Va tolta la censura al film Il Leone del deserto sul nostro colonialismo in Africa

di Giorgio Giannini

Alla fine degli anni settanta il presidente libico Muammar Gheddafi finanzia con 35 milioni di dollari la produzione del film Il leone del deserto (Lion of the Desert), per la regia di Moustapha Akkad (un siriano naturalizzato statunitense), che racconta la decennale resistenza attuata negli anni venti contro le nostre truppe, guidate dal generale Rodolfo Graziani (interpretato da Oliver Reed), nominato nel marzo 1930 da Mussolini Vice Governatore della Cirenaica (il Governatore della Libia era Pietro Badoglio), dall’anziano insegnante elementare (nato nel 1858) e dirigente della Confraternita senussita Omar al-Mukhtar (interpretato da un bravissimo Anthony Quinn), catturato l’11 settembre 1931, sommariamente processato a Bengasi (capoluogo della Cirenaica) e condannato a morte mediante impiccagione, eseguita la mattina del 16 settembre nel Campo di concentramento di Soluch davanti a 20.000 internati, che è diventato un eroe nazionale ed un mito per il popolo libico e di cui Gheddafi era un grande ammiratore.

Il film, di quasi tre ore, girato ad Hollywood, a Cinecittà (Roma),  a Latina e nel deserto libico del Fezzan è stato proiettato in prima mondiale nell’aprile 1981 a New York e nel 1982 al Festival del cinema di Cannes.

È stato quindi distribuito in molti Paesi, anche europei, essendo considerato da vari storici, anche stranieri, un buon film sul colonialismo. Al riguardo lo storico inglese  Denis Mack Smith ha dichiarato, in una intervista rilasciata dopo l’uscita del film al giornalista Raffaello Molinari e pubblicata sulla rivista Cinema nuovo n. 275 del febbraio 1982:Mai prima  di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l’ingiustizia del colonialismo è stata denunciata  con tanto vigore…chi giudica questo film con criterio dell’attendibilità storica, non può non ammirare l’ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione dei fatti”.

Però nel 1982 il film non ottiene il visto della “censura” nel nostro Paese perché, secondo il Presidente del Governo, On. Giulio Andreotti.  è “lesivo della dignità nazionale italiana in quanto danneggia l’onore dell’esercito”. Contro il film si esprime anche l’On. Raffaele Costa, Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri, in risposta ad una interrogazione presentata alla Camera da un Deputato di Destra.

Da allora il film ha circolato clandestinamente. Nel marzo 1987 è vietata dalla Polizia la sua proiezione in un cinema di Trento, con il sequestro della pellicola, durante un meeting pacifista; quattro organizzatori, componenti del Coordinamento trentino per la Pace, sono denunciati per “rappresentazione cinematografica  abusiva” e nel febbraio 1988 sono condannati al pagamento di un’ammenda di 100.000 lire ciascuno.

Il film è proiettato non ufficialmente, nella versione originale in inglese, al Festival del cinema di Rimini nel 1988 ed in seguito in altri Festival, in particolare nel  2002 al Festival di Popoli di Firenze (il più importante Festival del cinema documentario italiano).

Nel 2003 il Ministro dei Beni Culturali  Giuliano Urbani conferma la censura sul film, la cui revoca è stata richiesta con una interrogazione parlamentare.

Il 10 giugno 2009 Gheddafi arriva, per la sua prima visita ufficiale in Italia, all’aeroporto romano di Ciampino, accolto dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Sulla giacca porta appuntata una grande fotografia che ritrae Omar al-Mukhtar in catene ed è accompagnato dal novantenne figlio del leader libico Muhammad (morto a Bengasi nel 2018 a 97 anni).

La sera del giorno seguente Sky Cinema proietta in TV il film, nella versione in lingua italiana, che è replicato più volte.  Così, dopo quasi 30 anni cade di fatto la censura sul film, che però persiste ufficialmente e quindi non è mai stato proiettato né dalla RAI né nelle sale cinematografiche, anche se si trova su  You Tube.

