Ricordando la battaglia di Rieti_Antrodoco del 7-9 marzo 1821

La battaglia di Rieti-Antrodoco  del 7-9 Marzo 1821

Lesta

Sintesi di Luciano Tribiani

 

Gli storici hanno relegato a figure minori del nostro Risorgimento alcuni personaggi che senz’altro meritano ben altra considerazione. Il generale Guglielmo Pepe , a dispetto dei suoi detrattori, forse è stato uno di questi e in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sarebbe il caso di riparlarne, di rivalutarlo ,anche perché ha legato il suo nome anche alla città di Rieti la quale si trova coinvolta tra le pagine più esaltanti anche se sfortunate del nostro Risorgimento. Nel nostro excursus storico cercheremo di rispondere alle seguenti domande :

 

1-) Quale fu lo il completo scenario geografico in cui si svolse la Battaglia di Rieti.

2-) Quale fu il reale spiegamento delle forze in campo.

3-) Perché proprio a Rieti e dintorni .

4-) Fu una vera battaglia o una semplice scaramuccia.

5-) Quale fu la vera dinamica dei movimenti delle forze in campo.

6-) Quale fu la strategia del Pepe.

7-) Quale fu la strategia e la tattica dei generali imperiali.

😎 La tattica adottata dal Pepe fu corretta.

9-) Il Pepe per primo occupò Rieti, perché si ritirò.

10-) Fu giusto tacciare di codardia e tradimento il Pepe.

11-) Quale fu la vera portata dell’avvenimento.

12-) Quali ripercussioni ebbe negli anni a venire sugli sviluppi del nostro Risorgimento.

 

 

Torniamo alla ricostruzione della battaglia così come ci è pervenuta dalle varie documentazioni di cui disponiamo. Un forte peso hanno le “Memorie” del gen. Pepe ed una mappa, rintracciata nel Museo San Martino di Napoli, disegnata, a posteriori, nel 1844 da Giacinto Ferrarelli, all’epoca dei fatti  ufficiale dell’esercito costituzionale. Le Memorie su menzionate potrebbero essere giustamente faziose per la ricostruzione  imparziale dei fatti, la mappa è incomprensibile per lo più ma presenta uno scenario completo dello svolgimento nei diversi fronti, altre sono ricostruzioni parziali fatte dagli storici locali. In base a tutti questi elementi cerchiamo di comporre le tessere di un mosaico più complesso di quello che si possa immaginare.

Nei primi di Febbraio 1821, l’esercito austriaco , forte di 52.000 soldati, passò il Po. Era frazionato in 5 divisioni comandate dai generali Wallmoden, Wied-Runkel, Stutterheim, Assia-Hamburg e Lederer ; comandante supremo il generale barone Giovanni Frimont , divenuto in seguito principe di Antrodoco. La strategia semplice e lineare fu la seguente : la divisione Wallmoden marciò su Ancona il cui porto fu occupato da una squadra austriaca e di là volse a Tolentino e scese a Foligno, Terni e Rieti. Tre divisioni passando per Arezzo e Perugia si portarono rispettivamente a Terni, a Foligno ed a Spoleto. L’ultima , comandata dal gen. Stutterheim passando per Empoli e Siena , puntò su Tivoli. Come si nota, quattro divisioni nemiche su cinque miravano ad invadere gli Abruzzi. Profilandosi verso questa parte il pericolo , era necessario che il Carrascosa mandasse la maggior parte delle sue forze in sostegno del gen. Pepe ; invece il primo non inviò rinforzi ed il secondo si trovò a fronteggiare quasi l’intero esercito austriaco. Inoltre critica era la situazione del Pepe , il quale per giunta si trovava con 2.000 legionari privi di fucili ed aspettava che gli giungessero due battaglioni di fanteria e due squadroni. Intanto, a causa degli scarsi approvvigionamenti , del proclama del re Ferdinando, della scarsezza delle armi, del freddo, numerosi erano i casi di diserzione e fra le truppe non regnava più l’entusiasmo dei primi giorni, ma la sfiducia ed il desiderio di pace dovuto al malcontento. Stando così le cose , il Pepe concepì un audacissimo disegno : dare addosso con tutte le forze di cui disponeva sull’avanguardia comandata dal Wallmoden e ricacciarla a Terni. Una vittoria avrebbe rialzato il morale dei suoi, avrebbe fatto decidere il Carrascosa a mandargli rinforzi ed avrebbe minato la baldanza degli Austriaci. La tattica da adottare, ereditata da Napoleone, nelle intenzioni del  Pepe era quella di affrontare separatamente gli eserciti rimanendo in superiorità numerica per avere le maggiori opportunità di batterli in tempi diversi. Le forze partenopee erano fronteggiate dai 14.530 soldati della divisione comandata dal tenente generale conte di Wallmoden divisi un due brigate : la prima comandata dal generale di brigata Villata , forte di 5.500 fanti e 500 cavalieri di stanza a Rieti, l’altra di circa 6.000 uomini, comandata dal generale di brigata Geppert, con 12 cannoni dislocata presso la contrada di case Vicentini, pianura che si estende da Terria a Montisola  a  4 o 5 Km dalla prima. La probabilità di riuscita dell’ardua impresa progettata dal Pepe derivava dal fatto che le due brigate erano dislocate separatamente l’una dall’altra e ciò gli avrebbe consentito di combattere con entrambe non contemporaneamente ma in rapida successione temporale approfittando dell’eventuale sbandamento della prima, all’inizio degli attacchi su diversi fronti,  e di un sicuro disorientamento della seconda a questo punto colta di sorpresa. La brigata del gen. Villata era così dislocata :

