A Verrecchie la signora Elena di 93 anni mi ha raccontato…

 

di Giorgio Giannini

 

A Verrecchie (Frazione di Cappadocia, in provincia de L’Aquila) ho intervistato la Sig.ra Elena Tocci, nata il 25 luglio 1928, ultima di quattro figli (tre femmine ed un maschio), sposatasi nel 1951 con Domenico D’Ambrogio nella Chiesa Vecchia di San Egidio, (costruita dai Benedettini, probabilmente nel X secolo, nel pianoro al di sopra dell’abitato, alle pendici del Monte Padiglione). Ha avuto quattro figli: Daniela, Stefano, Michele e Danilo. Purtroppo,  Stefano è morto da piccolo e Daniela è deceduta alcuni anni fa per una grave malattia. La Sig.ra Elena si commuove molto a raccontarmi queste tristi vicende familiari.

Mi ha raccontato che ha frequentato la Scuola Elementare nell’edificio appena costruito a Verrecchie (all’inizio degli anni trenta, tuttora esistente ed usato dalla Pro Loco e come ambulatorio medico), dove c’erano  due pluriclassi: una che riuniva gli scolari delle prime tre classi e l’altra  per quelli della quarta e della quinta. La maestra era di Petrella Liri (frazione di Cappadocia, di cui allora Verrecchie non faceva parte, essendo Frazione di Tagliacozzo).  

Mi ha detto che da piccola, quando non doveva fare i lavori commissionati dai genitori, giocava con i coetanei (anche ragazzi), soprattutto andando sull’altalena o saltando con la corda.

Riguardo al matrimonio mi ha detto che in Chiesa c’era tutto il paese, mentre al pranzo c’erano solo i parenti, i “compari” e pochi amici, come allora si usava fare.

Mi ha raccontato che nel dopoguerra le due sorelle maggiori Matilde e Giuseppina erano andate a Roma per lavorare “a servizio” (come collaboratrici familiari), come facevano molte altre ragazze, anche dei paesi vicini. Poi mi riferisce un fatto tragico accorso alle sorelle, che mentre stavano facendo l’autostop a Tivoli, lungo la Via Tiburtina, per ritornare a casa, sono state investite da un veicolo. La sorella minore Giuseppina è morta per le ferite riportate, mentre la maggiore, Matilde,  si è salvata ma ha riportato gravi ferite alle spalle. É stata ricoverata a lungo in ospedale ed ha portato per 40 giorni l’ingessatura. Si commuove ancora molto a raccontarmi questa sciagura familiare.

Ricorda molto bene che, durante la guerra,  i soldati tedeschi (varie decine e molti erano di origine cecoslovacca) alloggiavano nelle case, che avevano requisito, nel centro storico del paese (nella parte alta, alle pendici del Monte Padiglione) e che avevano una centrale radiotrasmittente, montata su un camion, nascosto sotto grandi piante di noci, fuori dell’abitato, vicino alla Chiesa Vecchia di San Egidio.

Ricorda anche bene che i tedeschi hanno preso tutti gli animali a suo padre, quando si sono ritirati, all’inizio di giugno 1944: hanno portato via due asini, tre mucche e molte pecore. Queste ultimi animali erano la risorsa economica più importante per gli abitanti di Verrecchie in quanto davano ogni giorno il latte, con cui si produceva il formaggio, che poi era venduto, ed ogni anno i vitelli e gli agnelli, anche loro venduti per far quadrare il bilancio familiare.

Mi ha detto che durante la guerra  il fratello stava nell’isola di Creta ed era attendente di un Ufficiale superiore. Per fortuna è tornato a Verrecchie, con una lunga licenza, nell’estate 1943, per cui al momento dell’armistizio dell’otto settembre era ancora a casa e quindi non è stato catturato dai tedeschi e deportato nei Lager in Germania, come è accaduto ad altri 650.000 nostri soldati. Un suo carissimo amico, rimasto a Creta, è morto in un Lager tedesco. Il fratello, durante l’occupazione nazista, è andato in montagna, come tutti gli altri giovani in età di leva, ricercati dai nazifascisti come disertori o renitenti alla leva.      

Ricorda bene la presenza a Verrecchie del regista Ludovico Visconti e di sua sorella Uberta, che abitavano nella casa di Fidalma Federici, nella parte bassa del paese (nella località detta “le cortine”), ed anche della moglie e dei due figli di Roberto Rossellini, Romano e Renzo, che stavano nella casa di Vesprina Di Bernardo, nel centro storico, vicino a casa sua. 

Mi ha detto che ha  imparato il mestiere di sarta, con l’aiuto della madre, che aveva una macchina da cucire, e che sapeva fare i modelli per cucire i vestiti. Al riguardo mi ha raccontato che ancora per molti anni nel dopoguerra si usava “passare” i vestiti dal fratello o dalla sorella maggiore a quelli minori, eventualmente con una piccola “sistemazione”, per non comprare nuove stoffe e quindi risparmiare i soldi che si ottenevano con la vendita dei prodotti agricoli e dell’allevamento.

Infine mi ha raccontato che, dopo il matrimonio, ha gestito per 33 anni l’osteria del paese (ubicata dove in seguito è stato allestito il bar, poi diventato anche pizzeria, gestita da Rolando Di Cesare) e che mentre gli uomini “giocavano a carte” lei “faceva la maglia” per realizzare indumenti per i familiari. Mi dice, con fierezza, che ha sempre lavorato, che ”non si fermava mai”. Il fatto di essere “sempre in attività” l’ha sicuramente aiutata a non invecchiare precocemente. Infatti porta molto bene i suoi 93 anni!

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