MEDU: i medici per i Diritti Umani a Roma e nel Lazio. Intervista a Benedetta D’Alessandro

di Beatrice Andreani

I dati pubblicati dal Ministero dell’Interno parlano di 41.204 migranti giunti in Italia tra il primo gennaio e il 13 settembre 2021. Solo nell’anno precedente, in piena pandemia, Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) ha rafforzato il proprio sostegno all’Unione Europea istituendo gli osservatori dei diritti fondamentali e gestendo operazioni specifiche di lotta contro la tratta dei minori (al 13 settembre 2021 i minori non accompagnati arrivati sulle coste italiane sono stati 6.460). Secondo i dati Tunisia, Bangladesh e Egitto sono in cima alle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco (11.973; 5.324; 3754), seguite dal Pakistan, dalla Costa d’Avorio, dall’Iraq e dall’Iran.

Per comprende meglio il processo di accoglienza rivolto ai migranti una volta arrivati in Italia, abbiamo contattato Benedetta D’Alessandro, coordinatrice a Roma dell’unità mobile nata nel 2004 dell’organizzazione umanitaria indipendente MEDU (Medici per i Diritti Umani), impegnata a livello internazionale su progetti di cooperazione sanitaria nelle aree di crisi.

Nel nostro territorio MEDU si impegna nell’offrire un’adeguata assistenza sanitaria alle fasce di popolazione più vulnerabili, indirizzando particolare attenzione non solo verso i migranti e dei rifugiati ma anche nei confronti dei senza fissa dimora.

Nella mappa interattiva “Esodi” (visitabile sulla pagina web dell’organizzazione) sono raccolte le testimonianze di oltre duemila migranti provenienti dall’Africa Subsahariana prevalentemente tra il 2014 e il 2017, con un focus sui racconti delle violenze subite e delle difficoltà affrontate nel corso della percorrenza delle lunghe tratte. Alle condizioni estreme di territori desertici, come il Sahara, alle detenzioni forzate nelle varie prigioni (tra cui quelle libiche) e all’attraversamento del Mar Mediterraneo, sopravvive in percentuale meno della metà di chi affronta il viaggio.

Com’è emerso dai dati raccolti nei vari hotspot da MEDU (quello di Pozzallo e di Ragusa) e dal “Centro di Accoglienza per i richiedenti asilo” (CARA) l’età media dei tremila migranti assistiti è di 26 anni, tra i quali 205 minori, quasi tutti in transito verso altri paesi dell’Unione Europea.

Tra i progetti realizzati da MEDU sono previsti programmi di supporto e di riabilitazione psico-fisica e sociale. Tra questi, riassuntivo del lavoro assiduo svolto dalle varie équipe dei centri MEDU, citiamo “Frontiera solidale. Assistenza medico-umanitaria per migranti e rifugiati al confine nord-occidentale” (Oulx), progetto che mira alla creazione di un presidio medico in grado di garantire servizi di prima assistenza ai migranti diretti in Francia e provenienti dalle rotte balcanica e mediterranea.

Come ricorda “Margini”, rapporto pubblicato dall’organizzazione sulle condizioni socio-sanitarie dei migranti e rifugiati negli insediamenti informali nella capitale (sostenuto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite – UNHCR), le domande di asilo delle persone giunte in Italia solo nel 2020 sono state circa 27.000 a fronte dei 63.062 migranti sbarcati nello stesso anno.

I dati riportati dimostrano come la precarietà delle condizioni di vita in cui versano i migranti e i rifugiati sia ancora molto alta. Infatti, il 79% dei pazienti ha dichiarato di essere stato detenuto in carceri in cui violenze, torture e privazioni di cibo ed acqua sono all’ordine del giorno e totalmente ignorate dall’esterno. Grazie al lavoro svolto dal centro Psychè “Francesca Uneddu”, presente a Roma, nonché presidio primario con l’obiettivo di riabilitare le vittime di tortura, si è riscontrato che tra i disturbi psicologici più frequenti rilevati si stagliano principalmente il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e i disturbi depressivi legati all’ansia e agli eventi vissuti.

L’intervento di MEDU nei vari centri di accoglienza vuole prestare maggiore attenzione all’emergenza migranti, costruendo le basi per una positiva risposta collettiva. 

 “Un camper per i diritti” è presente a Roma e a Firenze dai primi del 2000. Nasce per garantire ai migranti e ai richiedenti asilo un’assistenza sanitaria e un migliore accesso ai servizi socio-sanitari, attraverso un’unità mobile attrezzata come ambulatorio. Quali sono le aree di intervento, nello specifico a Roma) e in che modo riuscite ad entrare in contatto con i soggetti più vulnerabili?