 

500 cavalieri in avanguardia sulla strada di Cittaducale ;

1000 soldati a sul colle dei Cappuccini ;

1500 soldati dietro la cavalleria

1000 fanti a Porta Romana

500 fanti sui colli di Castelfranco

1500 fanti  costituenti la riserva dentro le fortificazioni della  città di Rieti.

 

Altri 2.500 uomini circa , sotto il comando del colonnello Schneider, si trovavano a Piediluco pronti ad intervenire alla minima occorrenza.

La sera del 6 marzo il Pepe si trasferì a Cittaducale e per l’azione che doveva aver luogo il giorno dopo divise le sue forze in tre colonne secondo il piano elaborato dal suo capo di stato maggiore Del Carretto. Ricordiamo in sintesi il piano poiché il Pepe nelle sue “Memorie” non menziona con precisione tutti i luoghi dello spiegamento e dei movimenti delle sue truppe.

La prima colonna , al comando del gen. Montemaior  e forte di circa 7.000 uomini dopo aver superato il ponte sul Velino presso Cittaducale , aver percorso la strada vicinale che portava a Casette, superara il ponte sul Salto e giungeva ad occupare i colli di Campomoro, Sala e S. Antonio al Monte, spingendosi fino a Villa Ponam. Egli stesso doveva all’alba attaccare Rieti dal lato di Porta Romana. La colonna di centro comandata dallo stesso Pepe doveva assalire frontalmente le forze nemiche dislocate dalla parte della strada di Cittaducale ; quella di destra comandata dal gen. Russo doveva occupare Castelfranco ed i colli dell’Annunziata. In sostanza il Pepe si proponeva di impegnare fortemente gli austriaci alla loro destra costringendoli a portare sul posto molte forze , attaccarli quindi vigorosamente al centro ed avvolgerli alla loro sinistra. Inoltre il colonnello Liguori da Leonessa doveva puntare su Piediluco per impedire che i 2.500 austriaci là dislocati potessero accorrere a sostenere la divisione Wallmoden.  Il,piano del Pepe era impeccabile come lo stesso nemico ebbe a riconoscere , ma presupponeva che le manovre fossero eseguite puntualmente e con prontezza. Invece il Montemaior che avrebbe dovuto attaccare alle 6 del mattino, attaccò soltanto alle ore 10 e, sebbene avesse la superiorità numerica, unico fronte ad averla, procedette all’azione così lentamente e fiaccamente che il nemico non sentì nemmeno il bisogno di richiamare truppe di rinforzo , sortendo l’effetto di  indebolire lo spiegamento centrale. L’asse portante del fronte nemico fu energicamente assalito dalle truppe del Pepe alle ore 11 del 7 Marzo. Il reparto di cavalleria che era sulla strada di Cittaducale ed i 1500 fanti che lo seguivano , indietreggiarono ripiegando sul colle San Mauro o colle dei Cappuccini in modo che i partenopei riuscirono ad impadronirsi del colle di Lesta e del casino Stoli da dove con due pezzi di artiglieria cominciavano a martellare efficacemente gli austriaci di Porta d’Arce. Mentre il Pepe si muoveva al centro , il Russo entrava in azione alla destra e, nonostante la viva resistenza nemica, compiva rapidi progressi su per Castelfranco. Ma già la seconda brigata austriaca che si trovava dentro Rieti correva ai ripari ed è proprio in questa circostanza che si realizza il capolavoro tattico degli imperiali : si muovono contemporaneamente su quattro fronti per rinforzare tutte le proprie linee, uscendo dalle mura reatine. Una colonna di 1000 uomini avanzando a soccorso di Porta Romana, minacciava il fianco sinistro del  Montemajor ; il centro era rinforzato da una colonna di 1000 soldati con 6 cannoni. Una colonna usciva da porta d’Arce e prendeva la strada del Cordale che costeggia il colle San Mauro per cogliere di sorpresa le truppe costituzionali che si trovavano asserragliate sul colle di Lesta. Infine due battaglioni di oltre 1000 fanti austriaci si portavano prontamente sui colli di Castelfranco, chiamati anche colli dell’Annunziata, e , unitisi ai difensori che erano stati respinti, iniziavano con fortuna la riscossa contro le truppe del gen. Russo.   