In tour il “lupo del rock” Andrea Salini con il nuovo album “Roses”

di Andrea Moiani

Il 3 luglio 2021, al Teatro di Borgo San Pietro di Petrella Salto (RI), il “lupo del rock” Andrea Salini, ha dato ufficialmente il via al tour di presentazione del suo ultimo album “Roses” pubblicato nel settembre 2020.  Per il cantante, classe 1977, nato a Roma ma di sangue reatino, è il suo quarto album dopo “Dr.Hyde & Mr.Hyde”(2010), “Maestrale” (2012), e “Lampo Gamma” (2017). «Un concept album – spiega l’artista – che ho voluto dedicare all’universo femminile dedicandole una rosa, quella rosa che anni fa Jimi Hendrix incastrò nella paletta della sua Stratocaster durante un suo concerto in Scandinavia. La rosa simbolo di fratellanza, amore e pace.»

Con le sue nove tracce, “Roses” è un mix di hard rock e cantautorato reso possibile non solo grazie ad un’ampia ed evidente influenza di diversi generi musicali, ma anche alla calda e solida voce di Andrea Salini e al contributo dei vari artisti che hanno contribuito all’album. Tra questi spicca il nome di John Macaluso, artista statunitense di fama mondiale e residente a Rieti da diversi anni (Ark, TNT, Yngwie Malmsteen sono alcune tra le tante band nel suo curriculum). «Per noi è stata una grande soddisfazione suonare con lui – ci racconta l’artista -. John ha riversato sull’album tutta la sua esperienza trentennale. Il suo aver metabolizzato l’album già prima di entrare in studio è segno di grande professionalità. Dovremmo essere orgogliosi di avere un musicista di questa caratura internazionale qui nella nostra terra.»

Un album dedicato alle donne, realizzato prevalentemente da donne. Tra queste c’è Mariangela Gritta Grainer, già esponente del PCI e da anni a fianco della famiglia della giornalista Ilaria Alpi nella loro lotta. È lei a recitare la poesia “Verum rosa”, quarta traccia dell’album.

Per concludere, “Roses” è un album fruibile per tutti, un percorso nell’universo femminile tra ballate e brani più hard che non mette in difficoltà nessun tipo di ascoltatore.

L’album è disponibile sia in forma fisica, sia in tutte le piattaforme digitali.

Ulteriori informazioni e contatti sul sito https://www.andreasalini.com

Di seguito proponiamo la lunga ma interessante intervista che Andrea Salini ci ha rilasciato. Ringraziamo l’artista per la disponibilità.

 

«Il 3 luglio a Petrella Salto hai iniziato il tour di presentazione di “Roses”. Com’è stato ripartire dopo un anno e mezzo di stop? Com’è stato essere di nuovo di fronte al pubblico?»

«È stato molto bello, intenso ed emozionante ma anche faticoso. Abbiamo scelto di ripartire da casa nostra proprio perché siamo convinti che per avere ali leggere e volare lontano è necessario avere delle radici solide. Essere contenti della terra in cui si vive e apprezzarla ti dà una forza per viaggiare e tornare a casa arricchiti da nuove esperienze, nuovi viaggi, nuove date. La scelta del teatro di Petrella Salto è stata quasi un obbligo, perché dal censimento risulta il più grande dopo il Vespasiano con 300 posti in platea. Abbiamo avuto la possibilità di mettere a disposizione solo metà dei posti, ma abbiamo registrato il sold out. Siamo stati molto contenti, davvero emozionante.»

 

«Quali altre tappe toccherà il tour?»

«La prossima data è il 6 agosto a Roma presso il locale Saxò a Roma, zona Saxa Rubra. Da quel momento in poi cercheremo di organizzarci poiché la situazione attuale ci fa navigare a vista e non ci permettere di organizzare date a tappeto con una certa precisione. C’è tanta voglia di suonare, quindi cercheremo di organizzare un tour al massimo delle nostre possibilità sperando che queste avvisaglie di ritorno alla normalità si concretizzino. È fondamentale che le persone continuino a vaccinarsi per far ripartire la cultura, la scuola e il mondo del lavoro.»

 

«Questo è il tuo quarto album. Com’è nata l’idea per realizzarlo?»

«E’ nato molto dalla letteratura. Seppur sia stato molto intenso, il tour di “Lampo Gamma” è stato più piccolo rispetto agli altri e ciò ci ha permesso di leggere molto, soprattutto la letteratura al femminile. Ne libro di Serena Dandini “Il catalogo delle donne valorose” ogni capitolo è dedicato ad una donna meritevole di essere ricordata e alla quale è stata dedicata una rosa. La seconda traccia dell’album, “Irina” è dedicata a Irina Vyacheslavovna Rakobolskaya, un’eroina russa le quali gesta sono state raccontate da Ritanna Armeni nel libro “Una donna può tutto”. È un album realizzato con tanto lavoro femminile e da un entourage fatto di persone valide. Tocca tematiche che non sono così banali come può sembrare. Stare dalla parte delle donne è già una scrematura per molti ascoltatori. È una rivendicazione di libertà di esprimere tutto quello che si vuole dal punto di vista dei testi e della musica e che ci fa scegliere o meno da un certo tipo di audience.»

