Manuele Grilli, regista per passione, racconta la genesi del suo film “I Ferreolo”

di Andrea Moiani

“Un impiegato della pubblica amministrazione che da grande avrebbe voluto fare il regista”. È così che si definisce Manuele Grilli, classe 1970 e reduce dalla sua ultima fatica cinematografica: “I Ferreolo”. Rilasciato sul suo canale Youtube il 12 settembre 2022, il cortometraggio è la quarta pellicola del regista di Poggio Catino (la terza da regista, mentre della prima era solo sceneggiatore). Ambientato nella Salisano del XVI secolo, la pellicola narra le vicende giudiziarie di uno dei membri di una delle famiglie più potenti ed influenti del borgo sabino e già riportate alla luce diversi anni fa. «L’allora vicesindaco di Salisano Cristiano Ranieri, aveva già redatto un libro sulle vicende di questa famiglia analizzando alcune carte processuali provenienti dal Vaticano – ci spiega Manuele Grilli. – Dopo aver visto i miei lavori mi ha quindi incaricato la realizzazione di un film che ripercorresse questa storia. Dopo aver estrapolato dei personaggi dal libro di Ranieri ho romanzato una storia che potesse essere una base per una sceneggiatura».

 “I Ferreolo” è stato reso possibile dal patrocinio dei comuni di Salisano, di Mompeo e di Roccantica, dalla pro Loco di Salisano oltre a quelli della Comunità Montana della Bassa Sabina e dell’Unione dei comuni della Bassa Sabina. Se Salisano e Mompeo hanno ospitato le riprese degli esterni e degli interni (specie nel castello Orsini Naro di Mompeo), Roccantica ha messo a disposizione i costumi.

Autodidatta, Manuele Grilli approda per la prima volta nel settore con la sceneggiatura del cortometraggio “La dama bianca” (2014) con la regia di Manuel Montanari. «La mia intenzione era di avviare una promozione del territorio di tipo cinematografico basata sul racconto di storie e leggende reali ma sconosciute che fossero fruibili a tutti, convinto che un film potesse attirare maggiore attenzione rispetto ad altri mezzi di comunicazione. Tutto parte dalla mia passione per il disegno che ho da quando sono piccolo e che ha sempre rappresentato il modo più semplice per comunicare e trasmettere agli altri una mia visione delle cose e di condividere con gli altri un pezzo della mia anima. La passione per il cinema arrivò più tardi, quando il disegno iniziò a non bastare più. Da questa mia passione per il cinema e per registi del fantastico e del genere storico come Steven Spielberg e Sergio Leone nasce quindi l’idea di scrivere e dirigere in prima persona.»

Dopo il già citato “La dama bianca”, che narra la leggenda di una ragazza rinchiusa nella torre del castello di Poggio Catino, nel 2016 Manuele Grilli scrive e dirige “La belva”. «Per questo film avevo la fortuna di avere più materiale a disposizione – spiega Grilli. – Ciò mi ha permesso di narrare il più possibile fatti reali aggiungendo le dovute licenze poetiche che hanno reso il film più interessante possibile. Essendo la mia prima regia temevo di non riuscire ad esprimere totalmente quel che avevo in testa e di non riuscire a trasmetterlo agli attori prima e agli spettatori poi ma poi sono riuscito a creare uno staff di fiducia in grado di seguirmi in questa mia “impresa”.  Sul set, infatti, bisogna essere in grado di affrontare tutti gli imprevisti e le difficoltà di routine che vanno ai problemi di luce e di audio o l’improvvisa indisponibilità di un attore. C’è poi da considerare che ai miei film partecipano persone non del settore e quindi persone comuni (e amici) che si mettono a disposizione improvvisandosi nei ruoli tecnici o attoriali.»

Per maggiori informazioni su “I Ferreolo” e sulle attività di Manuele Grilli:

https://www.iferreolo.it/

https://www.youtube.com/channel/UCchXiDg5oma1L0r0wgntXbw

 

Manuele, qual è il bilancio finale de “I Ferreolo”?

Il film è andato molto bene, anche perché mettere in piedi un’organizzazione di questo tipo è sempre complesso. Essere chiamato per girare un film altrove è positivo, significa che sono riuscito a fare qualcosa di bello nel corso del tempo e che lo sforzo di voler trasmettere un messaggio ha avuto i suoi frutti. La mia esperienza pregressa mi ha permesso di muovermi meglio e di capire meglio le dinamiche cui mi trovavo di fronte oltre che azzardare qualche novità.

 

In che modo si articola la realizzazione di una tua opera?

Parto sempre appuntando un’idea iniziale su un foglio ampliandola con idee sui personaggi e sulla trama. Una volta creati i personaggi, ai quali capita di affezionarmi, cerco di dargli un ruolo nella storia. A quel punto inizio a scrivere una prima bozza della storia che ho in mente e la trasformo in una prima sceneggiatura con un software specifico. Successivamente faccio una scrematura delle scene e le suddivido facendomi un’idea di quanti attori mi servono per girare. In questa fase che può durare anche più mesi cerco volti che secondo me potrebbero andar bene per dar vita ai personaggi. Dopodiché stampo la sceneggiatura distribuendola agli attori che poi la devono studiare. Nel frattempo vado alla ricerca delle location e creo uno storyboard con tutte le idee sulle inquadrature in modo da facilitare il lavoro mio e dell’operatore quando sarà il momento di girare. Dopo aver scelto attori e location inizio a fare le prove con tuti gli attori e, a ridosso delle riprese, mi occupo della ricerca dell’oggettistica per la scenografia che ovviamente deve essere il più fedele possibile per l’epoca in cui è ambientato il film. L’ultimo passo è la formazione dello staff tecnico (fonici, truccatori, segretari d’edizione etc…)

 

Qual è il primo pensiero che ti viene nel momento dei primi ciack? E quale di ogni singolo ciack?

