Regia Stazione Strampelli: riparte la ricerca

nazareno_strampelliIl Movimento civico Rieti Virtuosa esprime apprezzamento per l’approvazione da parte del Cipe del progetto che permetterà di riportare per tre anni la ricerca a Rieti all’interno della Regia Stazione di Granicoltura Nazareno Strampelli,  un’attività di ricerca tra l’altro collegata al prodotto principe dell’agricoltura reatina, l’olio extravergine d’oliva.

Un risultato ottenuto grazie ad una filiera istituzionale compatta ed efficiente, motivata anche da una spinta dal basso molto forte arrivata da comitati, associazioni e movimenti civici come il nostro.

Riteniamo a questo punto che la proposta avanzata nelle ultime settimane da Rieti Virtuosa in merito alla potenziale localizzazione della “scuola innovativa” individuata a Rieti e di prossima costruzione, ossia l’Istituto agrario, proprio in prossimità dei luoghi ove tornerà la ricerca in agricoltura, possa potenziare ulteriormente il progetto, ampliando la filiera anche agli studenti della scuola superiore e fornendo loro strumenti importantissimi per rendere il loro percorso di studi qualificante ed utile per collocarsi con successo nel mondo del lavoro.

Per questo  chiediamo alla Provincia, che ha attualmente individuato nel Polo di via Togliatti il luogo ove realizzare il nuovo istituto agrario, di riprendere in mano il ragionamento affrontandolo anche con il Miur e gli altri enti interessati, al fine di guardare insieme anche oltre i tre anni di finanziamento previsti dal progetto del Cipe.

Tre anni secondo Rieti Virtuosa importantissimi (e quindi da non sprecare “cullandosi sugli allori”) al fine di rendere stabilmente – con progetti di lungo respiro che permettano anche di ottenere fondi europei – la Regia Stazione di Granicoltura il fulcro di attività di ricerca, istruzione superiore e universitaria, oltre che attrattore imprenditoriale in un  settore sul quale Rieti può giocarsi la partita da protagonista.

 

http://www.effervescienza.com/alimentazione/produciamo-lo-stesso-frumento-del-1931/

Otto milioni di tonnellate all’anno, Italia costretta a importarne altre sei. Le cause? Cementificazione del suolo e abbandono dell’agricoltura. Nazareno Strampelli, il mago che vinse la Battaglia del grano.

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OCCHIALI E PETTO NUDO. Benito Mussolini in versione mietitore: un’immagine propagandistica della “Battaglia del grano” (1926-31)

Otto milioni di tonnellate all’anno. O, se vi piace di più, ottanta milioni di quintali. Se cliccate alla voce «grano, produzione in Italia», troverete più o meno questa cifra. Che è – reggetevi forte – la stessa quantità di frumento che il nostro paese produceva nel 1931, alla fine della «Battaglia del grano», la campagna di incremento delle rese cerealicole lanciata cinque anni prima da Benito Mussolini. Possibile? Possibilissimo, visto che il nostro paese l’abbiamo cementificato (solo negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso il 15% della terra coltivata*) e che l’agricoltura non sembra importare un fico secco a nessuno.

Stessa produzione di oltre ottant’anni fa, sissignori. Ma con una bella differenza: che là, durante il fascismo, l’Italia aveva meno abitanti, e risolse «autarchicamente» il problema dell’autosufficienza alimentare. Mentre qui, oggi, di frumento siamo costretti a importarne quasi 6 milioni (fonte: Coldiretti), con il risultato che un pacco di pasta su tre e circa la metà del pane venduto è fatto con farine comprate dall’estero, e che sulla nostra già dissestata bilancia commerciale grava un ulteriore peso mica da ridere. Quello stesso peso che l’Italietta in camicia nera si tolse di torno nel giro di soli cinque anni, dal 1925 al 1931, aumentando la produzione del grano da 50 a 81 milioni di tonnellate, risparmiandone 25 di import ed eliminando così un deficit colossale: ben 5 miliardi di lire di allora!

Come ci riuscì? Senza aumentare di un metro quadrato la superficie coltivata. Con distribuzione gratuita dei semi, finanziamenti, crediti, concorsi a premi, informazione a tappeto (le famose «cattedre ambulanti»), detassazioni del petrolio per uso agricolo. Soprattutto, ecco, con le «Sementi Elette», cioè le varietà di grano create dal genetista Nazareno Strampelli, il «Mago del grano», chiamato dal Duce nel suo Comitato Permanente come esperto tecnico per risolvere la faccenda, e poi nominato addirittura senatore. Una grande vittoria propagandistica, certo, con i manifesti, la retorica e le immagini di Mussolini che trebbiava il frumento a petto nudo. Ma anche una grande vittoria agli effetti pratici: non solo per i risultati di cui si diceva sopra, ma soprattutto perché con la Battaglia del grano l’Italia di fine anni Venti s’impose al mondo intero stabilendo primati assoluti di produzione per ettaro, e dando la pappa persino agli americani: nel 1931, tanto per dire, su una superficie di 5 milioni di ettari, si producevano ben 16,1 quintali di grano all’ettaro, addirittura il doppio degli USA (8,9%)!

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Una vittoria di tale risonanza planetaria che dopo la Seconda guerra mondiale le ricerche di Strampelli (nella foto) – come dicevamo nell’articolo sugli Antichi Cereali del 30 settembre ­scorso – vennero riprese pari pari dai ricercatori americani tra cui Norman Borlaug e, finanziate senza riserve dal «solito» multimiliardario Rockefeller, fecero da base per le ibridazioni della «Rivoluzione Verde» anni ‘60. Il risultato? Che Borlaug, con il suo grano nanizzato e pieno di concimi chimici, vinse un premio Nobel nel 1970, mentre la fama del Mago Strampelli è finita praticamente nel dimenticatoio. Lui, fondatore dei primi enti mutualistici, che non aveva avuto il Nobel solo per la sua adesione (neanche entusiasta) al fascismo, si era battuto per la distribuzione gratuita delle Sementi Elette agli agricoltori e – al contrario dei Signori degli OGM ­– non aveva neanche voluto saperne di brevettarle. E quando andò in pensione rifiutò pure il trattamento economico speciale che avrebbe dovuto ottenere come senatore. Ma già: altri tempi, altri uomini.

Furio Stella

* Tre altri piccoli dati sulla cementificazione del territorio italiano: 1) la superficie urbanizzata è aumentata dal 1956 al 2001 del 500% (fonte: cit. Giovanni Valentini, Raitre); 2) dal 1990 al 2005 sono stati consumati 3 milioni di ettari, pari a due regioni come Lazio e Abruzzo (idem); 3) nei prossimi 20 anni la superficie delle aree urbane sarà destinata ad aumentare di circa 600 mila ettari al vertiginoso ritmo di 75 ettari al giorno (fonte: Fondo Ambientale Italiano e WWF).

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