 

«Cosa cambia in “Roses” rispetto ai tuoi lavori precedenti?»

«Così come “Roses, Anche “Lampo Gamma” era un concept album, che abbiamo voluto dedicare al mondo dell’ecologia parlando di come la natura può ispirare gli artisti come essa ispirava alcuni mestieri In generale è dedicato al problema dell’inquinamento, alla frenesia del lavoro, all’alienazione del lavoro. Se “Lampo Gamma” era un album estremamente chitarristico, “Roses” è un album con un respiro maggiore anche per chi non è un appassionato di chitarra rock e di tecnica. L’aspetto del cantautorato è più in evidenza, perché ci stava molto a cuore il tema. E’ un album registrato con una sola chitarra, dalle parti ritmiche ai soli. Questo fa capire come fossimo concentrati su altro a differenza di “Lampo Gamma”, dove abbiamo usato più strumentazione.»

 

«Quale sound hai cercato? Per cosa si differenzia dagli altri?»

«Abbiamo scelto un sound più calmo ed eterogeneo possibile per conferire un’idea più confortevole. Io suono prevalentemente con la Stratocaster, una chitarra molto aggressiva e squillante. “Rock ‘n roll dreamer” è un’auto-cover di una canzone che avevo scritto per l’album “Dr.JHyde &Mr.Hyde”, dove era più sullo stile di Chuck Berry e Jimmy Page. Qui, invece è una sorta di ninna nanna per poterci rivolgere ad un bambino come per spingerlo a sognare, a fargli apprezzare il rock ‘n roll e la vita. In quei tre minuti volevamo che gli ascoltatori trovassero un conforto fisico. Credo che non si debba essere per forza urlatori. Un disco, come una fotografia, è un caleidoscopio di sensazioni che ti deve far ricordare delle emozioni che ti ha dato un viaggio. Negli altri album c’era più rabbia. È un album diverso anche dal punto di vista della gestazione. Se gli altri sono stati a supporto di tour lunghi, “Roses” ci vede protagonisti di un periodo che fa epoca. La sua uscita è stata ritardata e lo stop dei concerti ci ha costretto ad un’estate “sabbatica” che ci ha portato a rimandare il tour.»

 

«La quarta traccia, “Verum Rosa” è una poesia recitata da Mariangela Gritta Grainer. Com’è nata questa collaborazione?»

«La Grainer è una donna di grande rilievo ed andrebbe presa molto di più in considerazione rispetto a quello che abbiamo fatto noi. Lei è già onorevole della repubblica e si è occupata per 20 anni dell’associazione di Ilaria Alpi. Con la nostra cooperativa Onlus “La Locomotiva” abbiamo organizzato vari incontri con le scuole, abbiamo proiettato il film con Giovanna Mezzogiorno “Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni”, abbiamo cercato di sensibilizzare queste figure che restano un po’ in ombra. La ringraziamo perché ha subito accettato il volersi mettere in gioco in una band rock. Siamo contentissimi di aver collaborato con lei su “Verum Rosa”. Il brano è stato a sua volta realizzato assieme a Silvia Leonetti, una giovanissima compositrice che lavora già su grandi firme e produzioni RAI. Silvia ha anche arrangiato “Love Song” con il piano e ha scritto con me a due mani il brano strumentale “Name of the Rose”. “Roses” è un album pensato per i diritti delle donne che ha coinvolto numerose figure femminili. Stessa cosa per l’artwork e per il videoclip. C’è tanto tocco musicale.»

 

«Alla batteria hai avuto l’onore di avere un artista del calibro di John Macaluso. Puoi dirci qualcosa sul resto della band?»

«I musicisti che hanno collaborato per la stesura dell’album sono validissimi con esperienza anche all’estero. Il direttore artistico Simone Gianlorenzi, che ha lavorato con me anche su “Lampo Gamma”, vanta come ultimo lavoro grande il musical “The Killer Queen” con Anastacia. Ci sono anche Carlo di Francesco alle percussioni, Pino Saracini al basso e la già citata Silvia Leonetti. Inoltre, al mixer, c’è Fabrizio Simoncioni che ha lavorato con le migliori rock band italiane (Gang, Negrita, Gianna Nannini per dirne alcuni) ed è forse uno dei migliori fonici al mondo. Ha anche vinto un Grammy e ha lavorato moltissimo all’estero. Non ultimo c’è il mastering a Milano, realizzato nell’Energy sound (ex Nautilus), lo studio di riferimento per tutte le band in Italia. Come vedi è un album con una lunga gestazione: è stato scritto a Rieti, registrato a Roma, mixato a Prato e masterizzato a Milano.»

