Giovanni Capoccio, eroe della disfida di Barletta, era nato a Tagliacozzo o a Spinazzola?

di Giorgio Giannini

 

CHI ERA GIOVANNI CAPOCCIO

 

Giovanni Capoccio ha combattuto, come “soldato di ventura” (mercenario) dalla parte degli Spagnoli nella guerra di questi contro i Francesi per il possesso del Regno di Napoli. In particolare, ha fatto parte della Compagnia di Cavalleria guidata dal Capitano di ventura Prospero Colonna e dal cugino Fabrizio, Duca di Tagliacozzo.

É stato uno dei 13 cavalieri italiani che parteciparono per motivi di onore alla famosa “disfida di Barletta” del 13 febbraio 1503 contro altrettanti cavalieri francesi, che furono sconfitti.

In merito alla “disfida”, è stato inviato, insieme a Giovanni Brancaleone, da Prospero Colonna a parlare con il cavaliere francese  Charles de Torgues (detto Guy de la Motte) per indurlo a ritrattare la grave offesa che aveva fatto ai cavalieri italiani, durante la cena organizzata a Barletta (sede del quartier generale spagnolo), il 15 gennaio 1503, dal Gran Capitano (Comandante supremo) spagnolo Consalvo Fernandez de Cordoba  in onore dei cavalieri francesi, tra i quali il La Motte, catturati dal comandante spagnolo Diego de Mendoza in uno scontro a Canosa nei giorni precedenti, i quali, pur essendo prigionieri, godevano di una certa libertà, secondo il “codice cavalleresco” dell’epoca.  Nel corso della cena  La Motte aveva accusato di codardia i cavalieri italiani, che erano stati difesi dal comandante spagnolo Inigo (Ignazio) Lopez de Ayala, che aveva  sostenuto che gli italiani al suo comando avevano sempre combattuto valorosamente, comportandosi quindi con onore.

Per risolvere la disputa si decise di effettuare uno scontro tra 13 cavalieri francesi ed altrettanti italiani, che avvenne la mattina del 13 febbraio 1503 nella pianura tra Andria e Corato, nella Contrada denominata “Mattina di Sant’Elia”, nel territorio di Trani, che essendo sotto la dominazione della Serenissema Repubblica di Venezia (dal 1496 al 1509) risultò, in quanto territorio neutrale, il luogo idoneo per svolgere il combattimento, che è passato alla storia come “disfida di Barletta”, dato che la controversia era nata in questa cittadina pugliese.

Prospero e Fabrizio Colonna formarono la squadra italiana,  mettendo insieme i seguenti cavalieri, considerati i migliori: Ettore Fieramosca (che fu nominato Capitano e quindi fu incaricato di tenere i rapporti con il francese La Motte);  Mariano Marcio Abignente; Ludovico Abimale da Terni; Guglielmo Albimonte; Giovanni Brancaleone; Giovanni Capoccio da Tagliacozzo; Marco Corollario; Ettore de’ Pazzis (detto anche Miale da Troja); Ettore Giovenale; Romanello da Forlì; Fanfulla da Lodi; Riccio da Parma; Francesco Salamone.

Alla fine del combattimento tutti i cavalieri francesi furono sconfitti e catturati dagli italiani, che pertanto riportarono una netta vittoria.

Giovanni Capoccio si è distinto nella “disfida”, tanto che la tradizione gli attribuisce l’appellativo di ”più forte campione italico dopo il Fieramosca”, che era il capo dei nostri cavalieri.

Dopo la vittoria Capoccio fu insignito, insieme agli altri 12 cavalieri, dal Comandante spagnolo Consalvo Fernandez dell’ordine di Cavaliere di San Giacomo della Spada.

Negli anni seguenti Capoccio continuò a militare nella Compagnia di ventura di Prospero Colonna, assumendo  l’incarico di Governatore. In seguito ha combattuto con una sua Compagnia di ventura in varie guerre. In particolare nel 1509 è stato al soldo dei fiorentini contro i pisani,  nel 1510 al soldo della Serenissima Repubblica di  Venezia contro i Francesi e nel 1512 al soldo del Papa Giulio II contro i Francesi in Romagna. Nella battaglia di Ravenna dell’11 aprile 1512 (giorno di Pasqua),  mentre combatteva nella Lega Santa contro i Francesi, insieme a Ettore Fieramosca e Fanfulla da Lodi, fu  ferito e quindi catturato. Liberato, tornò a Roma dove morì nella primavera 1522.

