racchiude tutti gli aspetti della vita. Il poeta non è altro che colui che cerca di dare un piccolo senso alla vita quotidiana. Quindi il borgo, nel suo insieme, è una nuova risoluzione. Ecco perché ogni borgo è un poeta. Un borgo che non è persona, ma una comunità che torna in ballo offrendo nuove opportunità utili per far partire un nuovo umanesimo.»

Questo compito spetta a quello che l’autore definisce Repubblica dei Borghi. «Abbiamo una cittadinanza che molti non sanno come definire e in cui non c’è una rappresentanza vera» ci spiega l’autore. «Nella Repubblica dei Borghi immagino che ognuno ha il suo compito. Ne “L’olio nell’insalata” racconto il rito contadino, di quando dopo la mietitura ci si riuniva nella capanna, si metteva in mezzo una pentola dove si raccoglieva l’insalata e si mangiava con le forchette di canna tutti insieme. Ognuno aveva un compito essenziale, aveva la sua parte di fatica, di sudore, di felicità. Adesso ognuno fa per conto suo. La Repubblica dei Borghi sarebbe una nuova condivisione. Prima ci si riconosceva perché si guardava il popolo, poi con l’identità personale vengono rivalutati i diritti e i doveri di ciascuno. Con questo momento abbiamo la possibilità di riscrivere la storia singola e comune di un popolo rapportandoci con la nuova possibilità dell’umanesimo. Una nuova anagrafe ci darà un nuovo diritto di cittadinanza che solo la Repubblica dei Borghi può conferire. E’ una proposta di cittadinanza nuova di consapevolezza.»

Elemento ricorrente nelle poesie che compongono il libro è quello degli anziani, tra memorie d’infanzia e nuovi ruoli dettati dal tempo:

«In più parti del libro parlo delle mani del contadino pensando a quelle di mio nonno. Nel periodo dei fichi non aveva guanti, ma delle canne che gli impedivano che il latte del frutto gli colasse nelle ferite delle mani. Contrappongo queste dita rovinate e sporche alle dita bianche dell’anziano su una sedia: la funzione del lavoro è finita. L’anziano ora è un vate, è una memoria che trasmette competenze e valori. Il nonno ha la funzione di trasmettere la memoria, le conoscenze e la sapienza. La pandemia ha eliminato questa funzione di trasmettere la sapienza insita nel DNA degli anziani. Gli anziani hanno sofferto di più non solo perché venivano attaccati alle spalle da questo male, ma perché hanno perso questo ruolo. Nella prima pagina presento l’immagine di un anziano rimasto solo davanti alla porta dentro un borgo e che continua a vivere senza far rumore. Non parla e non mangia. Vive. È questa la sua funzione. Inoltre ha le mani bianche. Quante volte abbiamo notato questo fatto? Queste mani non sono più adatte al lavoro, ma per accarezzare i nipoti e trasmettere amore. La pandemia non ha dato questa grande capacità che la natura dà ad ogni anziano. Io so che la mia funzione è di avere un rapporto particolare con i miei nipoti, perché ce l’ho avuto anche io. Se dovessi chiedermi chi sia stato, tra mio nonno, mio padre e mia madre, ad avermi dato una funzione particolare ad essere quello che sono? Posso dire che sia stato mio nonno nonostante sia morto quando avevo 18 anni. Egli era una persona analfabeta ma che comprendeva che il mondo doveva essere conquistato dai giovani e che ognuno di noi doveva essere curioso. »

Infine c’è un omaggio al silenzio, al quale Giuliano Belloni dedica una Chiesa in cui ad essere venerata è la solitudine.  «Sono nipote di un nonno ha combattuto la Prima Guerra Mondiale. Mio nonno mi parlava del silenzio della notte. Lui che faceva la vedetta nelle cime e che sentiva il silenzio. Lo sentiva non come un’oppressione, ma come un linguaggio. Il silenzio è una lingua, non sono i rumori che tacciono. Il silenzio è opportunità per conoscere sé stessi. Quando ci si vuole liberare dai percorsi della vita, si va in un posto dove faccio del silenzio, dove cerco un linguaggio che non è frastuono. Mio nonno mi parlava del silenzio, dei colori, della neve, della fame. A volte il dramma della solitudine, dove l’uomo vive la sua condizione umana da solo nonostante ci siano condivisioni, proposte, strategie di stanare queste posizioni. In realtà l’uomo passa la sua vita per gran parte con sé stesso (90%) in un silenzio quasi religioso. La proposta che ci viene fatta nel messaggio religioso in questi anni non è al passo con i tempi. A volte l’uomo si sente solo e la religione parla di un altro uomo. Quindi non ci si capisce (ecco perché solitudine). Parlo di questa nuova chiesa per sollecitare qualche prete o qualche vescovo di coinvolgerlo a parlarlo dei problemi di silenzio e solitudine post-pandemia del quale parleremo per i prossimi 15 anni. Vediamo i primi effetti nei giovani già da adesso. Non offro risposte, ma moltitudini.»

 

Giuliano Belloni nasce a Palombara Sabina nel 1953. E’ autore dei libri di poesia, L’olio nell’insalata, Edizione Ibiskos, 2003; Pane e pomodoro, Edizione Ibiskos, 2006; Come faccio a diventare albero, Edizione Booksprint, 2019.

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