L’isola Bisentina e il lago di Bolsena: l’omphalos del popolo etrusco

 

di Luigi Catena

 Un ulteriore approfondimento sulla particolare struttura ipogea presente sull’isola.

                                                  LE CARATTERISTICHE DELL’IPOGEO

Molti forse non sono al corrente di alcune  notizie Storico-archeologiche in merito all’isola Bisentina. Interessante è sapere, che esiste una struttura ipogea artificiale ubicata sotto il Monte Tabor o Monte Oliveto. L’isola  emerge dalla superficie lacuale, nel punto più alto di ben 55 metri (lago 305 e monte Tabor 360 slm), con una estensione di 17 ettari. L’isola per metà è pianeggiante, eccetto la parte dove s’innalza il Monte Tabor ,  che da un suo fianco, la parete a Nord scende in maniera verticale sul lago. Unico punto, per motivi di conformazione geologica, adatto a scavare era la parte che guarda a Sud. Infatti l’ingresso all’ipogeo è orientato in quella direzione e si presenta come “dromos” caratteristico di molte tombe etrusche soprattutto intorno al lago di Bolsena. L’accesso è costituito da un lungo camminamento che si incanala sotto il Monte Tabor ed è lungo circa 50 metri. Il corridoio, oltre ad avere una leggera curva  e leggermente in pendenza ci porta in questo ambiente circolare. Le dimensioni  del cunicolo sono un metro e mezzo di larghezza e alto di eguale misura, però alcuni tratti è molto più basso. Invece la grotta artificiale è tutta scavata nel tufo è presenta le seguenti dimensioni, essa è circolare e ha un diametro di circa 6.20, l’altezza è di 6.00 metri , le pareti sono tutte lisce, al centro della sua base è stato scavato un pozzo, con un diametro di circa 1.50, poi in epoche successive fu riempito di sterro terra e sassi (vedi foto di qualche anno fa). La volta di questa grotta (probabilmente sarà stata una struttura oracolare del periodo etrusco) è molto precisa e oggi si presenta intonacata, ha una forma tronco conica, dal suo  soffitto rotondo al suo centro si vede un foro circolare, sempre con un diametro di circa un metro e mezzo, con le pareti lisce e sviluppano una lunghezza della canna più di 20 metri, anch’essa scavata nel tufo, fino a contatto con la luce. La parte terminale presenta un lavoro in muratura, forse un restauro nel periodo del primo medioevo, dovuto alla erosione della parte esposta alla luce e agli agenti atmosferici. Domanda: chi avrebbe mai aver potuto realizzare tale opera? E per quali finalità? Ora, così come si presenta la struttura, sorge un interrogativo, questo ipogeo quale funzione avrebbe potuto avere in passato? Tanti potrebbero pensare ad un pozzo per attingervi  dell’acqua. Cosa legittima, però è un criterio di valutazione privo di senso logico e funzionale, in quanto siamo in un isola che emerge in un lago di acqua dolce.  Una ipotesi insensata, in quanto sarebbe stato un arduo lavoro e inutile ( vedi disegno foto n°1),  soprattutto la struttura a vista non presenta nessun segno di tiraggio di catene o secchi i quali dovevano lasciare qualche traccia di usura. Seconda osservazione, non poteva nemmeno essere finalizzata per uno scopo per una necessità per attingervi dell’acqua in caso di un assedio. Scartate a priori le necessità idropotabili, la ricerca si deve muovere su un altro campo, proprio sui toponimi, dato ancora oggi non conosciamo che cosa potrebbe contenere il pozzo eventuali reperti e la loro datazione.

