Personale di Antonio Pusceddu a Palombara

di Marco Testi

La curvatura dello spazio, la non linearità del tempo, la presenza della figura, e non solo quella umana, oltre la mìmesis tradizionale, il passaggio attraverso le trasgressioni di fine Ottocento e del Novecento e l’esserci del qui e dell’ora: in poche parole l’essenza dell’arte di Antonio Pusceddu, che ha inaugurato la sua personale il 7 giugno. Una esposizione che diverrà permanente nel suo studio di Piazza Vittorio Veneto a Palombara Sabina.

Le sue coppie, le sue folle in pianto, con la loro frontalità che richiamano l’emersione del non detto, e ai tempi della reazione anti-popolare di fine Ottocento, ad esempio il Quarto Stato, dell’indicibile, del fino ad allora non rappresentabile, le sue famiglie, e quelle che un tempo si sarebbero chiamate nature morte richiamano l’apparente marginalità del fondamento, che appare su una linea a tutta prima periferica e che suggerisce invece la compenetrazione di massa ed energia, di grande e piccolo.

 Ed è per questo che i suoi legni -e non solo legni- scartati, che divengono nuove forme rendendo tangibile la verità anche evangelica della pietra  messa da parte e che invece si rivela testata fondante di nuovi universi di senso, sono parte materica di una antica e nuova creazione tutt’uno con il mondo.

Basta la presenza dell’occhio parte di un volto che non è decifrabile solo con l’esclusiva mìmesis, come accade, ma sono solo citazioni parziali di un tutto, nella tempera acrilica Lacrime rosse, o del movimento assecondante e assecondato di un’altra tempera acrilica spruzzata su compensato, Coppia. Qui emerge l’allungamento del volto, come ancora in alcune realizzazioni all’inizio del secolo breve, in un movimento segnico e cromatico in grado di significare tutto il resto, gli abbracci, la congiunzione, il muoversi insieme in un accordo non solo materico.

Il manichino portato a gloria simbolica e semantica da De Chirico e Savinio, e non è solo una questione familiare, ma la nuova sensibilità verso l’antica apparenza delle cose, qui diviene nuova materializzazione e nuova visione di ciò che è anche materia, ma anche sguardo tridimensionale e rivelazione epifanica di un nuovo che in realtà è manifestazione animica, e perciò anche spirituale, di un metaverso mai imprigionabile in una forma in sé e per sé.

E non unicamente legato alle nuove intelligenze.

L’arte è anche questo percorso nelle pieghe dello spazio e del tempo, coscienza di parzialità della sua visione e abissale sprofondamento in un senso che si rivela in modi e tempi mai uguali a se stessi, e infiniti.

Le opere di Pusceddu che si possono ammirare ora a Palombara stanno lì a dimostrare questo cosciente assenso al nuovo e antico spazio-tempo, attraverso la sua capacità di rappresentazione -tutt’uno con l’essere e con l’esserci- di un apparente fuori che è la stessa essenza dell’interiorità e dei fondamenti dell’essere.

 

Marco Testi

Author: redazione