Il primo ciack più emozionante è stato quello per “La belva”: il fatto di aver sulle spalle una grande responsabilità e di aver creato una struttura così importante per la nostra realtà mi faceva battere fortissimo il cuore. Questo succede ad ogni primo ciack ma in ogni ciack in generale. Poi, però, andando avanti diventa tutto in discesa perché subentrano l’ottimismo e la convinzione che tutto si può fare. Quello del regista-sceneggiatore è un lavoro molto psicologico, perché si deve trasmettere all’attore quel che vuoi che tu faccia e quindi farlo entrare nella parte secondo come l’avevi immaginata. Poiché i personaggi che crei ti entrano nell’animo, cerco sempre di far calare un attore nei suoi panni talvolta raccontandogli il suo background e il contesto in cui si muove. Ho comunque avuto a che fare con persone straordinarie che non hanno avuto problemi a riguardo. Sono stati tutti eccezionali.

 

Hai qualcuno al quale dedicare il corto?

Lo dedico a Tiziana e Mastino, due colleghi che non ci sono più ma che erano appassionati a questi progetti. Mastino era il primo a leggere le mie sceneggiature, Tiziana era un’amica prima che collega. Durante la realizzazione di “De Finibus” lei stava già male, ma mi stava comunque accanto a farmi da segretaria di produzione. Era una di quelle persone che mi avrebbe seguito a prescindere. Mastino e Tiziana hanno affrontato questi progetti con la consapevolezza che si trattava di una sfida molto grande. Devo molto a loro.

 

Come hai affrontato i momenti più difficili?

Purtroppo i problemi e gli imprevisti sono sempre all’ordine del giorno, per cui non c’è mai un momento in cui ci si può permettere di rilassarsi. Questi problemi li affronti al momento e non sempre puoi prevederli. Ci sarebbero tantissimi aneddoti in merito, ma che poi sono diventati beni ricordi. Un esempio sono gli ultimi ciack. Dove vivo un contrasto tra felicità, amarezza e dispiacere. Si tratta del momento in cui sembra di mollare un gruppo di amici con il quale hai condiviso un percorso. Nell’ultimo ciack sono scoppiato a piangere e si vede anche nel video del backstage. Sul set ho conosciuto tante persone con le loro passioni e mi fa sempre male vedere qualcuno che partecipa controvoglia, ma bisogna anche capire che quella per il cinema è una passione soggettiva. Per chi ci si dedica, però, diventa una passione e che rimane un’esperienza indelebile. Quel che invito sempre a fare è approcciarsi a questo ambiente, perché ti dà emozioni delle quali non ci si può privare e che ti portano a riprovare quel tipo di esperienza.

 

Perché ogni tuo film è in costume?

Inizialmente è stata una scelta quasi obbligata ma in realtà mi sento più libero nello sceneggiare una storia passata rispetto ad una contemporanea. I temi sociali li rispetto, ma non mi sento all’altezza di affrontarli. Preferisco il genere fantasy e storico e registi come Sergio Leone e Steven Spielberg. Con un film storico è molto facile cadere in anacronismi ma non punto sul dettaglio: punto a ricreare prendendomi qualche licenza poetica. Non sarei in grado di fare qualcosa di più specifico. Per scrivere una sceneggiatura, però, mi studio quel periodo per essere il più preciso possibile. Credo che determinati dettagli non interessano al pubblico, quindi mi permetto di “lasciarli sfuggire” senza fare errori troppo grossolani.

 

Hai altri progetti in preparazione?

Al momento no, anche se ho sempre molte idee in testa che ogni tanto metto su carta. Il problema principale è la macchina organizzativa ed economica. Spesso per colpa di questo hobby ho anche tolto tolto risorse alla famiglia e non è una cosa molto piacevole.

 

La tua famiglia come ha vissuto questi tuoi impegni?

Per mia moglie è stato quasi un incubo, perché sapeva che sarei stato sempre fuori ed avrei avuto sempre da fare (ride, ndr). Dopo che l’ho coinvolta nell’ultimo progetto se n’è innamorata follemente: sono riuscita a convertirla. Spesso ho forzato i miei figli a partecipare, ma con l’andare del tempo sono riuscito a far appassionare anche loro. Si sono mostrati interessati anche se non appassionati ed hanno fatto parte volentieri ai miei progetti.

 

 

Cosa consigli a chi vuole approcciarsi a questo mondo?

Consiglio tanta pazienza e tanto amore per quello che si vuol fare, altrimenti è difficile andare avanti,. Si deve essere disinteressati dall’aspetto economico, perché il rischio è addirittura andare in perdita. Consiglio di lasciar stare a coloro che vogliono avere subito vantaggi, lodi e gloria. Deve essere un’esperienza vissuta volta per volta.

 

 

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