IL TOPONIMO “MONTE TABOR”

Il nome della cima più alta dell’ isola, vale a dire Monte Tabor o Monte Oliveto, ci dicono qualcosa?  Nella realtà il centro sacro, il mundus per i romani, l’omphalos per i greci, Gerusalemme per i cristiani,  la Mecca per i mussulmani, non è altro l’individuazione e l’indicazione del “punto” più sacro di un popolo, sarebbe l’anima religiosa e divina di un popolo, come in questo caso sarebbe il centro sacro spirituale ricco di energia,  punto di equilibrio tra le varie forze, dove era percepito dall’uomo religioso. Luogo sacro che veniva “scelto”, proprio nel momento della sua individuazione con la precisa spartizione di due spazi: sacro e profano. Il bacino imbrifero del lago di Bolsena sarebbe stato in “illo tempore” il suo perimetro sacro, dove al suo interno era indicato il suo “centro sacro”, l’isola Bisentina, dove questa isola vista come  in grande masso che penetra nelle profondità della terra circondata da profonde acque.  Centro non inteso essenzialmente come fatto geometrico, ma come centro di partenza e di arrivo dell’essenza divina e della sua espressione  sulla terra.  Così come sottolineato di nuovo da due grandi studiosi e ricercatori della storia delle religioni gli antropologi Julien Ries ,Mircea Eliade e Renè Guenon (filosofo)

 JULIEN RIES (1920-2013, antropologo, filologo, teologo, storico delle religioni, cardinale e arcivescovo belga);

Il Reis nel sua grande ricerca del sacro in diversi popoli del mondo dove nel suo libro “La via dell’antropologia religiosa” alle pagine 102 e successive, proprio nel capitolo dedicato alla tematica “Simbolismo, simboli e ambiente”. Egli affronta la questione proponendo degli interessanti paragoni storici e descrivendo dei fatti  esaustivi, supportati non solo dal  pensiero sacro di un popolo ma facendo riferimento a documenti di primaria importanza. Esattamente egli  nel paragrafo avente come tema “Il sacro e il simbolo del centro”, scrive: “…Il centro è il punto di partenza della creazione. In Mesopotamia è stato plasmato in ‘dur-an-ki’, incrocio nel cielo e della terra, nel giardino dell’Eden nella tradizione biblica, sulla collina di sabbia a Heliopolis, su un’isola  a Hermopolis. Così,l’uomo si trova al centro della creazione. Al centro del mondo di colloca la città arche pitale: Gerusalemme, Roma, Babilonia, Menphis. Se il centro è percepito come unico in cielo, non è unico nella terra, perché ogni popolo, ogni religione ha i suoi centri fondatori, luoghi sacri  degli avvenimenti primordiali in cui si realizza una nuova creazione….”, continua nelle pagine successive: “..nelle religioni arcaiche questa geografia sacra è retta da miti che fanno riferimento ad avvenimenti primordiali, cosmogonie […], i miti giocano un ruolo importante: residenza degli dei, luoghi di antiche ierofanie, divenute cittadelle del sacro, grandi santuari degli dei e delle dee, laghi e fiumi sacri, sorgenti della rinascita dell’uomo attraverso la purificazione, […] I cristiani hanno localizzato i luoghi più significativi della vita di Gesù: Betlemme, Nazareth, Cafarmao, la collina delle beatitudini, Gerusalemme, il Calvario[…] Se il centro è il luogo della creazione, è anche il luogo dell’esperienza del sacro vissuto. Al centro si trova il bosco sacro, il lago sacro, la montagna, la città santa. Si tratta di spazi rivesti di una dimensione sacrale a causa della presenza di una forza divina….”. Sono espressioni del Ries frutto di ricerca e studio, le quali ci aiutano a capire più da vicino il sacro nella mente e nella pratica del popolo etrusco. Sono indicazioni e concetti essenziali sui lineamenti e sulla individuazione del sacro in determinati spazi. Riscontri dei quali si trovano pienamente nel lago di Bolsena e la sua particolare isola Bisentina, così ugualmente sviluppa concettualmente anche Eliade.