 

BENEDETTA D’ALESSANDRO: MEDU aggiorna annualmente una mappa degli insediamenti precari della città, grazie alla quale è possibile indentificare con maggiore facilità le varie zone in cui si riuniscono i soggetti che versano in condizioni di fragilità. Questo è stato possibile grazie alla collaborazione con le Ong sanitarie che operano in strada a Roma. Lo scorso sei dicembre si è concluso l’intervento di MEDU della durata di tre anni all’interno dell’occupazione di Santa Croce in Gerusalemme, occupazione inizialmente disorganizzata ed embrionale per quanto riguarda l’accesso ai servizi per la salute. Si è quindi deciso, di comune accordo con i referenti di quello che con il tempo si è costituito come il collettivo di gestione dell’occupazione, di interrompere la missione del camper in quello spazio, proprio perché gli obiettivi che ci eravamo posti erano stati raggiunti. Infatti, più dell’80% di chi si trova nell’occupazione di Santa Croce usufruisce di un’adeguata assistenza medica di base. Siamo ogni caso rimasti in contatto con i referenti a seguito della comunicazione della presenza di alcuni casi di Covid-19 e abbiamo fornito il nostro supporto nella gestione delle procedure da seguire, interloquendo con l’ASL.

Una seconda occupazione si trova nello stabile di Via Collatina e conta più di settecento persone, tra cui molti anziani e bambini, provenienti dal Corno d’Africa, nello specifico dall’Eritrea ed Etiopia. A differenza dell’occupazione di Santa Croce, quest’ultima è ancora embrionale e non esiste un comitato di gestione che possa racchiudere le istanze di tutti gli occupanti o che possa segnalare in tempistiche brevi i bisogni e le urgenze individuate. MEDU prosegue quindi con le visite settimanali, considerando anche che nel V Municipio sussistono necessità impellenti. Il gran numero di occupazioni registrate pone le stesse Istituzioni nella difficoltà di ovviare con una risposta tempestiva alle continue richieste, si registra di conseguenza un gran numero di pazienti che ancora non hanno un medico di base, perciò operiamo costantemente per permettere l’accesso alla sanità di base, procedendo verso l’obiettivo principale dell’operato della clinica mobile.

Oltre ad operare presso le stazioni di Termini e di Tiburtina, ci stiamo occupando anche della situazione presente nell’area della metro di Rebibbia.

È facile che nelle stazioni si creino dei gruppi di persone che vivono in modo precario, come accade nell’area della Stazione Termini, dov’è presente anche la Caritas che serve i beni alimentari e dove c’è la possibilità di usufruire di un servizio di docce. Si crea così una comunità in cui si raggruppano stranieri e italiani, persone stabili o persone in transito, di sesso prevalentemente maschile, senza residenza e privi di una serie di servizi territoriali tra cui, appunto, la medicina di base.

MEDU ha operato a lungo nel Piazzale Spatolini (Stazione Tiburtina), che è stato sgomberato da un insediamento consolidato di alcuni gruppi di migranti provenienti in maggioranza dall’Africa.

Qui potevano ritrovarsi, condividere informazioni, ed era una situazione ideale per l’operato delle Ong al fine di poter incontrare e interloquire con i leader, portavoce dei bisogni degli altri componenti del gruppo. In questo contesto si raggruppavano anche diversi transitanti con particolari vulnerabilità, proprio perché nel pieno di un lungo viaggio le urgenze aumentano, come la necessità di avere cure mediche, conseguenze delle privazioni di cibo e di acqua e dalle violenze psico-fisiche subite.

Successivamente lo sgombero la comunità si è dispersa, MEDU ha perciò deciso di operare unicamente nel Piazzale del Verano per poi tornare alla Stazione Tiburtina, stabilendosi nella Parrocchia di San Romano in cui tutte le sere si distribuiscono i pasti.