Riteniamo che, dopo 40 anni, i tempi siano maturi affinché la censura venga finalmente revocata e quindi si possa vedere il film, che è un utile documento per capire i crimini commessi dalle nostre autorità militari nella Cirenaica, per eliminare il sostegno popolare alla resistenza senussita, che alcuni coraggiosi storici (Giorgio Rochat, Angelo Del Boca, Eric Salerno…) hanno documentato in varie pubblicazioni dagli anni settanta. Al riguardo ricordiamo: la deportazione dell’intera popolazione  del Gebel Akhdar (Montagna Verde), di circa 100.000 persone, nei campi di concentramento, allestiti in tende nel deserto della Sirte, nei quali è morta la metà degli internati, per gli stenti e le malattie; la distruzione dei villaggi, con il massacro degli abitanti, per togliere il sostegno ai “ribelli” senussiti;  l’uso dei gas e di altre armi chimiche, vietate dalla Convenzione internazionale di Ginevra del 1925, che è stato riconosciuto dal nostro Ministro della Difesa nel 1996.

Certamente il film esalta il valore dei resistenti libici, che si battono coraggiosamente, armati solo di fucili, contro i nostri soldati, che invece hanno autoblindo, carri armati  ed aerei, e che sono affiancati da truppe indigene molto combattive: i savari libici (cavalieri), gli ascari eritrei e gli zaptiè (Carabinieri coloniali). Inoltre evidenzia il lato umano di Omar al-Mukhtar, che rifiuta di uccidere il giovane Tenente Sandrini, unico superstite del suo reparto caduto in un agguato, riconsegnandogli addirittura la bandiera italiana, che era stata presa.

Il film però sottolinea anche l’umanità di almeno tre ufficiali italiani. In primis il  Tenente Sandrini, che, durante l’attacco ad un villaggio, rifiuta di far uccidere una donna libica affermando che non si è arruolato “per impiccare le donne”. In seguito è ucciso a tradimento da un ufficiale della Milizia fascista (le Camicie Nere), che gli spara nella schiena, durante uno scontro con i libici.

Inoltre molto positiva è la figura del Colonnello Diodice (interpretato da un bravissimo Ralf Vallone), che, diversamente dagli altri Ufficiali, è un profondo conoscitore della personalità e delle tradizioni dei libici e dimostra comprensione e d umanità nei confronti di Omar al-Mukhtar in due situazioni, non reali, inserite appositamente nel film: prima cerca di far attenuare le condizioni umilianti che le nostre autorità civili e militari cercano di imporre al capo senussita durante le trattative per far cessare l’opposizione della popolazione della Cirenaica alla nostra occupazione; in seguito, dopo la cattura del leader libico, garantisce per lui, facendogli togliere le umilianti catene.

Infine molto positivo è il ruolo del Capitano Roberto Lontano (personaggio reale), che, nel processo davanti alla Corte Marziale, è il “difensore d’ufficio” di Omar al-Mukhtar, che deve rispondere di ben 16 capi d’accusa. Lontano lo difende in modo coraggioso, affermando che al- Mukhtar non può essere accusato di “alto tradimento” perché non si è mai sottomesso all’Autorità italiana e quindi deve essere considerato un “prigioniero di guerra”. Il Capitano viene punito, per aver “travalicato il suo compito” di difensore d’ufficio, con ben 10 giorni di “camera di rigore”.

Nel processo al-Mukhtar rifiuta in particolare con sdegno l’accusa di aver torturato i soldati italiani prigionieri.         

L’unico ufficiale “negativo” è quello delle Camicie Nere (quindi non un militare dell’Esercito, ma un fanatico “fascista), che spara alla schiena al Tenente Sandrini.

Pertanto, il film non è assolutamente “lesivo dell’onore dell’Esercito”, come affermato  nel 1982 dal  Presidente del Governo, On. Giulio Andreotti. Pertanto il film deve essere “riabilitato”, dopo 40 anni di censura, perché serve a riflettere sul nostro passato coloniale, facendo conoscere, almeno in parte, i crimini commessi in Libia.

Riteniamo che sia ormai tempo di “fare i conti” con il nostro “passato scomodo” e di riflettere sulla “visione romantica” della storia del nostro Colonialismo in Africa, che ha portato alla nascita ed alla diffusione di alcuni  “miti”, ancora oggi molto popolari, primo fra tutti quello che noi italiani siamo stati, a differenza di altri colonizzatori europei, “brava gente”, dato che abbiamo portato ai popoli africani la Civiltà, costruendo case, scuole, ospedali, acquedotti e strade. Crediamo che questo percorso di autocritica farebbe onore al nostro Paese, che potrebbe “stare a testa alta” nel consesso delle Nazioni democratiche. 

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