 MIRCEA ELIADE (1907-1986, antropologo, storico delle religioni,  filosofo, scrittore e accademico);

Eliade ha scritto molti libri, ha elaborato diversi studi e ricerche, ma in questa circostanza cito due libri: a) “Trattato di storia delle religioni- Bollati Boringhieri, 2018”; b) “ Immagini e simboli- Jaca Book, quinta edizione 2018”;

Eliade nel libro “Immagini e simboli”, tratta la prima parte questo tema, “Il simbolismo del centro”, egli elabora una serie di osservazioni dalle quali  cerca di far comprendere la conoscenza più profonda del fenomeno religioso dei popoli antichi e il loro concetto di ritualità nello spazio terreno e nel tempo. Scrive a pagina 32: “…il dato concreto è il fenomeno religioso che si manifesta nella storia e attraverso la storia […], non esiste il fatto religioso <puro> fuori dalla storia, fuori dal tempo…”. Esatto, perché l’uomo in quanto tale nella sua esperienza di vita, aveva un aspetto materiale, nel suo spazio profano e uno spirituale  nel suo spazio sacro. Tant’è vero che Eliade nelle pagine successive, esalta il concetto relativo al simbolismo del “centro”, indicando proprio un legame tra universi: il cielo, la terra e il mondo degli inferi (vedi pagina 41), in sintesi spiega il simbolismo del “centro” di un luogo sacro. Egli porta degli esempi particolari e concepiti con un criterio logico ed esaudiente. Cita fornendo delle informazioni storiche relative alle civiltà paleo-orientali,  da Babilonia fino ad arrivare a Gerusalemme. Dove la rocca di Gerusalemme era “il centro” spirituale e penetrava profondamente nel sottosuolo nelle sue acque sotterranee. Infine sviluppa il concetto del mondo romano del significato del centro, “il mundus”, il quale costituisce il punto d’incontro tra le regioni infere e il mondo terreno.  Poi a pagina 42 il professore Eliade scrive: “… Monte Tabor in Palestina ( che potrebbe voler dire “tabbur”, ovvero “ombelico” (omphalos), il monte Gerizm , sempre in Palestina chiamato esplicitamente “ombelico della terra”..)…”. Il Golgota, che per i cristiani indicava il centro del Mondo…”. Sulle indicazioni dei diversi studi di Eliade e di altri studiosi e ricercatori, si può definire questo concetto, che tali universi sacri non erano altro le dimore delle divinità, il loro punto d’incontro sulla vita terrena soprattutto una visione religiosa del mondo etrusco. Il suo centro spirituale ricadeva nel lago di Bolsena e l’isola Bisentina, non era altro il suo “omphalos”.  Eliade nel chiudere questo primo capitolo “IL SIMBOLO DEL CENTRO”, conclude a pagina 50 con  una interessante riflessione sviluppando un concetto sul termine <Costruzione di un centro> e scrive: “..Abbiamo visto come non solo i templi fossero ritenuti egersi nel “Centro del Mondo”, ma qualsiasi luogo sacro, qualsiasi luogo che manifestasse un inserimento del sacro nello spazio profano, fosse a sua volta considerato “un centro”…”.Eliade affronta le stessa tematica nel libro “Trattato di Storia delle Religoni- Bollati Boringhieri, ristampa 2018) , proprio nel capitolo 10 (pagina 332 e nei  paragrafi successivi), scrive il significato del centro (pag.347): “..l’accesso al centro equivale a una sua consacrazione a un’iniziazione; all’esistenza precedente, profana e illusoria, succede una nuova vita, reale, duratura ed efficace..”.  Il pensiero Eliadiano ci suggerisce un’altra eccellente riflessione, come riportata a pagina 348: “..Inoltre, l’assimilazione del pilastro della casa all’Asse del Mondo presso le popolazioni che appartengono alle culture primitive, nonché da noi già studiata altrove, circa il congiungimento relativamente facile fra Cielo e Terra, ci permettono di affermare che il desiderio dell’uomo di porsi in modo naturale e permanente entro uno spazio sacro, nel “Centro del Mondo”, poteva essere più facilmente soddisfatto nell’ambito delle società arcaiche, che non nelle società successive…”.   Eliade  ci fa notare la identificazione primordiale del sacro, corrisponde al suo centro, il quale non era altro  il suo “tempio naturale”. Esattamente così, per il lago di Bolsena con la sua isola Bisentina  sono  la prova e la testimonianza pratica della riflessione e dello studio elaborato da Eliade. Perché delle volte molti archeologi e altri studiosi sono andati alla ricerca di un tempio o più templi a dimostrare, vedi gli scavi di Orvieto, che quel luogo sarebbe stato il centro sacro e spirituale del popolo Etrusco, oppure indicando soprattutto nei secoli passati, in molti altri luoghi. Questa molteplice individuazione comportava e comporta solo altra confusione, qui non si tratta di trovare una moltitudine  di strutture templari più o meno grandi, ma la ricerca di oggi va proiettata su un altro metodo, quella di individuare “la vocazione” sacra di quel particolare luogo, quello è il tempio, il centro, il “mundus”, “l’omphalos” del popolo etrusco. Perché se uno guarda, ammira, osserva,  si accorge il fascino, la meraviglia e il timore del sacro che è racchiuso, proprio in questo lago e nel suo territorio vulcanico circostante, sono le stesse sensazioni che avevano avuto la casta sacerdotale nei millenni passati, dai rinaldoniani fino agli etruschi. Questa è la struttura, “il fanum” il suo spazio sacro, ma senza dei motivi sacri in partenza, senza una sua prima individuazione, senza una sua particolare vocazione, che si può affermare unica rispetto a tutta l’Etruria, fatte le dovute scelte, il sacro di quel luogo veniva deliberato e adatto a essere fruito da tutto il popolo Etrusco.    tutta non si poteva costruire nessun edificio sacro, in quanto era uno spazio non adatto a rappresentare la sua essenza sacra.