Per sostenere l’ala destra vacillante, il gen. Pepe inviò il colonnello Casella con 1300 regolari della riserva, i quali, dopo aver respinto un reparto di cavalleria nemica andarono a schierarsi all’estrema destra. Il loro intervento fu certo di molta utilità ai costituzionali che si battevano a Castelfranco , ma non valse a ristabilire la situazione. Si combattè con alterne vicende a lungo da una parte e dall’altra. Di buon mattino, presumibilmente prima dell’inizio delle ostilità,  le truppe di riserva di stanza presso la contrada di Case Vincentini e l’antico borgo di Contigliano, formanti la brigata Geppert, iniziarono a muoversi , attraversarono il ponte sul Velino presso la località Scafa poco più a valle della confluenza del Velino con il torrente Turano. Arrivarono presso la località “Madonna dei Frustati” , odierna Madonna del Cuore ; di lì si divisero in due direzioni, verso i Colli dell’Annunziata e verso Porta Cintia a sostegno delle truppe del gen. Villata. In tal modo gli austriaci, rinforzati dalle nuove colonne, riuscirono ad incunearsi fra i corpi del Russo e del Casella , che erano costretti, purtroppo a ripiegare , sempre però combattendo , il primo sulla destra della strada Salaria che da Cittaducale porta verso Rieti, il secondo su Cantalice. La ritirata della destra e l’insuccesso della sinistra consigliarono il Pepe alla ritirata. Furono da lui mandati gli ordini ai comandanti delle colonne e si cominciava ad eseguirli , quando gli austriaci passarono al contrattacco. Al centro , dove più che negli altri punti il nemico assaliva con violenza, i costituzionali reagirono con grande coraggio e prima resistettero all’assalto poi lo respinsero nettamente . Allora ricominciò il ripiegamento validamente protetto dalla artiglieria del capitano Ruiz ma, ad un tratto, non si sa bene perché, le truppe partenopee furono invase dal panico, si scompigliarono e si diedero alla fuga. Gli austriaci non approfittarono di quello scompiglio ed inseguirono con poco vigore ; d’altro canto il gen. Russo con quattro cannoni , trecento cavalli e seicento soldati regolari, riuscì degnamente a trattenere il nemico infliggendogli gravi perdite. Il Pepe si fermò presso Cittaducale e di là emanò l’ordine affinché ci si adoperasse  a fare di tutto per raccogliere gli sbandati ad Antrodoco. Il Montemaior ripiegò su per le alture del Velino debolmente inseguito dagli austriaci. Risultato migliore non ebbe il colonnello Liguori. All’inizio , approfittando dell’effetto sorpresa, riuscì ad avere il sopravvento sull’avanguardia del distaccamento nemico di Piediluco, ma, entrati in azione tutti i 2.500 austriaci che lo fronteggiavano, fu respinto ed inseguito. Nei pressi del casale Stoli alcuni anni più tardi fu eretta una lapide a memoria di quella accanita lotta con la scritta :

Hic ceciderunt in bello pauci fortes Neapuletani atque Teutonici”. Quella lapide non esiste più.

