Mario Polia e il mistero dei NAR a Leonessa

di Maria Grazia Di Mario

Protagonisti di una straordinaria storia, apparentemente comune, sono: un agricoltore che durante una aratura, in località Vindoli di Leonessa, trova un reperto del secondo millennio a.C., una piccola “laminella plumbea” graffita sottilmente (di 4×5 cm circa, con spessore di 1 millimetro circa) e un antropologo di fama mondiale, Mario Polia, fondatore del Locale Museo Civico demo-antropologico. La particolarità è che la laminella è incisa, graffita sottilmente con caratteri destrorsi, in lingua latina di quel periodo, con tre parole distribuite su 3 righe. Presenta inoltre un foro, presumibilmente utile ad applicarla su un contenitore, un sacco di trasporto, o militare. E, grazie all’agricoltore, arriva nelle mani di un esperto che riesce a decifrarne il contenuto.

Ma cosa c’è scritto su questa laminella, che ha trovato degna collocazione presso il museo leonessano?

Lo spiega Polia, il quale ha esposto i suoi studi e la sua traduzione nel corso di un importante convegno (del quale saranno presto pubblicati gli Atti Scientifici) che si è tenuto nel luglio scorso, presso Monteleone di Spoleto, in presenza della Soprintendenza, e dove sono state illustrate tutte le novità archeologiche dell’Alto corso del NAR. In particolare riferite a Ruscio (paesino che si trova sotto Monteleone) e a Leonessa.

 

“RESNI è la parola scritta nella prima riga, è il dativo del nome Resenius abbreviato, nella seconda NERINATI vuol dire luogo della gente del NAR/NER, località di provenienza di Resenius – dice il ricercatore – nella terza si legge la parola ESCINVM, quest’ultima è in fase di decifrazione perché non esiste un termine simile, ma potrebbe essere riconducibile a derrate alimentari. Il significato dunque è in breve il seguente “Questo sacco è di Resenius, il quale appartiene alla gente del territorio del Nar”.

 

Ma cosa indica NAR/NER?

“Il territorio di Leonessa, fino alla fine del 1200, si chiamava Narnate, gli Angioini lo ribattezzarono Gonessa, la prima Leonessa. Lo sappiamo da documenti della Abbazia di Farfa, ai quali il territorio fu ceduto da Carlo Magno. Con questo toponimo era conosciuta anche dai Longobardi, si rintraccia infatti nei materiali che si riferiscono al Granducato di Spoleto”.

La laminella confermerebbe il nome antico di Leonessa come Narnate, come luogo della gente del Nar?

“Certamente.  Ma adesso andiamo a vedere che cosa è questo Nar/Ner, probabilmente parliamo di un gruppo etnico di lingua e cultura umbra del quale si conosceva l’esistenza, se pensiamo che addirittura Terni in latino si chiamava INTERAMNIA NAHARCUM, cioè città posta tra due fiumi, città dei naharci e che questa famosa gente del Nar è nominata anche sulle Tavole di Gubbio. Nar/Ner, nella lingua umbro – sabina, significava zolfo (nei gruppi linguistici italici le differenze erano minime). Ce lo conferma anche Terenzio Varrone, ma anche “forte”, tant’è vero che tra i sabini il nome nerius vuol dire nobile, potente. Non è un caso che Nerone si sia voluto chiamare in questo modo. Passiamo ora al fiume denominato NAR/NAHAR, o NER, applicato ad esso vuol dire fiume dalla imponente portata d’acqua, impetuoso. NAR è un termine molto antico, la radice è indeuropea ed ha sempre il significato di maschio e forte. *Nar, è inteso come maschio e forte anche tra i greci (ANER). Tra i Germani la divinità della virilità era Nerthus, in greco il signore delle acque profonde dell’Oceano si chiamava Neresu, la radice è la stessa, le sue figlie erano le Nereidi. Tra gli indiani dell’India, in sanscrito, uomo si dice NARA e narayana è il nome del dio che creò il mondo camminando sulle acque dell’oceano primordiale, altra radice indeuropea *snauer (fiume dalle acque potenti). Quindi il nome del Nera potrebbe derivare da Nar o da Snauer, con lo stesso significato e con alternanza vocalica”.