RENE’ GUENON (1886-1957): Scrittore, Filosofo; I SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA-GLI ADELPHI-1990;

Proprio nel libro sopra indicato, Guenon traccia alcune osservazioni sul significato relegato al termine “Omphalos” nel mondo antico. Egli sviluppa una serie di indicazioni le quali ci aiutano a capire come nel caso specifico la struttura ipogea dell’Isola Bisentina chiamata “malta”. All’interno del libro troviamo a pagina…., relativo al paragrafo “Le pietre fulmine”, queste osservazioni: “..L’omphalos poteva essere rappresentato anche da una pietra a forma conica,come la pietra nera di Cibele, od ovoidale; il cono richiamava la Montagna sacra simbolo del “Polo” o “Asse del mondo”; in quanto alla forma ovoidale,essa si riferisce a un altro simbolo assai importante, quello dell’”Uovo del Mondo”. In tutti i casi, il “betilo” era una pietra profetica, una pietra parlante, cioè una pietra che rendeva oracoli o accanto alla quale erano resi oracoli, grazie alle loro influenze spirituali, di cui essa era il supporto; e l’esempio dell’Omphalos di Delfhi è a questo proposito assai caratteristico..”. Poi Guenon prosegue con le sue riflessioni di merito, nel paragrafo “ La montagna e la caverna”. Questo accostamento ci fa venire in mente l’isola Bisentina, dove il “Monte Tabor” è la Montagna e la Cavaena è la “Malta”, prosegue il suo concetto al paragrafo 32 “Il cuore e l’Uovo del mondo” e scrive: “ Si potrebbe forse stupirsene a prima vista e non scorgere altro che una certa somiglianza di forma tra il cuore e l’uovo; ma questa somiglianza può avere un vero significato se solo esistono relazioni più profonde; ora il fatto l’omphalos e il betilo,che sono incontestabilmente simboli del centro, siano spesso di forma ovoidale , come era in particolare l’Omphaloso di Delfhi…”.