Invece, secondo un’altra tradizione, morì nel 1526 nella cittadina di Spinazzola, dove era nato nel 1462, che allora era in Basilicata e dal 1811 in Puglia.   

 

 CAPOCCIO E’ NATO A TAGLIACOZZO  O A SPINAZZOLA?

 

Capoccio, che è considerato il secondo eroe dalla disfida di Barletta dopo Ettore Fieramosca, secondo una tradizione è nato a Tagliacozzo (attualmente in Provincia de L’Aquila) in data imprecisata, mentre secondo un’altra tradizione è nato nel 1462 a Spinozzola (attualmente in Provincia di Barletta-Andria- Trani).

Il dilemma nasce nel 1887 con la pubblicazione del libro Capoccio e la sua terra natale, curato da Nicolò Brunetti e pubblicato dall’Editore D’Auria di Napoli, con il  patrocinio del Comune di Spinazzola, che allora apparteneva alla Provincia di Bari, in seguito alla riforma amministrativa fatta il 4 giugno 1811 dal Re di Napoli Gioacchino Murat, che ridisegnò le Provincie del Regno trasferendo il paese dal Distretto di Matera, in Basilicata, alla Terra di Bari, in Puglia.    

Nel libro è riportato un antico manoscritto trovato nell’archivio della Cattedrale di Minervino Murge (attualmente in Provincia di Barletta-Andria- Trani), ora custodito presso la Curia vescovile di Andria, dal quale risulta che Giovanni Capoccio era Giovanni Guasparino (o Gasparrino o Capozzo),  nato a Spinazzola nel 1462 e cavaliere del Sacro Romano Impero. Inoltre era un “cittadino romano”. Infatti a Roma ci sono due torri edificate nel rione Monti dalla antica e nobile famiglia dei Capocci. 

Il manoscritto riporta anche che Gasparrino, detto Capoccio perché aveva una testa grande, continuò a combattere per il Re di Napoli Ferdinando II d’Aragona, di cui è stato anche amico e dal quale ottenne onori e privilegi per sé ed i suoi discendenti.  Da vecchio tornò a Spinazzola, dove morì nel 1526 e fu sepolto nel Convento dei Frati Minori Osservanti (Francescani), diventato alla fine del XIV secolo la Chiesa dell’Annunziata.

In seguito alla pubblicazione del libro, il Comune di Spinazzola ha dedicato a Capoccio, nel centro storico, vicino alla Chiesa Madre intitolata a San Pietro Apostolo, una strada, chiamandola via Gasparrini (cognome derivato dal nome  Gasparrino), dove si trova la casa nella quale secondo la tradizione è nato nel 1462 e dove è conservato il dipinto della Madonna della Spada, patrona dei cavalieri.

In risposta alla “irragionevole usurpazione” fatta dal Comune di Spinazzola, come luogo  di origine di Capoccio, nello stesso anno 1887 il Sindaco del Comune di Tagliacozzo ha replicato affermando che Giovanni Capoccio era nato nella cittadina abruzzese,  adducendo come prova lo stemma della famiglia tagliacozzana Capozzo (o Capocci), di origine romana, riprodotto  nel Catasto cittadino del 1653, conservato nell’archivio storico comunale, che è uguale allo stemma portato dal cavaliere nella ”disfida di Barletta” del 13 febbraio 1503.  Inoltre, nell’albero genealogico dell’antica e nobile famiglia  romana dei Capocci, c’è un Giovanni, ricordato come un eroe, di cui però non si conosce la data di nascita.

Inoltre il Sindaco portò ,ad ulteriore prova della origine tagliacozzana di Capoccio, il fatto che egli era un componente della Compagnia di Cavalleria guidata dal Capitano di ventura Prospero Colonna e dal cugino Fabrizio, che era Duca di Tagliacozzo. Pertanto Capoccio era stato arruolato dai Colonna a Tagliacozzo, dove era nato.

Per affermare la nascita di Capoccio a Tagliacozzo, nel settembre 1888 il Comune ha posto la seguente lapide sulla facciata della casa natale dei famiglia Capocci, ubicata nella Piazza, denominata Piazza Capoccio, ubicata nel centro storico della cittadina abruzzese: “A Giovanni Capoccio/ da Tagliacozzo/ uno dei tredici italiani/ che  contro altrettanti francesi/  a Barletta trionfarono/ il MUNICIPIO/ su questa casa che fu culla secolare/ di tanta prosapia/ ad esempio ed orgoglio dei posteri/  a protesta d’irragionevole usurpazione/ questa lapide pose/ settembre 1888”.