Dunque, un termine antichissimo.

“Certo, siamo nel secondo millennio a. C., parliamo di una radice indeuropea comune, proprio da queste radici si sono formate tutte le lingue italiche, latino, il sanscrito ed altre”.

 

Ma il Nera era anche un fiume sulfureo?

“Diversi autori, tra cui Virgilio, lo indicano come tale perché i romani, a Triponzo, fondarono una stazione termale davvero imponente per la cura della pelle, molto nota a quei tempi”.

Quale è l’importanza della laminella per Leonessa?

“Proprio grazie a questo ritrovamento abbiamo definito con certezza il nome del fiume che nasce dal monte TILIA, qui a Leonessa, chiamato Corno dal Medioevo. Il Corno nasceva e passava attraverso l’altopiano di Leonessa per arrivare sotto Monteleone di Spoleto e lo scoglio sacro di Santa Rita, dopo Cascia confluiva in quello che “oggi” si chiama il Nera”.

Oggi?

“Esistono due possibilità: o si chiamava Nera l’attuale fiume che nasce nelle Marche e come tale anche questo di Leonessa, l’attuale Corno, dato che anticamente i confluenti principali potevano prendere il nome del corso principale, oppure il Nera ha preso il nome dall’altopiano di Leonessa. La laminetta testimonia che a Leonessa viveva la gente del territorio del Nar, dunque il popolo di Leonessa aveva questo nome, riferendosi proprio al corso d’acqua Nera. Di questa gente ho trovato anche una tomba sotterranea a camera a carattere femminile  con rituale di inumazione non romana, bensì riferibile alla gente del Nar, ora esposta nel Museo”.

Dunque da oggi il Corno non è più Corno ma anticamente era Nar e forse da esso prenderebbe nome il Nera stesso.

 

“La faccenda che questo corso di fiume, che passa sotto Monteleone di Spoleto, si chiamasse Nar ormai è scientificamente assodata. Dopo questa mia scoperta ho restituito il nome antico a questo corso d’acqua rimasto tale fino all’arrivo degli Svevi i quali hanno peraltro ribattezzato la cittadina e il suo territorio come di Gonessa e non più di Narnate. Dal 1400 la trasformazione in Leonessa. Una scoperta ufficializzata e accolta dalla comunità scientifica“.

Ma i popoli del Nar erano Sabini?

“Direi di ceppo umbro, i sabini a Leonessa non erano presenti. La laminella è interessante perché ci parla di un personaggio dell’epoca, rintracciato peraltro in altri luoghi, chissà, forse un commerciante, o un soldato. La natura del contenuto del sacco è legata alla terza parola, sulla quale mi sto confrontando con studiosi di lingue antiche”.

Ma i Narnati erano originari del luogo?

“Anche loro sono stati il frutto di migrazioni indeuropee. Verso il 1000, 1200 a.C. le invasioni indeuropee portano i popoli italici nelle loro sedi. Non è che sul posto non ci fossero indigeni, ma queste popolazioni erano più evolute, avevano una organizzazione sociale, sacrale e si imposero“.

Una visita al Museo (aperto, in orario invernale, il venerdì e il sabato per l’intera giornata e la domenica mattina) è senz’altro una esperienza utile per conoscere la storia di Narnate, per ammirare la laminella e la ricostruzione della tomba a camera. Inoltre vi sono esposti vari materiali, sempre rinvenimenti di arature, come monete, lingotti usati prima della monetazione, punte di lance. Interessanti le due sale dedicate alla cultura pastorale e contadina divise in due fasce, cultura femminile e maschile. Una opportunità unica anche per dialogare con l’antropologo Mario Polia, sempre presente nel museo da lui fondato (nel 2016) e realizzato.

 

 

 

 

 

 

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