TOPONIMO “LA MALTA”

Prigione usata nel XIII secolo, da parte del Papato per rinchiuderci gli eretici. Questo è il nome dato alla struttura ipogea dell’Isola Bisentina, prigione infernale dove fu imprigionato un certo Angelario. Abate che aveva impedito la fuga di Celestino V, affidato alla sua custodia dopo la sua rinuncia al Papato. Poi nel 1299 fu rinchiuso il Gran Maestro dei Templari, Rinieri Ghiberti e nel 1359 furono rinchiusi altri 11 sacerdoti da Forlì condannati per eresia. L’ipogeo dell’isola funzionò come prigione per circa 100 anni. Sicuramente questo determina esclusivamente il suo uso di prigione solo in quel periodo e dimostra che era una struttura già preesistente tanto da prendere il nome di “Malta”. Terminologia assimilata sicuramente al clamore che suscitò, quel periodo, mettere i condannati per eresia in un determinato luogo al di fuori di una comunissima prigione. Anche perché non mancavano le strutture. Forse per rimarcare la pena, oltre la condanna, funzionava in un ambiente buio come quello dell’isola Bisentina fu un espediente per calmare eventuali altri eretici. Ma il termine “Malta”, sicuramente si riferisce alla particolare prigione dell’isola,  si rifaceva alla particolare conformazione del pavimento  in quanto, dove era ubicato il foro centrale, c’era un impasto molle, simile al prodotto  adatto per le murature. “Malta Cementizia”, dal latino “Maltha” impasto di una sostanza agglomerante o legante con acqua e materiale inerte….Dal vocabolario Treccani. Può significare anche “fango” o “melma”. Allora la caratteristica non era solo la struttura, la grotta scavata nel tufo, ma anche dalla caratteristica del suo pavimento fosse in parte costituito da fango, melma simile a una malta, simile a un impasto molle. Questo potrebbe essere il motivo più logico del termine “Malta” riferito alla prigione usata nel XIII e XIV secolo.