La disputa sul luogo di nascita di Capoccio è quindi di difficile soluzione, anche se è più probabile l’origine abruzzese.

 

LA DISPUTA SUL LUOGO DELLA “DISFIDA”

 

Il regime fascista rivalutò di nuovo, come già era accaduto nel Risorgimento,  la “disfida di Barletta” in chiave patriottica, facendo leva sul sentimento nazionalistico e la “riscossa contro lo straniero”, ignorando però che  questo sentimento era assolutamente sconosciuto nel nostro Paese nel XVI secolo, tanto che i 13 cavalieri italiani combattevano come “mercenari” degli Spagnoli contro i Francesi, in guerra tra di loro per il possesso del Regno di Napoli.

Durante il regime fascista ci fu una disputa in merito al luogo in cui erigere  il nuovo monumento in ricordo della “disfida”, al posto di quello fatto costruire nel 1583 (per il 70mo anniversario), sul luogo della battaglia in Contrada “Mattina Sant’Elia”, nel territorio di Trani, da Ferrante Caracciolo, Duca di Airola, Prefetto delle Province di Bari e Otranto.

Il monumento fu distrutto nel 1805 dai Francesi, che pensavano in questo modo di eliminare la “memoria” della loro sconfitta nella “disfida” del 13 febbraio 1513, e fu  riedificato nel 1846 a cura del Capitolo Metropolitano di Trani.  

Nel 1903 fu aggiunta una lapide con il seguente epitaffio, scritto da Giovanni Bovio, famoso filosofo e politico di fede laica e  repubblicana “In equo certame / contro tredici francesi / qui tredici di ogni terra italiana / nell’unità / nell’amore antico / e tra due invasori / provarono che dove l’animo sovrasti la fortuna / gli individui e le nazioni risorgono” .

Nell’ottobre 1931 l’avvocato di Trani  Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale sosteneva che la “disfida” era stata combattuta nella Contrada di Sant’Elia, nel territorio di Trani, per cui doveva chiamarsi “disfida di Trani”.

Pochi giorni dopo, il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio scrisse un articolo a sostegno  di questa tesi, pubblicato sul quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno.

Il 2 novembre 1931  la tesi sul luogo della “disfida” a Barletta è sostenuta da Salvatore Santeramo in un articolo pubblicato sul quotidiano Il Popolo di Roma.

Il giorno seguente lo stesso giornale pubblica, a sostegno di questa tesi, la lettera di Arturo Boccassini, segretario della sezione del Partito Nazionale Fascista-PNF di Barletta,  che era stata rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

Il 3 novembre a Bari si costituisce un Comitato per far costruire il nuovo monumento nella città, di cui fanno parte alti esponenti del PNF, come Attilio Teruzzi, Comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazioanle-MVSN, Araldo di Crollalanza, Ministro dei Lavori Pubblici, e Achille Starace, Vice segretario nazionale del PNF.  Appresa la notizia della costituzione del Comitato barese, a Barletta un gruppo di cittadini entrò nel Comune, prelevò il bozzetto del nuovo monumento, che fu depositato nella Piazza del paese, su un piedistallo  improvvisato.

Il 7 novembre 1931 Boccassini fu destituito. Questo provocò nuove manifestazioni, che degenerano in scontri con le forze dell’ordine.

Il 10 novembre, dopo l’arrivo del nuovo  segretario della sezione del PNF di Barletta, si verificò una nuova manifestazione, nella quale furono lanciati sassi contro i Carabinieri, che reagirono, sparando sui manifestanti ed uccidendo  due persone.

In seguito a questi incidenti il nuovo monumento non fu più fatto.

Nel 1975, dopo decenni di abbandono,  il vecchio monumento in Contrada Mattina di Sant’Elia, nel territorio di Trani, è stato restaurato dal Comune, con il sostegno finanziario del locale Rotary Club, apponendo una nuova targa con i versi di Bovio e ricollocando una corona di ferro battuto al posto di quella scomparsa, omaggio del Comando del Presidio Militare di Trani.

 

 

 

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