In prossimità della metro di Rebibbia si è formata una nuova occupazione molto precaria, frequentemente sgomberata a causa della sua pericolosità. Chi si trova in questa zona deve spostarsi solitamente verso Tiburtina per trovare assistenza sanitaria, vestiario e rifornimenti alimentari. Tuttavia, a causa di questi sgomberi le persone tendono ad essere molto preoccupate ed evitano di distaccarsi, così MEDU ha deciso di operare in un punto di raccolta e di passaggio ben preciso. L’attività del camper di Rebibbia ha dato ottimi risultati sin da subito. Abbiamo registrato un’alta affluenza a conferma del fatto che questa zona mancava di un supporto reale. I nostri volontari che sono l’anima della clinica mobile, vengono formati per entrare a contatto con persone che presentano molte fragilità, che possono aver subito violenze, traumi psichici. Grazie a questa formazione e a degli update comprendenti aggiornamenti e formazioni specifiche, i nostri volontari cominciano ad essere formati su come rapportarsi con le vittime di tratta, con migranti che hanno subito violenza di genere, che fanno uso di sostanze e che mostrano segni di dipendenze e di problemi di natura psichica. È questa la forza del camper: continuare in maniera costante nel fornire una formazione adeguata ai nostri operatori, maturando un’esperienza dettata dal lavoro sul campo.

 

Da chi è composta l’equipe e come avviene la formazione dei medici e degli operatori volontari?

 

Il team multidisciplinare è composto da cinque figure, questo ci permette di essere agili in un contesto in continuo cambiamento. Tuttavia la clinica mobile conta sulla partecipazione attiva di un gruppo di una cinquantina di volontari che con varie competenze sostengo il lavoro dell’equipe.

Per diventare volontario del camper è necessario procedere in due step. Il primo è l’open day che si tiene ogni quattro mesi, il prossimo sarà aperto a maggio. Si tratta di formazioni nelle quali gli aspiranti volontari iniziano a conoscere il funzionamento della struttura e i bisogni delle popolazioni con le quali ci si interfaccia. Segue quindi una sessione di approfondimento in cui si entra nel dettaglio delle norme di sicurezza, degli strumenti che si utilizzano nel raccogliere i dati e delle modalità con cui operiamo e quindi gli invii alle associazioni che si occupano di assistenza legale e sociale e gli invii per le visite mediche specialistiche. In questo periodo molti di questi ultimi sono finalizzati alle prenotazioni per i vaccini. I volontari sono infine in grado di partecipare alle uscite, in un primo tempo in affiancamento e successivamente divenendo del tutto indipendenti. La formazione resta necessaria anche in seguito con incontri organizzati circa una volta ogni mese.

 

 Quale è stato il suo percorso professionale e qual è il suo ruolo all’interno del progetto.

 

Ho raggiunto l’equipe di MEDU dal primo novembre, quindi per il momento mi trovo ancora in una fase di familiarizzazione sia con le modalità operative dell’unità mobile sia con le diverse attività. Ricoprire il ruolo di coordinatrice dell’unità mobile, permettendomi di interfacciarmi con gli attori del panorama dell’inclusione e della salute, assume nel mio percorso professionale un significato particolare considerando il mio precedente operato per l’inclusione dei soggetti a rischio di marginalizzazione e per le persone con un background migratorio. Collaborare con un’associazione umanitaria che va veramente incontro alle persone a rischio di marginalizzazione in maniera così capillare e concreta è un po’ il coronamento della mia carriera e lo sbocco naturale della mia passione.

 

Nel rapporto MARGINI “sulle condizioni socio-sanitarie di migranti e rifugiati negli insediamenti informali della città di Roma” pubblicato sul sito ufficiale vengono illustrati i risultati raggiunti nel 2021. A partire da gennaio il team ha sostenuto i più bisognosi nelle prenotazioni per i vaccini anti-Covid. Un passo importante, inoltre, è stato l’invio di due lettere del TIS al Ministero della Salute “per la richiesta di indicazioni nazionali per una campagna vaccinale inclusiva dei soggetti socialmente più fragili”. In che modo avete gestito le attività durante la pandemia e che tipo di difficoltà avete riscontrato?

 

La pandemia ha accentuato le discrepanze tra chi è ai margini e chi è preso in considerazione nel sistema di assistenza sociale e in quello della presa in carico della salute. Chi si trovava molto vicino ad una condizione di indigenza e di marginalità è stato spinto ancora di più verso una condizione di esclusione. Sono quindi inevitabilmente aumentate le differenze. In questo contesto era necessario operare per far sì che tale trend venisse contrastato cercando di tutelare gli indigenti e sostenendo un modus operandi, sia da parte delle Istituzioni che del privato sociale, permettesse di contrastare questa ulteriore spinta verso la marginalizzazione.

MEDU ha continuato regolarmente il proprio lavoro, permettendo agli utenti di accedere al camper ogni settimana e informandoli sulle procedure da adottare in caso di positività al Covid-19 e sui dispositivi di protezione.