SCELTA DEL LUOGO

Nel 1904 uscì un libro redatto dal Geologo Pompeo Moderni avente come titolo “Contribuzione allo studio geologico dei vulcani vulsini”, testo ricco di informazioni molto utili per una ulteriore conoscenza geo-archeologica del Lago di Bolsena. Diverse pagine riguardano il cratere di Bisentino. Il Moderni descrive che l’isola Bisentina non era altro, il residuo di un antico e grande cono vulcanico, dovuto al suo sprofondamento, quindi al collasso della camera magmatica. Quindi l’isola Bisentina oggi presenterebbe sicuramente delle attività vulcaniche secondarie come tutto il territorio circostante sia lacuale che terrestre. Attività che riguardavano sorgenti sia calde che minerali, vapori caldi, mofete, emissioni di aria maleodorante o venefica tutte legate a fenomeni sacri secondo i criteri di studi antropologici, geologici e archeologici o comunque ispirati a essere considerati come tali. Il Moderni scrive proprio in merito diverse pagine sul “vulcano Capodimonte” e in un paragrafo lo dedica al “cratere bisentino” e a pagina 98 sviluppa questo studio: “…D’altronde la lava dell’Isola Bisentina non può provenire dalle bocche eruttive che si trovano sulla spiaggia del lago, per la ragione già esposta, che la medesima non avrebbe potuto scorrere per due chilometri e mezzo su terreno perfettamente piano ed anche perché la lava di Punta Zingara inclina verso Ovest, mentre se provenisse dalla spiaggia dovrebbe essere rialzata da questa parte; né si può ammettere che l’orografia della parte occidentale del recinto Vulsinio sia stata poi radicalmente modificata, quando su quella sponda riconosciamo, ed in perfetto stato di conservazione le due bocche eruttive del Lagaccione e di Monte Bisenzio..”. Degli ulteriori scritti del Moderni arriva a definire che l’isola Bisentina è un frammento di una bocca eruttiva. L’isola come diversi luoghi del territorio vulcanico sono predisposti a contenere delle attività vulcaniche secondarie, come l’isola Martana che ospita tutt’oggi una sorgente di acqua minerale. Quindi l’isola Bisentina potrebbe in passato  (nel periodo pre-etrusco ed etrusco) aver ospitato fenomeni legati a emissioni di vapori e sorgenti di acque calde. Testimonianza c’è la porta il libro di Giovanni Cozza, pubblicato nel 1857 avente come titolo “Origine e vicende di Volsini”. Lo storico Bolsenese scrive la storia di questa cittadina lacuale e del suo splendore mel periodo etrusco. A pagina 24 scrive: “Aurispicina- Fra le città federate si distinse Volseno nella superstiziosa scienza dell’aurispicina, ma che Cicerone nella divinazione nomò e gravissima; pure Arnobio non ebbe difficoltà di affermare che l’Etruria fu madre di superstizione (1). Esisteva a Volseno il collegio degli Auruspici che erano oracoli del popolo. Sapienti nelle scienze astronomiche e fisiche..”. Questo scritto di Giovanni Cozza mette in risalto che a Bolsena esisteva una attività oracolare, riferita proprio in questo caso al periodo etrusco,  esempi oggi ci sono e affermano quanto detto dal Cozza. Oggi risultano rinvenute due strutture templari, esse sono state costruite sopra delle aree dove una volta uscivano dei vapori caldi. Uno nel comune di Bolsena in località Turona, tempio etrusco costruito sopra una faglia tellurica, la quale una parte è anche opera dell’uomo e l’altra naturale. L’altro esempio viene dal tempio arcaico edificato sulla cima del cono vulcanico del monte Landro,  dove una volta erano presenti diverse attività vulcaniche secondarie. Poi c’è il tempio etrusco sotto Montefiascone, nominato “tempio della piana del lago”,  edificato proprio in un luogo dove uscivano delle esalazioni o vapori veenefici, chiamate “mofete”. Altro esempio potrebbe venire dall’isola Bisentina,  il luogo principale per le attività oracolari, centro sacro del popolo Etrusco, inserito nel suo spazio più sacro in assoluto proprio nel Fanum Voltumnae. Quindi l’isola per queste caratteristiche è da considerarsi un isola sacra a tutti gli effetti.

IPOTESI DELLA COSTRUZIONE DELLA MALTA

Fino a oggi su questo ipogeo non ci sono state delle interpretazioni univoche sulla sua realizzazione, in quanto non si sono trovati dei documenti specifici sulla realizzazione. Indicazioni o interpretazioni sulla datazione della “Malta”, anch’esse sono diverse e le fanno ricadere in diversi periodi storici, così come sulla funzionalità. La mia ipotesi di come potrebbe essere stata realizzata questa struttura e si sviluppa in diversi momenti, quattro in tutto. Bisogna pur dire che la struttura originale potrebbe con molte probabilità nel periodo Etrusco aveva funzioni oracolari, poi in epoche successive, quando finì il suo scopo primario fu abbandonata e usata in epoche successive come prigione del XIII secolo con diversi interventi di manutenzione e ripristino del percorso sotterraneo.

PRIMAFASE

Ho voluto  dividere tutta la struttura in diverse sezioni operative e lo ho chiamate fasi, la prima riguarda la realizzazione del primo tratto della “malta”, cioè il lungo percorso sotterraneo, indispensabile per trasportare fuori tutto il materiale accumulato durante i lavori di svuotamento di tutta la struttura. Camminamento che poi diventerà l’ingresso della malta e la sua uscita. Il tratto così come si presenta oggi non ha un rettilineo preciso, ma si presenta con una piccola curvatura ed è leggermente in discesa. Perché questa circostanza? L’ho interpretata in questo modo, il camminamento sotterraneo doveva raggiungere un punto preciso, quello che diventerà il luogo della realizzazione della stanza oracolare con al suo centro un pozzo, deve usciva del vapore caldo. Quindi l’intenzione principale era quella di arrivare proprio al “cuore” del centro, all’omphalos del’isola e del lago. Tutta l’opera sicuramente è stata realizzata con l’ausilio dei migliori rabdomanti che il popolo Etrusco poteva avere. Vapore che era già stato individuato prima della sua realizzazione, anche in virtù dell’aria con odori zolfo e uova lesse. Finito il primo e importante tratto si passa alla seconda fase.

