Mariella e il Castello che l’ha stregata

 

di Maria Grazia Di Mario

CASTEL SAN PIETRO (Ri) · PATRIMONIO E MEMORIA

Maria Luisa Petroni e la rinascita di Palazzo Bonaccorsi
Avvocato a Roma, originaria del paese, ha riportato in vita il palazzo nobiliare restaurandolo nel rispetto assoluto della sua storia e delle sue caratteristiche originarie.

La vicenda è raccontata nel libro Semper Libenter scritto da Giuseppe Bizzaro e Maria Luisa Petroni

 

La guerra mondiale era finita da poco e la miseria era tanta. Tutti i giorni in cui ci fosse il sole, la pioggia, o la neve, una ragazzina con i capelli ricci e scomposti, percorreva il lungo cammino che collegava Castel San Pietro a Poggio Mirteto (ben 7 chilometri di sola andata), per frequentare  le medie e successivamente il Liceo Classico. Era figlia del calzolaio del paese e di una donna intrepida e bella che svolgeva ogni sorta di lavoro per far studiare  sua figlia, da tutti chiamata affettuosamente Mariella. La bimba, molto intelligente, era diversa dalle altre, solitaria e fantasiosa  si era fatta notare a scuola dalla maestra la quale aveva parlato con sua madre insistendo perchè finisse gli studi. Un vero motore la determinazione della mamma che, ogni sera, l’aspettava lungo il sentiero che  da Castel San Pietro conduceva a Bocchignano comunicando a distanza con due torce che aveva acquistato, per poi proseguire insieme verso casa. Quando rimaneva sola fantasticava e sognava, si vedeva damigella in importanti celebrazioni che si svolgevano in luoghi “da fiaba”, ma non avrebbe immaginato che quello sarebbe stato proprio il suo destino. Al termine degli studi superiori  Maria Luisa Petroni lavora per mantenersi all’università, una vita fatta di studi e sacrifici, dopo la laurea in giurisprudenza una carriera di successo e un tesoretto senza il quale non le sarebbe stato possibile  acquistare un castello, il Palazzo Bonaccorsi di Castel San Pietro, oggi tra le Dimore storiche del Lazio. E così la storia millenaria di un Castello si lega a quella straordinaria di una bambina divenuta poi donna di successo e mecenate  e viene raccontata, fermata nel tempo, grazie ad una intuizione dello scrittore ed imprenditore Giuseppe Bizzaro. 

D’altronde non poteva che essere Lei la nuova Castellana, tra Mirella e quel Castello esisteva un forte legame che veniva da lontano. Il nonno era stato amministratore del barone, la madre amica della famiglia nobiliare; da bambina aveva giocato spesso nella Corte. 

“Alle 16:00 di ogni giorno andavamo a prendere il latte dalle mucche che i contadini portavano al barone – ricorda – e così approfittavamo per giocare nel Cortile. Ero riuscita a entrare fino alle stanze del biliardo, a quella del cinema, al salone delle suore dove anche noi bimbi recitavamo. Il castello era aperto, frequentato e c’era gran rispetto dei proprietari verso tutta la popolazione, anche la più  umile.  Un esempio di conduzione che sto riproponendo, oggi probabilmente anche più che in passato, perché molti paesani sono coetanei, li chiamo tutti per nome, è una casa come un’altra”.

Mirella aggiunge un particolare divertente: “Ricordo che al piano terra c’erano numerose teste di marmo (poi scomparse), tra noi era diffusa l’idea che in quelle teste ci fosse un fidanzato per ognuno di noi, a me, che ero la più piccola, avevano affibbiato la statua più brutta, avevo un fidanzato bruttissimo, ebbene quando ho acquistato il castello era l’unico rimasto…”.

Quasi un destino, o una fascinazione, si potrebbe pensare? Chissà!

“Penso che sia stato il castello a ipnotizzarmi”, con queste parole riassume l’origine di un’impresa lunga decenni: il recupero di un Palazzo nobiliare.  Avvocato affermato a Roma, la Petroni non aveva mai coltivato il sogno di diventare “castellana”, eppure, quando seppe che la proprietà – acquistata anni prima da una società che non era riuscita a sostenere il mutuo – era di nuovo in vendita, la decisione fu quasi immediata. A fare da tramite, un caso curioso: un affresco realizzato da un amico nel suo appartamento romano, mostrato a uno dei soci proprietari, riaccese la memoria che la legava da sempre al Castello. 