Sono stati avviati degli screening a tappetto in tutti i presidi in cui MEDU è stato operativo per il periodo del lockdown. Per l’occupazione di Via Collatina abbiamo adottato una sorta di mappa in cui sono segnalati tutti i nuclei familiari così da poter intervenire e rispondere alle varie necessità. Con la possibilità del vaccino è stata avviata da subito una campagna di informazione con relative advocacy rivolte alle Istituzioni per permettere a chi è a rischio di marginalizzazione di non essere tagliato fuori dalla campagna vaccinale. Rimangono ancora diversi ostacoli per quanto riguarda l’accesso alle vaccinazioni a causa dell’assenza di ambulatori o di hub con accesso libero e emissione di documenti sanitari per cittadini comunitari o extracomunitari sprovvisti di della tessera sanitaria. Scaricare il green pass non è alla portata di tutti e il sistema ha dato problemi ricorrenti per coloro che si sono vaccinati esibendo un documento diverso dalla tessera sanitaria (STP/ENI o codice fiscale). Molte persone, infatti, non avendo indicato una dimora specifica al momento dell’emissione del proprio codice fiscale non risultavano registrate all’anagrafe sanitaria. Insieme alla rete delle Associazioni Sanitarie abbiamo segnalato gli utenti che hanno avuto queste difficoltà. Oggi continuiamo ad allertare le Istituzioni per quanto concerne questa tematica, cercando una modalità che permetta a queste persone di non essere escluse.

 

 Le violazioni dei diritti fondamentali, come l’accesso alle cure nei paesi d’origine, è un tema abbastanza delicato. Non si parla abbastanza delle condizioni psico-fisiche con cui arrivano sulle nostre coste i migranti. Quali sono le storie che sentite più frequentemente e che tipo di situazioni affrontano queste persone, nel concreto, durante il tragitto?

 

Le testimonianze che raccogliamo dai pazienti che sono recentemente arrivati in Italia sono tutte molto simili ed allarmanti. Chi arriva in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, quindi dalla Libia, è stato spesso soggetto a violenze a scopo estorsivo nelle prigioni. Per uscire dai centri detentivi un migrante è costretto a pagare cifre tra i tremila e cinquemila euro. Queste cifre vengono pagate a mo’ di riscatto dalle famiglie, contattate a seguito di atroci torture psicologiche e fisiche.

Le condizioni delle prigioni libiche non sono affatto dignitose. Si parla di sovraffollamento, di privazioni di cibo e di acqua e di violenze continue. È questo l’elemento più drammatico che tristemente risuona nelle varie testimonianze che da anni vengono raccolte dall’equipe di MEDU sia in Sicilia che nei vari presidi in cui le sue cliniche mobili operano. Il percorso di un migrante per raggiungere la destinazione finale è molto lungo e può durare anni proprio perché il denaro per proseguire il tragitto proviene nella quasi maggioranza dei casi da impieghi precari e da lavori usuranti. Diventano così vittime di potenziali estorsioni e talvolta di rapimenti a scopi estorsivi. Le donne subiscono stupri nel tragitto, di partenza e in quelle di destinazione, sono la categoria più a rischio insieme ai bambini e agli anziani. Questi percorsi migratori incidono sulla salute mentale e fisica, condizioni di fragilità che finiscono per ampliarsi al momento dell’accoglienza nelle località di destinazione.

 

Quali sono i progetti futuri previsti da MEDU?

 

È stato avviato a dicembre del 2021 “Frontiera solidale”, un progetto che opera al Nord-Ovest dell’Italia al confine con la Francia in Alta Val di Susa, presso Oulx. Il progetto consiste nella creazione di un presidio medico che garantisca prima assistenza ai migranti che passano il confine e che provengono in maggioranza dalla rotta balcanica e mediterranea. Si è registrato a partire dal 2020 un cambiamento della composizione del flusso migratorio che in precedenza era esclusivamente composto da persone di origine subsahariana, flusso che ultimamente comprende anche migranti che intraprendono la rotta Balcanica, provenienti dall’Afghanistan, dalla Siria e dall’Iran. Il presidio si trova all’interno del rifugio “Fraternità Massi” e ha l’obiettivo di fornire un appoggio per la notte e un’adeguata assistenza sanitaria. Il piccolo team è composto da un medico, un mediatore culturale e un coordinatore. È fondamentale questo presidio in quanto ci permette di documentare i flussi migratori e le eventuali violazioni di diritti.

MEDU continuerà ad intervenire a favore dei gruppi più vulnerabili attraverso le cliniche mobili di Roma, Firenze e Gioia Tauro, e a lavorare affinché nessuno sia escluso dal godimento del diritto alla salute. 

 

 

 

 

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