SECONDA FASE

Questa riguarda la individuazione e come realizzare la stanza oracolare, con delle sue caratteristiche ben precise e riconosciute dalla casta sacerdotale, dagli oracoli e dagli esperti rabdomanti. Trovato in centro su cui ruota tutta la struttura interna, come la grotta, la canna del camino e il pozzo centrale della “malta”. Si procede alla realizzazione delle caratteristiche architettoniche dell’ipogeo e della sua forma. Come oggi si presenta davanti a noi è un ambiente che non ha nessuna caratteristica che porta a pensare che sia una sepoltura. Doveva essere un  ambiente grande e molto spazioso utile per avere un ricambio di aria veloce. Una volta appurate queste caratteristiche relative alla sua funzionalità si è proceduti alla realizzazione in maniera grossolana della grotta,  per poi dovere individuare il centro geometrico del soffitto da cui iniziare la canna del camino, la quale terminata porterebbe alla luce esterna. (uscita dei vapori). Tutto lo sterro accumulato dallo scavo è stato portato fuori usando il camminamento iniziale. Una volta individuato l’asse tra il centro del soffitto dove partirebbe il percorso del camino, si individua all’esterno il punto di sfogo della canna.

TERZA FASE

Questa è la lavorazione precisa della canna della “malta”, lo scavo potrebbe una massima parte realizzato dal basso, in modo che lo sterro prodotto cade dentro la grotta già svuotata precedentemente. Tutto il materiale prodotto viene sempre portato via dal camminamento iniziale. Questo metodo è il meno faticoso in quanto una parte della costruzione della canna viene anche realizzata dell’esterno, affinchè i due tratti scavati alla fine dovranno combaciare. Questa fase è anche la fase delle rifiniture di tutto l’impianto sotterraneo soprattutto della grotta o stanza oracolare.

QUARTA FASE

E’ l’ultimo intervento, quello più importante, quello che completa tutta la struttura oracolare. Lo scavo del pozzo, molto facilitato dagli ambienti già finiti e funzionanti come il camminamento utile per poter portar via lo sterro, la grande grotta già tutta rifinita e la canna del camino con il suo sfiato all’esterno. Tutto molto utile e funzionale per la circolazione dell’aria. Terminato il pozzo utile per raggiungere l’acqua e i suoi vapori caldi.