Comprare il palazzo baronale significò, prima di tutto, restituirlo ai suoi ricordi d’infanzia e alle persone della comunità perché (dice la Petroni) “nel paese tutti ci conosciamo, è questa per me la collettività e non un concetto astratto. Se si fa qualcosa per il paese, si fa per le persone”.   Certo è che l’acquisto di un immobile così impegnativo non era affatto nei suoi programmi. “I costi di acquisto non furono tanto onerosi quanto quelli per il restauro. Io non avuto figli e non sono sposata altrimenti sicuramente mi avrebbero interdetta “, dice ironicamente, considerando che a quella spesa si è aggiunta quella per il restauro della Casa parrocchiale e della Chiesa.

“A me piacciono le cose antiche e  belle, mai però mi sarebbe venuta l’idea di trasformarmi in una gentildonna. Credo che il castello stesso, ad un certo punto, abbia pensato, vediamo un po’ quale “strana” persona  potrebbe salvarmi! Ritengo di essere stata posseduta e di aver udito la sua richiesta di aiuto, ho sentito che, poveretto,  aveva bisogno di un custode, di un benefattore che avesse, ad esempio, riparato il tetto, altrimenti  sarebbe crollato, l’immobile non era abitabile,  era quasi in rovina e spogliato di ogni oggetto di arredo – spiega Maria Luisa   -. Non credo  di avere né meriti e né colpe, tutto accadde in maniera casuale, vivevo a Roma dove lavoravo,  ad un certo punto mi ritrovai in un letto d’ospedale e dovetti subire una operazione importante per  l’asportazione di un meningioma benigno, l’intervento avrebbe potuto anche causare infermità ma per fortuna andò bene, subito dopo feci affrescare ad un amico il mio appartamento  e avvenne che mostrai questo affresco ad uno dei tre soci che avevano comperato il castello, questa persona mi confidò che non riuscivano a pagare il mutuo, la decisione fu immediata, la trattativa breve, chissà, sarà stata la malattia  ad avere ispirato un significato diverso al mio modo di vivere, una vocazione, quella di donare alla collettività, oppure… il  richiamo irresistibile del castello?”.  Perchè poi, per la Petroni, anche  ciò che è inanimato, esprime un carattere, un’anima, un vissuto che va rispettato.

E grande rispetto ha, non a caso, influenzato un restauro sui generis, condotto con un metodo tanto rigoroso quanto inconsueto: senza architetto, affidandosi soltanto a una persona autorizzata dalla Soprintendenza alle Belle Arti, con tutti i permessi del caso. La parola d’ordine fu una sola: lasciare tutto com’era. Durato circa due anni e mezzo, l’intervento ha interessato l’edificio “dalla cima al fondo”. Il tetto è stato rifatto ex novo, con travi, capriate e tegole rigorosamente artigianali; anche i soffitti e pavimenti furono ricostruiti a mano, secondo tecniche oggi quasi impraticabili. Le strutture originarie sono state conservate integralmente: il piano terra e il piano nobile sono rimasti identici a un tempo,  le volte del Quattrocento continuano a reggere, come sei secoli fa, i piani superiori. Le uniche modifiche apportate sono state nell’area che ospitava le cucine e servizi igienici. Un capitolo a parte fu il recupero degli arredi. La Petroni aveva acquistato il palazzo completamente vuoto e si mise a ricomprare i mobili uno per uno – nulla di falso, soltanto pezzi autentici di fine Ottocento, alcuni arredi originali dispersi, dopo i vari passaggi di proprietà, furono rintracciati, riacquistati da un antiquario di Milano e riportati nella sala per cui erano stati concepiti. “Considero un sopruso immettere la modernità nelle cose antiche –  spiega – io sono per l’armonia e questo castello, del quale ho preservato  l’identità, è una dimostrazione di come, anche per gli antichi, l’arte della costruzione si sostanzi di bellezza, quando una cosa funziona, perchè funzioni, deve essere bella, armoniosa,  una bellezza che qui si sposa e immerge nel paesaggio”.

