Nella Guerra Sociale del 91-88 a.C. gli sconfitti militarmente dai romani hanno vinto politicamente

Nella Guerra Sociale del 91-88 a.C. gli sconfitti militarmente dai romani hanno vinto politicamente

 

di Giorgio Giannini

 

In genere, nelle guerre, chi vince sul piano militare vince la guerra ed impone la sua volontà a chi è sconfitto. Però questo non è accaduto nella cosiddetta “guerra sociale”, chiamata anche “guerra italica”  (bellum italicum) o “guerra marsica” (bellum Marsicum), nella quale l’antica Roma repubblicana si è scontrata per tre anni, dal 91 all’88 a. C., con una Lega formata  dalla maggior parte dei popoli italici che erano suoi alleati (chiamati soci, da cui il nome di “guerra sociale”).  Infatti alla fine della guerra, vinta militarmente dai Romani, i popoli soci hanno ottenuto la cittadinanza romana, che era stato il motivo della controversia, che aveva portato alla guerra. Infatti, i  popoli italici soci, che avevano sempre combattuto con Roma nella “federazione romano-italica”,  avevano chiesto più volte di acquisire la cittadinanza romana, che consentiva di esercitare importanti diritti, in primis quello di eleggere le cariche politiche e militari (console, pretore,tribuno…), ma non l’avevano mai ottenuta.

Il rapporto tra Roma ed i soci italici si era incrinato già alla fine del II secolo a. C., al  tempo dei “due Gracchi” (i Tribuni della plebe Tiberio e Caio, figli di Cornelia, figlia di Scipione l’Africano), che avevano fatto approvare delle leggi agrarie che avevano previsto la ripartizione delle terre, espropriate ai latifondisti italici, solo a favore dei “plebei” romani e non anche di quelli dei popoli alleati. 

Nel 95 a. C. i consoli  Lucio Licinio Crasso e Quinto Mucio Scevola fanno approvare  la legge (chiamata dai loro nomi Lex Licinia Mucia) che espelle  da Roma coloro che si erano inseriti senza averne il titolo, e quindi mediante corruzione, negli elenchi dei cittadini romani (Cives Romani).

Nel 91 a. C. il Tribuno della plebe Marco Livio Druso propone di estendere la cittadinanza romana  a tutti i popoli alleati. La sua proposta, nonostante l’opposizione del Senato e di molti patrizi, è approvata insieme con altre Leggi, ma il Senato, probabilmente sobillato dal Console Lucio Marcio Filippo, acerrimo nemico di Druso, dichiara illegale la procedura seguita per l’approvazione delle leggi, che pertanto sono annullate. Nell’autunno dello stesso anno, alcuni sicari, probabilmente pagati dal console  Filippo,  uccidono Druso.  Questo assassinio politico è la causa che fa scoppiare la “guerra sociale”. Infatti nell’inverno seguente insorgono i popoli italici, ad esclusione degli Etruschi, degli Umbri e dei popoli che godevano del “diritto latino” (ius Latii o Latinitas), che era un diritto intermedio tra la piena cittadinanza romana e la non cittadinanza, riservato all’inizio alle popolazioni laziali assoggettate dai Romani e poi esteso anche ad altri popoli.

La rivolta scoppia ad Ascoli dove sono uccisi tutti i cittadini romani della città, compreso il Pretore Quinto Servio Cepione, che era stato inviato lì dal Senato.

Ben presto la ribellione anti romana si estende ad altri popoli italici. I primi a ribellarsi sono i Marsi, seguiti dai Sanniti. I “ribelli” si dividono in due gruppi: il primo comprende Piceni, Marsi, Peligni, Vestini e Marrucini ed è guidato dal marso Quinto Poppedio Silone, che era amico di Druso;  il secondo gruppo comprende  Frentani, Sanniti, Campani, Apuli e Lucani ed è guidato dal sannita Gaio Papio Mutilo. Tutti insieme costituiscono la Lega Sociale, poi diventata Lega Italica, con capitala prima a Corfinium (attuale Corfinio) e poi Isernia, retta da un Senato  di 500 membri, che elegge due Consoli e 12 Pretori. Viene costituito un esercito di circa 100.000 militi, organizzato in Legioni (l’organizzazione politica e militare era copiata sul modello romano), suddivise tra i due gruppi suddetti, che dovevano convergere su Roma, da Nord e da Sud.  La Lega conia anche proprie monete, alcune delle quali hano la scritta Italia,e due raffigurano un toro che abbatte la lupa (simbolo di Roma).

La Repubblica romana mobilita 14 Legioni con circa 100.000 uomini, divisi in due gruppi, per fronteggiare i due schieramenti ribelli; quello a Nord è guidato dal Console Publio Rutilio Lupo e dal Legato Gaio Mario; quello a Sud è guidato dal Console Lucio Giulio Cesare e dal Legato Lucio Cornelio Silla.

L’11 luglio 90 a. C. il Console Rutilio Lupo è sconfitto sul fiume Turano e muore in battaglia. Il comando delle sue legioni è assegnato dal Senato a Gaio Mario.  Anche il Console Giulio Cesare è sconfitto ad Isernia, che è conquistata dai ribelli e diventa la loro nuova Capitale. In seguito il Console promulga la Legge Giulia (Lex Iulia) che riconosce la cittadinanza romana ai popoli italici che godono del “diritto latino”, stanziati a sud del fiume Po, ed a quelli che non si sono ribellati o che si ritirano dalla guerra. Lo scopo è chiaramente quello di dividere i popoli “ribelli”, che però non  si ritirano.

Alla fine del 90 a. C. Gneo Pompeo Strabone, uno dei Legati del Console Rutilio, che era stato assediato a Fermo riesce a sbloccare l’assedio e a sua volta assedia Ascoli, che cade  nel 89 a. C..  Poco dopo, il nuovo Console Lucio Porcio Catone, comandante delle Legioni del Sud, è sconfitto nella Marsica, vicino al lago del Fucino, e muore in battaglia.  Assume il comando Cornelio Silla. Nello stesso anno è approvata la Lex Plautia Papiria che concede la cittadinanza romana alle popolazioni ribelli che si arrendono entro 60 giorni.  Poco dopo è approvata la Lex Pompeia (proposta da Pompeo Strabone, diventato Console) che estende il “diritto latino” alle popolazioni stanziate tra il Po e le Alpi. In conseguenza di queste Leggi, alcuni popoli si ritirano dalla guerra. Continuano a combattere i Vestini, i Peligni ed i Marsi. I primi due sono sconfitti da Pompeo Strabone ed in seguito i Marsi, rimasti da soli, si arrendono nell’88 a. C.. Nello stesso anno i Romani, guidati da Cornelio Silla riprendono il controllo di tutte le città del Sud. Le ultime a cadere sono Nola ed Isernia. 

La guerra sociale, durata tre anni,  è finita con la vittoria militare dei Romani, ma con la vittoria politica dei popoli italici ribelli, che ottengono la piena cittadinanza romana.

 

 

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