IL FANUM VOLTUMANE CENTRO DI PELLEGRINAGGIO

Il luogo più sacro del popolo etrusco è stato anche un luogo di pellegrinaggio continuo, una delle forme più popolari di stare a contatto con il mondo spirituale. Così oggi come ci sono diversi luoghi nel mondo dove si incontrano migliaia e migliaia di persone,  dove si percorrono su questi tracciati sacri che conducono sempre ad aree particolari  con caratteristiche spirituali. Così si può dire anche allora nel periodo etrusco, stesse modalità, come non ricordare l’affermazioni di Tito Livio(libro V,1,6), che riporta questa frase: “.. gentes ante omnes alias eo magis dedita religioni bus quod excellenet arte colond eas..”, tradotto: “..un popolo più di ogni altro dedito alla pratiche del culto, in quanto primeggiava nel coltivarle..”. Questo passaggio di Livio, è molto importante in quanto descrive il carattere di un popolo molto portato ad attività di culto, non solo nei diversi luoghi sacri distribuiti nell’Etruria. Sicuramente l’area più sacra del popolo era il Fanum Voltumnae, la quale era meta di pellegrinaggio gran parte dell’anno. Luogo non solo destinato alle riunioni dei lucumoni, delle 12 città federate Etrusche, ma era anche un luogo di passaggio, un luogo iniziatico, un luogo di partecipazione e aggregazione collettiva. E’ doveroso ricordare il grande etnologo Arnold Van Gennep (1873-1957), il quale scrisse un interessante trattato sui riti di passaggio nel mondo. Proprio nel capitolo nono traccia dei significati importanti, delle indicazioni precise le quali ci portano a sviluppare delle considerazioni e delle domande sul popolo Etrusco.  Come questa civiltà viveva e si rapportava rispetto al suo luogo più sacro, il Fanum Voltmnae?  Esattamente ebbene  ricordare quel concetto  sopra citato di Tito Livio, un popolo così religioso non se ne mai conosciuto e lo porta come esempio non solo storico, ma anche con queste caratteristiche che oggi possiamo definirle “etnologiche e antropologiche”.  In questi molteplici riti etruschi riguardano anche attività cultuali legate all’acqua, nulla toglie che essi erano anche riti di purificazione. Lo testimonia i diversi bacini lustrali rinvenuti nelle aree di culto del popolo etrusco. Quindi come ripreso in diversi luoghi nel mondo a giugno, sotto il periodo del solstizio estivo, si praticava e si pratica ancora immergersi nell’acqua, non solo per esercitare un rito di battesimo, ma ricalcando un antica ritualità nel mondo pre-cristiano. Date le caratteristiche del luogo sacro, il quale ricadeva nel lago di Bolsena, non rimane impossibile pensare che in determinati periodi dell’anno, i pellegrini giunti alla meta sacra, facevano un bagno rituale, di passaggio e di purificazione nel  luogo più sacro dell’Etruria. Ora qualcuno potrebbe obiettare, non ci sono prove documentali, quindi tale affermazione è molto opinabile, però esiste una miriade di esempi legati alla tradizione, ancora presenti in varie parti del mondo dove l’acqua è considerato un elemento “sacro” necessario a praticare  ritualità di purificazione del corpo e dell’anima.  La pratica religiosa di questo popolo come si potrebbe descrivere, prendendo come base di riferimento il passo di Tito Livio? Lui ci descrive un popolo molto religioso, ma non inteso “bigotto”, sapevano che la vita terrena si basava soprattutto sulle diverse ritualità, come dice Livio “..coltivarle..”. Porto un esempio  il quale sottolinea una forte differenza tra il popolo etrusco e il mondo greco e romano. Si tratta  proprio come veniva inteso il concetto religioso, dove nel popolo Etrusco si esaltava la religione come essenza primaria della vita di un popolo, invece nel mondo greco e romano si esaltava la figura della persona, nella sua veste terrena nei suoi poteri politici e militari. Per concludere il popolo etrusco aveva il suo centro spirituale proprio nel lago di Bolsena, dove l’isola bisentina era l’omphalos, e l’ipogeo artificiale, che oggi rimane sotto il Monte Tabor non era altro il luogo oracolare dove i lucumoni andavano al consultarsi. Un luogo ricco di vocazioni naturali e spiccatamente sacre tutte collegate al grande pensiero religioso che aveva questo popolo.

 

 

 

 

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2 thoughts on “L’isola Bisentina e il lago di Bolsena: l’omphalos del popolo etrusco

  1. L’ipotesi è suggestiva. La speranza è che dai lavori in atto sull’isola, possa emergere qualche indizio di natura archeologica in grado di avvalorarla, almeno in parte. Ammesso che i nuovi proprietari dell’isola, ai quali andrebbe inviato l’articolo, siano interessati a studiare questo problema storico, di grande interesse per il territorio della Tuscia. Sarebbe, tra l’altro, un elemento ulteriore di valorizzazione, per i proprietari, sia culturale che turistica del sito.

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