La devastazione di Poggio Bustone

La devastazione di Poggio Bustone, un evento da fissare nella memoria. All’alba del 10 marzo 1944, un nutrito reparto di circa 180 militi fascisti e poliziotti, guidati dal Questore di Rieti Pannaria e da un Commissario di PS, arriva a Poggio Bustone (Rieti) per “ripulire” il paese  dai partigiani. Durante il rastrellamento interviene di sorpresa una squadra di 24 partigiani, guidati dallo studente poggiano Remo Battisti che attaccano i fascisti, supportati dalla popolazione. Nello scontro, i fascisti hanno la peggio e sono costretti a ritirarsi, lasciando sul terreno 15 morti, compreso il Commissario ed il Questore hanno inoltre una trentina di feriti. I partigiani invece hanno 4 morti  e  5  feriti.

La mattina del 1 aprile 1944, i tedeschi , che hanno avviato da poche ore  un vasto attacco in forze per  distruggere la “Zona libera”, arrivano nel paese  e rastrellano numerosi civili. Istigati dal Capo della Provincia , Ermanno Di Marsciano, già Federale  di Rieti,  vogliono far pagare caro agli abitanti quanto è accaduto il 10 marzo. Così, il pomeriggio ordinano di evacuare subito il paese. Il Parroco riesce ad ottenere  il rinvio dell’evacuazione alla mattina del giorno dopo, 2 aprile, Domenica delle Palme.

Evacuato il paese, circa a mezzogiorno, i tedeschi iniziano a saccheggiare e poi ad incendiare tutti gli edifici, compreso il Municipio, la chiesa e l’istituto delle suore. Tutto quello che è di qualche valore o è commestibile è portato via dai tedeschi. Il resto è gettato in strada e distrutto. La popolazione assiste alle distruzioni, senza poter intervenire, dalla vicina frazione di S. Pietro.

L’incendio del paese dura tre giorni ed è visto, dal Vescovado,  dal Vescovo di Rieti, Mons. Migliorini, che si reca da Di Marsciano per intercedere a favore della popolazione, ma il Capo della Provincia non interviene presso i tedeschi.

La domenica pomeriggio, alcuni abitanti del paese (anziani e donne), costretti dai tedeschi a portare il bestiame requisito a Rieti, vengono  rinchiusi nel convento di S. Domenico, trasformato in carcere. Il Vescovo riesce la sera  a far liberare le donne.

I tedeschi vietano per 15 giorni di portare soccorso agli abitanti del paese; ciononostante, l’Azione Cattolica di Rieti raccoglie  viveri ed indumenti, che vengono portati al paese dalle suore del locale convento ( anch’esso distrutto), che sono le uniche persone che possono recarsi a Rieti.

Il Vescovo Migliorini invia a Roma il suo Vicario per fare un rapporto sulla situazione alla Segreteria di Stato del Vaticano, che interviene presso l’Ambasciata tedesca, però senza alcun risultato positivo. 

 

 

GLI  ECCIDI NAZISTI A RIVODUTRI, A MORRO REATINO E A RIETI

 

Sempre la mattina di venerdì 31 marzo 1944, i tedeschi, con i carri armati, arrivano nel paese di Rivodutri. Rastrellano tutti gli abitanti e li richiudono  nella chiesa. Poi saccheggiano le case. Nell’operazione sono uccisi 5 civili che hanno tentato di resistere. Nel tardo pomeriggio,  liberano le donne ed i bambini, mentre gli uomini abili al lavoro vengono portati  prima a Rieti e poi a Roma ; sono quindi avviati a lavorare nelle retrovie del fronte di Anzio, nella zona di Aprilia.

I tedeschi arrivano anche nella frazione Cepparo,  saccheggiandone le case e distruggendone varie. Anche qui catturano e portano via  gli uomini abili al lavoro.

Domenica 2 aprile un reparto tedesco arriva nel Comune di Labro e ne saccheggia le case. Gli abitanti maschi però non vengono deportati grazie all’intervento del  marchese Vitelleschi, che abita nel locale castello, il quale interviene presso i tedeschi, di cui conosce la lingua.

I tedeschi intervengono anche a Morro Reatino, dove vengono saccheggiate e bruciate  molte case ed una decina di persone sono uccise. La frazione Pace è incendiata e gli uomini deportati per il lavoro nelle retrovie del fronte.

Il 4 aprile, il Comandante tedesco di Rieti fa affiggere un manifesto con il quale invita i cittadini dei vari paesi a non aiutare i partigiani, minacciando di distruggere le case di coloro che davano aiuto ai partigiani.

Le carceri di Rieti sono piene di persone arrestate. Il Vescovo Migliorini, la mattina di sabato 8 aprile, vigilia di Pasqua, riesce ad andare a trovarli, portando loro il conforto religioso. Nel pomeriggio quasi tutti i detenuti vengono portati via dai tedeschi.

La domenica di Pasqua, 9 aprile, i tedeschi uccidono in località “Quattro strade”, alla periferia di Rieti, 15  persone arrestate nei giorni precedenti. I loro corpi vengono  sepolti  in una fossa comune, ricavata da un buca prodotta da una bomba di aereo. A ricordo dei martiri, il luogo dell’eccidio, sul quale nel dopoguerra è costruito un monumento, è denominato “fosse reatine”.

Il giorno di Pasqua, il Capo della Provincia Di Marsciano  fa affiggere un manifesto nel quale cerca di giustificare gli eccidi compiuti dai tedeschi nei giorni precedenti, addossandone la responsabilità ai partigiani operanti nei vari paesi.

Il 14 aprile, il Vescovo di Rieti, Mons. Migliorini, invia una lettera  alle locali Autorità tedesche e fasciste, nella quale condanna  gli eccidi indiscriminati compiuti contro  civili inermi e la sepoltura  delle vittime senza conforto religioso. In seguito a questa lettera, si recano a fargli visita sia il Capo della Provincia Di Marsciano che il Comandante tedesco della città, il quale promette al Vescovo che per il futuro avrebbe accordato l’assistenza religiosa a  coloro che dovevano essere fucilati, dandone poi adeguata sepoltura nel cimitero.

 

rubrica Storie dimenticate di Giorgio Giannini

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