Il generale Frimont, comandante supremo dell’esercito imperiale, ordinò alla divisione Wallmoden di riposare un giorno e di muovere quindi all’attacco delle formidabili posizioni difensive di Antrodoco. Nel frattempo per la cronaca, la divisione Wied-Runkel doveva avanzare da Terni a Rieti e la divisione Stutturheim da Tivoli doveva marciare in direzione di Tagliacozzo ed Avezzano. Alle ore 11 del giorno 9 Marzo il Wallmoden cominciò le operazioni contro Antrodoco alla cui difesa stava il gen. Russo con poco più di 1000 fanti e 300 cavalli. La difesa fu eroica e si scrisse un’altra bella pagina della storia del nostro Risorgimento : Antrodoco rimane un luogo che detiene un prezioso patrimonio di eroismi individuali. Ma le forze austriache erano talmente soverchianti che riuscirono a straripare alla fine in corrispondenza del passo Vignola. La brigata Geppert doveva assalire le posizioni difensive frontalmente, l’altra brigata , divisa in due colonne doveva aggirarle ai due fianchi. La colonna di destra  incontrò poche truppe e quindi poca resistenza, durante la manovra di avvolgimento ed alle ore 3 del pomeriggio giungeva sulla seconda linea dei trinceramenti nemici a Madonna delle Grotte ; più lento si svolse il movimento dell’altra colonna per l’accanita resistenza ivi incontrata. Questo spostamento  era ancora lungi dall’esser compiuto , quando il Geppert attaccò con la sua brigata le posizioni avversarie dello stretto di Borghetto, se ne impadronì e costrinse i difensori a ritirarsi ad Antrodoco , dove , protetti dall’artiglieria del castello , resistettero per qualche tempo ed eseguirono anche un contrattacco ; ma accortisi di essere stati aggirati dall’ala destra austriaca , verso le 4 del pomeriggio si ritirarono dalla parte opposta . La mattina del giorno 10 Marzo gli Austriaci occuparono i trinceramenti di Madonna delle Grotte e la sera i primi reparti imperiali entrarono nella città dell’ Aquila ; la mattina del giorno 11 si arrendeva l’ultimo baluardo costituito dal  castello di Antrodoco.

Questi i fatti rintracciati da diversi documenti e fedelmente riportati. Ma al di là del risultato che ben conosciamo la novità forse consiste nell’aver ricostruito uno scenario di gran lunga più esteso di quel che abbiamo sempre pensato e soprattutto il fatto che si va ben oltre la semplice scaramuccia che ci hanno sempre tramandato e che Rieti ed Antrodoco costituiscono il primo stupendo ed eroico scenario di una epopea gloriosa che costituirà il nostro Risorgimento.

Ma adesso rispondiamo all’ultima domanda : le ripercussioni storiche di una tale disfatta. Di seguito un pietoso elenco di quel che accadde : una feroce repressione decretata da uno dei più insensibili ed antistorici monarchi europei ed eseguita da uno dei più sanguinari aguzzini, quale fu il capo della polizia,  principe di Canosa.

Il 23 Marzo le truppe imperiali entrano a Napoli accolte festosamente dai partenopei così come aveva predisposto il re Ferdinando.

Il 31 Marzo con un decreto viene ordinato il disarmo totale dei cittadini.

Il 9 Aprile è istituita a Napoli la Corte Marziale per l’applicazione della pena di morte a quanti vengono trovati in possesso di armi. Un premio di 1000  ducati viene promesso a chi arresti i capi della rivoluzione.

Il 16 Aprile la nuova giunta esamina la posizione di tutti i militari del regno.

Il 10 Maggio sono destituiti tutti gli impiegati nominati dal governo precedente . Sono vietate le società segrete e libri e pubblicazioni sono sottoposti a regia censura.

Il 13 Maggio in un pubblico rogo sono bruciati i libri, le stampe, i manoscritti , i giornali ed ogni altra pubblicazioni “ritenuta” rivoluzionaria.

Un regio decreto dello stesso giorno stabilisce che non possono laurearsi gli studenti che non frequentano congregazioni religiose.

Se è vero , come è vero che la storia altro non è se non una concatenazione logica di eventi, la disfatta di Rieti soffocò ancora una volta la nascente borghesia partenopea facendo riemergere l’oscurantismo dell’assolutismo monarchico e chissà cosa sarebbe potuto succedere se le truppe imperiali fossero state inchiodate al di là dei confini del regno.

 

 

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