La straordinaria storia di Maria Luisa  e insieme di Palazzo  Bonaccorsi è raccontata con uno stile di immediata fruibilità e con dovizia di particolari (inclusa  una traduzione in inglese) nel libro di Giuseppe Bizzaro e Maria Luisa Petroni dal titolo “Semper Libenter.La storia  millenaria di un Castello e una bambina” (stampa Grafica Sabina). Una storia antica quella del borgo di Castel San Pietro e del suo Castello.  Da fonti storiche (abate Ugo I di Farfa) sembra che sia stato fondato dai monaci della Abbazia di San Salvatore Maggiore, anche se  preesistenze romane suggeriscono origini più antiche: al piano terra del palazzo evidenti le tracce di questo periodo storico, dal leone in travertino, alla fontana della corte, alla cisterna. Il borgo passò nelle mani di varie famiglie nobili (si legge nel libro), dai Frangipane agli Orsini, sotto il cui dominio da fortezza fu convertito a Palazzo vero e  proprio. Tra i probabili frequentatori ci fu Clarice Orsini, furono però i Mattei a dare la sistemazione odierna, dopo 84 anni venne venduto a un certo Nicola Silva di Siviglia,  per poi passare, nel 1706, ai Bonaccorsi, che a sua volta vendettero a Sestilio Duranti-Valentini.  Alla morte della baronessa Giovanna, il 31 gennaio 1989, l’edificio fu ceduto ad una società e nel 1995 la parte nobile fu acquistata dall’attuale proprietaria. 

 Oggi, grazie a Mariella, Palazzo Bonaccorsi è di nuovo molto movimentato socialmente, viene messo a disposizione per concerti e convegni, una parte è adibita a bed and breakfast ed ha tra gli ospiti fissi alcuni studenti americani e  una delegazione della Unione Europea, ma  rimane una casa ospitale per gli amici paesani, tanto che  qualcuno lo chiama, con affetto, “la casa del popolo” – proprio come, un tempo, quando i vecchi baroni erano parte della comunità. 

Da vedere  (consiglia la mecenate) l’ingresso e la Corte con i reperti romani, la Scala d’onore che sale verso i piani nobili,  al secondo piano le belle sale degli affreschi,   tra di esse una è dedicata ai paesaggi sabini, inoltre nel Salone delle Feste (dove si svolgono gli eventi esclusivi) si può ammirare un dipinto di Roccantica e uno di Castel San Pietro, altri affreschi nella Sala della Caccia, degli Sposi, della Marina, della Famiglia, da visitare  la Sala delle Armi, degli Stemmi, nell’attico notevole è un  gioco di travi,  capriate, tessiture di pregio, da ammirare,  in due sale che reggono il tetto, sono molto belle anche le Volte del piano terra realizzate (sembra) su disegno del Vignola.  Da vedere  il busto in ceramica di Clarice Orsini, moglie di Lorenzo il Magnifico e figlia di una proprietaria del feudo, interessante la Sala nella quale soggiornò 40 giorni, in ritiro spirituale, il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster (amico del barone e monaco benedettino) quando fu nominato arcivescovo a Milano.  

“Prima ero una ricca professionista ed ora sono solo una povera castellana!”, Mariella, sorride divertita e serena mentre ci mostra quello che potrebbe essere l’inizio di un percorso espositivo di visita, l’affresco della bambina nella Sala della Luce, dipinto di Giovanna Cimei che ritrae le due donne, Mirella e sua madre, mentre comunicano tra di loro con due torce, con alle spalle la montagna e il borgo di Castel San Pietro; battezzato con il nome Semper Libenter ha ispirato il titolo del volume di Giuseppe Bizzaro, una traduzione, “Sempre volentieri”, che suona come la divisa di chi a un castello in rovina ha scelto di dedicare, senza rimpianti, una parte della propria vita. 

 

nella foto  Maria Luisa Petroni nella Sala della Luce con alle sue spalle il dipinto dell’artista Giovanna Cimei

Il libro si può consultare nella Biblioteca Casa Museo Angelo Di Mario di Vallecupola (inv. 4081)  sezione 2 – 217 RL10123557

 

 

Author: redazione