 

«“Into the Storm”, canzone d’apertura dell’album, inizia con dei canti indiani…»

«La cultura dei pellerossa è vicina al rock ‘n roll da sempre. Chi fa rock sceglie di stare da una certa parte, ossia quella dei deboli e di chi vive i soprusi. “Into the Storm” è un bravo che lega “Lampo Gamma” (l’album precedente, ndr) a “Roses”. È una tempesta immaginaria che ci riporta dallo spazio di “Lampo Gamma” sulla terra ed è la metafora della vita degli artisti. È un’esortazione in cui la band chiama le persone a dire “venite con noi per vedere com’è questa vita”. È lo sciamano pellerossa che intercetta questa tempesta. Riconosco che è una canzone poco radiofonica per via dell’introduzione un po’ lunga, ma è piaciuta molto. Noi siamo liberi da qualsiasi bavaglio: la nostra è una musica davvero indipendente.»

 

«La tua è una voce molto calda sia in studio, sia di persona. Chi ti ha ispirato maggiormente per la tua musica? E chi, nello specifico, per il canto?»

Ti dico Jimi Hendrix su tutti. Quasi per istinto sono un chitarrista prevalentemente elettrico. Più passa il tempo, più sono affascinato dall’aspetto ritmico della chitarra. Negli ultimi due album è venuta più fuori un’anima funky e groove. Da sempre sono stato affascinato dal sound della scena americana e in assoluto, nello specifico, quella di Seattle (Pearl Jam, Soundgarden tra tutti). Ci sono state tante altre band che mi hanno ispirato, come i Pink Floyd, Bruce Springsteen. In Italia ci sono i Gang (uno dei primi gruppi rock punk in Italia), il Banco del Mutuo Soccorso, le Orme, la PFM, de Gregori, de Andrè. Faccio ancora molta fatica ad ascoltare nuove leve perché c’è così tanto classico da scoprire che ti rendi conto del poco tempo che hai a disposizione per riscoprire ciò che è stato suonato nel passato. Ascoltando musica, faccio molta ricerca tra un album e l’altro. Essere un musicista professionista è un lavoro-non lavoro, perché non lavori mai ma è come se lavorassi tutti i giorni.»

 

«Cosa pensi della situazione musicale in provincia di Rieti? Cosa si potrebbe fare per dare più eco alla musica in generale e in più nello specifico per la musica rock?»

«La pandemia ha aggravato ulteriormente la condizione dell’arte e della cultura in generale. Uno dei problemi sta nel fatto che non abbiamo moltissimi spazi in cui poterci esprimere. La formula che va di più di moda è il set acustico con poco rumore e poco lavoro da parte sia di chi ti accoglie, sia di chi deve esibirsi. Purtroppo quella voglia di tornare a fruire dell’arte che veniva lanciata durante le chiusure non si è concretizzata. È importante che ci sia voglia di tornare ad uscire di casa, dato che si è creata una società preda della tecnologie e della fruizione delle serie TV. Il problema si risolverà quando la gente avrà voglia di tornare ad ascoltare una band che ha qualcosa di nuovo da dire piuttosto che di band che per arrotondare suona cover di artisti più famosi. La situazione che stiamo vivendo è la conseguenza di un certo atteggiamento. C’è bisogno di tornare al desiderio di stare per strada, di incontrarsi. Per quanto riguarda i locali, basterebbe dedicare almeno una serata a chi ha un progetto originale senza dover chiedere all’artista quanta gente porta. A noi interessa andare in giro a suonare aldilà dell’ingaggio. Abbiamo voglia di presentare le canzoni alle persone, di rispondere alle loro curiosità sulla nostra musica. I talent show hanno modificato la percezione degli spettatori rendendoli tutti critici musicali che non vanno ai concerti per godersi lo spettacolo o per imparare qualcosa, ma per dare giudizi. Questo non è sano. La musica è diventata un sottofondo, un antidoto al silenzio. La maggior parte delle persone non sceglie più cosa ascoltare, ma ascolta ciò che gli viene fornito perché fa tendenza. Paradossalmente, forse era più sano essere etichettato come “poco di buono” se si ascoltava Vasco Rossi o se si andava ad un suo concerto. Vedo grande confusione nelle nuove generazioni, ormai disorientate e sconfitte ancor prima di combattere. Noi avevamo un antagonismo, lottavamo verso qualcosa che ritenevamo troppo vecchio. Adesso tutti hanno l’orecchino e i capelli lunghi, che prima potevano essere segno di solidarietà nei confronti dei pirati o dei nativi americani. Tutto si è sdoganato, tutto ha perso valore.»

 

«State realizzando qualche progetto per la tutela delle donne?»

«Siamo in contatto con alcune associazioni di Roma, anche molto grandi. La pandemia ci ha fermati, ma avremo modo di lavorare con persone che si occupano fattivamente dei diritti delle donne e con chiunque voglia accogliere il nostro messaggio e divulgarlo in favore di questa causa. Ci sarà di sicuro un incontro fisico. Dove ci sarà spazio, noi ci saremo.»

 

«Quali sono, secondo te, le donne più rock della storia»

«Ti dico sicuramente Ilaria Alpi, Irma Bandiera e Mariangela Gritta Grainer. Ce ne sono tante altre, ma in generale sono coloro che hanno combattuto fino alla fine per i loro ideali. Posso citarti anche Anna Magnani e Gabriella Ferri. Sono queste le donne delle quali dobbiamo andare fieri e che dobbiamo far conoscere alle nuove generazioni.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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