La memoria di Verecchie è il signor Ernesto Biasetti

IL SIGNOR ERNESTO  DI VERRECCHIE MI HA RACCONTATO  LA  SUA VITA

 

di Giorgio Giannini

 

A Verrecchie (Frazione di Cappadocia, in Provincia de L’Aquila) ho intervistato il Sig. Ernesto Biasetti, nato il 31 luglio 1932, ultimo di sei figli di Gaetano e di Flavia Rosa Di Marco.

Suo padre era un “capo macchia”, cioè un “estimatore di boschi”, che decideva quali alberi tagliare, per ricavarne legname, e ne valutava la consistenza in metri cubi. Operava nella zona di Campolongo. Nel periodo estivo andava con altri uomini del paese, che lui dirigeva, a lavorare come braccianti nella campagna romana,  in genere per raccogliere il grano o per falciare. Aspettavano di essere assunti a Piazza Margana, vicino a Piazza Venezia, dove si recavano giornalmente i fattori delle  grandi aziende agricole per reclutare i lavoratori.

I suoi quattro fratelli erano: Oreste, nato nel 1920, che durante la guerra era nell’isola di Rodi, da dove è riuscito a raggiungere in aereo con altri commilitoni Atene; Giulio, nato nel 1922, che durante la guerra era a Creta, dove è stato catturato dai tedeschi  dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e deportato in un Lager, dove è morto; Romolo, nato nel 1924, che al momento dell’armistizio si trovava Livorno, da dove è riuscito a tornare a casa, per poi rifugiarsi in montagna per non essere catturato dai nazifascisti come disertore; Domenico, nato nel 1930. Sua sorella era Michelina, nata nel 1928, che a 14 anni, durante la guerra è andata “a servizio” a Roma, presso la famiglia di un magistrato  della Corte dei Conti, che abitava “ai Parioli”, il quartiere dei ricchi, dove è rimasta per molti anni. Mandava a casa il suo stipendio che era necessaria ala famiglia per vivere dignitosamente. Un altro figlio, non sopravvissuto, era nato nel 1926. Pertanto tra i figli c’erano due anni di differenza, come in genere accadeva nelle famiglie contadine.

Mi ha anche raccontato che solo in inverno portava gli scarponi. Nelle altre stagioni camminava a piedi nudi, quando il tempo lo consentiva, oppure portava un paio di zoccoli di legno.

Il Sig. Ernesto non ha un titolo di studio perché ha frequentato pochissimo la scuola elementare dato che la mattina doveva portare al pascolo le pecore. Inoltre, spesso “andava a servizio” presso una persona anziana, ricevendo come compenso qualcosa da mangiare. Negli anni cinquanta ha però frequentato a Verrecchie la “Scuola serale” per gli analfabeti, imparando a leggere ed a scrivere. 

Mi ha raccontato che alla fine della lezione giornaliera, i ragazzi della scuola elementare andavano alla “Casa del fascio”, di cui era segretario il figlio maggiore della Sig.ra Vesprina Di Bernardo (che poi ha ospitato la famiglia di Roberto Rossellini, di cui abbiamo scritto  il  agosto ), dove ricevevano qualcosa da mangiare. Anche lui qualche volta c’è andato.

Nella primavera 1943, benché aveva 11 anni, ricorda bene Don Giuseppe Morosini, che era venuto nel paese con un altro sacerdote, di cui però non ricorda il  nome; in particolare gli è rimasta molto bene impresso in mente un passaggio di una sua predica (fatta dal pulpito della Chiesa Vecchia di S. Egidio, ubicata nella parte più alta del paese, detta “principio”), nel quale faceva riferimento alla ineluttabilità della morte.  Don Morosini era molto stimato ed amata dalla popolazione di Verrecchie.

Di quando c’erano nel paese i tedeschi (dalla fine del settembre 1943 all’inizio di giugno 1944) mi ha raccontato i seguenti episodi: una volta era uscito da casa, quando era buio e c’era ancora il “coprifuoco”, per andare a prendere dai vari proprietari le pecore da portare al pascolo, ma è stato fermato da una pattuglia di soldati, che gli hanno intimato, con i fucili spianati contro, di tornare a casa e di uscire dopo la fine del “coprifuoco”. 

Un’altra volta, mentre stava insieme con il suo amico Giuseppe, detto Pippo, hanno trovato nella parte alta del paese, una cassetta chiusa, nella quale c’era una pistola con  circa 70 proiettili. Ritornando a casa hanno incontrato una pattuglia di tre soldati cecoslovacchi, che li hanno intimoriti e poi hanno sequestrato la cassetta con la pistola ed i proiettili. L’hanno anche provata, sparando alcuni colpi in aria, per vedere se funzionava. Il suo amico Pippo ha poi raccontato l’accaduto ad alcuni tedeschi del Comando, ubicato nella grande casa rossa della Sig.ra  Rosa (vicino alla Scuola elementare), i quali hanno gli hanno chiesto di accompagnarli per individuare i tre soldati della pattuglia, dato che non avevano consegnato la scatola con la pistola. Così’ Pippo ha fatto ed i tre soldati sono stati portati via e non sono più tornati a Verrecchie. Sicuramente sono stati condannati per furto dal Tribunale militare e sono stati incarcerati, nella migliore delle ipotesi, oppure sono stati condannati a morte e fucilati.

