Da Verrecchie la signora Clelia di Carlo ricorda Don Giuseppe Morosini

Clelia Di Carlo: “I MIEI ZII HANNO OSPITATO  A VERRECCHIE DON GIUSEPPE MOROSINI

NELLA PRIMAVERA 1943”

 

di Giorgio Giannini

 

La sig.ra Clelia Di Carlo,  nata a Verrecchie (Frazione di Cappadocia, in Provincia de L’Aquila) il 7 luglio 1921,  che ho già intervistato (vedere  mio articolo pubblicato il 30 agosto) mi ha raccontato che gli zii Cesare Di Felice e Ida Di Carlo (che l’avevano affiliata in quanto non avevano figli) hanno ospitato per circa due settimane, nella primavera 1943, nella grande casa nuova (e con l’acqua corrente) che avevano nella parte bassa del paese, vicino alla grande aia (poi diventata la piazza centrale di Verrecchie), nella quale abitava anche lei, Don Giuseppe Morosini, fucilato dai nazisti a Forte Bravetta il 3 aprile 1944 come partigiano e decorato con la Medaglia d’Oro al Valore Militare, alla memoria. 

Don Morosini era stato mandato nella Marsica nell’estate 1942 per svolgere attività di apostolato e ha girato (e soggiornato) in vari paesi fino alla tarda primavera 1943. A Verrecchie ha soggiornato un paio di settimane nella primavera 1943, ospite degli zii della Sig,ra Clelia. Era molto amato dai verrecchiani che gli  portavano ogni giorno cose da mangiare, per dimostrargli il loro affetto.

Ha fatto Don Morosini la foto, posta sotto il titolo, alla Sig.ra Clelia, che aveva allora 22 anni, davanti all’antico mulino ad acqua di Verrecchie, che dal 2008 ospita il Museo delle tradizioni contadine.

Quando ha lasciato Verrecchie, molti abitanti, per dimostragli il loro affetto, lo hanno accompagnato fino alla fermata del pullman sulla Strada Provinciale Tagliacozzo-Cappadocia, dato che allora il mezzo non entrava nel paese.

Don Morosini  (nato a Ferentino il 19 marzo 1913) dopo l’occupazione nazista di Roma, conseguente all’armistizio dell’8 settembre 1943, era entrato nella Resistenza come “assistente spirituale” della Banda Fulvi, comandata dal tenente dell’Esercito Fulvio Mosconi, attiva nel quartiere di Monte Mario (sulla Via Trionfale, nella parte Nord della città) e collegata con il Fronte Militare Clandestino, filo monarchico e filo badogliano, coordinato dal Colonnello Giuseppe Cordero  Lanza di Montezemolo, che dopo l’occupazione nazista di Roma, era diventato responsabile dell’Ufficio Affari Civili del “Comando di Roma città aperta”, diretto dal Generale Giorgio Calvi di Bergolo, genero del Re Vittorio Emanuele III.   Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana-RSI (il 23 settembre 1943) rifiutò di prestare giuramento e si rese latitante. Il 25 gennaio 1944 fu arrestato dalle SS e portato nel carcere nazista di Via Tasso 145, dove venne torturato. Il 24 marzo 1944 fu trucidato alle Fosse Ardeatine. Ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valore Militare.

Don Morosini fu arrestato a Roma dalle SS  il 4 gennaio 1944, dietro delazione di una spia infiltrata dalla Gestapo tra i partigiani della Banda Fulvi (ricompensata con una somma altissima di 70.000 lire !), mentre rincasava nel Collegio Leoniano in Via Pompeo Magno 21, nel quartiere centrale di Prati. Fu rinchiuso nel Terzo Braccio del carcere romano di Regina Coeli, controllato da nazisti. Stava in cella con il partigiano Epimenio Liberi, poi trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, che ebbe una bambina mentre era in  carcere. Don Morosini, che aveva studiato musica al Collegio Alberoni di Piacenza, compose per il suo bambino che doveva nascere una Ninna nanna, il cui spartito musicale originale è conservato nel Museo storico della Liberazione di Roma, allestito nell’ex carcere nazista di Via Tasso 145.

Benché torturato, non fece i nomi di altri partigiani. Fu accusato di aver trasmesso agli Alleati la copia della mappa delle difese tedesche sul fronte di Cassino, che aveva avuto da un Ufficiale tedesco ricoverato nell’ospedale militare ricavato in un’ala del Collegio Leoniano, e di possesso di armi ed esplosivi, nascosti nelle cantine del Collegio, e quindi fu condannato a morte dal Tribunale tedesco di guerra il 22 febbraio 1944.  Nonostante le pressione esercitate dal Vaticano per salvarlo, fu fucilato, alla schiena, il 3 aprile 1944 nel Forte  Bravetta, sulla via omonima, dove i nazisti hanno trucidato oltre settanta partigiani romani  durante i 271 dell’occupazione di Roma.

Fu accompagnato alla fucilazione dal Vescovo Ausiliare di Roma Mons. Luigi Traglia, che l’aveva ordinato sacerdote  nel 1937.

Il plotone di esecuzione era composto da 12 militi della Polizia dell’Africa Italiana-PAI. All’ordine di aprire il fuoco, dieci militari spararono in aria, mentre gli altri due lo ferirono. Allora, l’Ufficiale fascista che comandava il plotone di esecuzione lo uccise con due colpi di pistola alla nuca. Per la sua attività nella Resistenza ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valore Militare, alla Memoria. 

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