Infine, una notte dell’autunno 1943, molto fredda ed umida, sentono bussare alla porta di casa; suo padre apre e vede due soldati inglesi (certamente fuggiti dal Campo di concentramento di Avezzano, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943), tutti bagnati, uno dei quali era leggermente ferito, che chiedono qualcosa da mangiare. Così i suoi genitori gli danno un po’ della polenta avanzata e li fanno stare vicino al focolare per riscaldarsi. Gli danno anche dei calzini asciutti;  i due lasciano al padre un biglietto, nel quale avevano scritto dell’assistenza ricevuta, e gli dicono di consegnarlo  alle truppe alleate quando sarebbero arrivate nella zona, per avere un compenso. Prima dell’alba vanno via. Avevano una cartina geografica per orientarsi nella strada da fare. Il Sig. Ernesto mi dice che in quella occasione i suoi genitori hanno rischiato la vita perché era prevista la fucilazione per chi aiutava i prigionieri Alleati ed i partigiani, tanto più che nelle case vicine erano alloggiati i soldati tedeschi. Quando sono arrivati gli Inglesi a Tagliacozzo, la madre ha consegnato il biglietto al locale Comando ed ha ricevuto una piccola somma di denaro, a titolo di compenso per l’assistenza che avevano fornito. Dopo la fine della guerra, uno dei due soldati inglesi ha scritto alla famiglia per alcuni anni.

Inoltre mi ha raccontato che i tedeschi la mattina portavano  a Tagliacozzo con un camion vari uomini di Verrecchie (quelli anziani perché quelli in età di leva erano in montagna, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi) per farli lavorare a tagliare la legna ed ad aprire sentieri in montagna; lui si attaccava dietro il camion ed andava anche lui a Tagliacozzo, dove riusciva a farsi assegnare qualche lavoretto dai tedeschi in cambio di qualcosa da mangiare o di qualche soldo da portare a casa. All’ora di pranzo, con il camion li riportavano al paese.

Mi ha anche raccontato che nella parte alta del paese i tedeschi avevano portato, con i cavalli, un furgone nel quale era allestita una radio trasmittente, nascosta  sotto degli alberi di prugne ed un grande noce. Quando sono andati via, all’inizio di giugno 1944, il furgone è stato mitragliato da alcuni aerei degli Alleati vicino alla strada provinciale ed è saltato in aria. Mi ha anche detto che i tedeschi, quando sono andati via, hanno portato via tutto il bestiame del paese, lasciando in grandi difficoltà economica i proprietari.

Infine mi ha raccontato che durante l’occupazione tedesca i giovani in età di leva, per sfuggire alla cattura, erano nascosti in montagna, soprattutto nella zona di Campolongo, dove c’erano delle baracche di legno usate dai boscaioli e dai pastori. In una di queste c’era anche un Ufficiale del nostro Esercito, che era in collegamento con gli Alleati, ai quali trasmetteva le informazioni sulla consistenza dei reparti tedeschi e sui loro spostamenti, che assumeva dai verrecchiani che andavano a lavorare in montagna.

Nel dopoguerra, in primavera, in estate ed in  autunno ha lavorato come manovale, con varie ditte, nella costruzione di case e di villette in alcuni paesi della Marsica. Invece, in inverno  ha lavorato come operaio alle sciovie di Camporotondo gestite dai fratelli Ornello e Roberto Tocci di Verrecchie.  

Il Sig. Ernesto si è sposato tardi, a 31 anni (nel 1963), con Giuseppina Federici, che era cugina di Fidalma Federici,  che dall’estate 1943 alla primavera 1944 ha ospitato Luchino Visconti e la sorella Uberta (ne abbiamo scritto il …..agosto 2021).  Ha avuto tre figli: Gaetano, Alessandra ed Arnaldo. Purtroppo il primo è morto a soli due anni per un tragico incidente domestico, dato che gli caduto addosso il pentolone  nel quale c’era il siero del latte, che stava sul fuoco per ricavarne la ricotta. Il bambino si è gravemente ustionato e non c’è stato nulla da fare per salvarlo. E’ stato sepolto nel cimitero del paese, che allora era vicino alla Chiesa Vecchia di S. Egidio, ubicata appena fuori dell’abitato, nella parte alta, su un pianoro alle falde del Monte Padiglione.

Riguardo a Fidalma Federici (che era anche sua cugina, dato che la madre era sorella di suo padre), mi ha raccontato che negli anni trenta, prima di essere assunta dai Visconti come governante di Uberta, andava spesso a Roma con altre donne (ricorda Marianna e Pina), facendo l’autostop, per vendere  la carne (soprattutto di pecora) alle famiglie con cui erano in contatto.

Il Sig. Ernesto per la sua grande “memoria dei fatti” di Verrecchie è ancora  consultato dai concittadini per avere informazioni di vario tipo, ad esempio sapere chi è il proprietario di un terreno abbandonato .   

 

 

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