LA STRAGE DEI VALDESI A GUARDIA PIEMONTESE  (COSENZA) IL 5 GIUGNO 1561

di Giorgio Giannini

 

Nel 1130 nasce  vicino a Lione (Francia) Pietro Valdo, che decide di usare i suoi beni per far tradurre dal latino in francese alcune parti della Bibbia in modo che fosse comprensibile dal popolo. Infatti fino ad allora tutti testi religiosi cristiani erano in latino, lingua che solo gli ecclesiastici conoscevano.

Grazie a questa sua intuizione Valdo ha sempre più seguaci, che vengono chiamati Valdesi. La Chiesa cattolica nel 1184 li scomunica  e li caccia dalla Francia. In questo modo il Movimento si diffonde in altri Paesi europei ed anche in Italia, in Piemonte,  soprattutto in alcune Valli, che sono poi chiamate “Valli valdesi”, dove si parla la lingua occitana.

Però i valdesi sono perseguitati anche in Piemonte. Pertanto molti vanno in altre Regioni. Nel XII secolo alcuni arrivano in Calabria, dove sono ben accolti in quanto si fanno subito conoscere come persone serie, molto religiose e laboriose, dedite con  impegno all’agricoltura, all’allevamento ed alla tessitura. Alcuni latifondisti assegnano quindi ai Valdesi terreni incolti perché li coltivino, in cambio di un affitto annuale.

I Valdesi si insediano soprattutto nei paesi di Argentina, Montalto, San Sisto, San Vincenzo e Vaccarizzo (nell’attuale Provincia di Cosenza). In seguito  ottengono il permesso di costruire un proprio borgo in località Guardia, che diventa Guardia dei Valdi, poi Guardia Lombarda ed infine Guardia Piemontese.

Memori delle persecuzioni subite  in Francia ed in Piemonte i Valdesi  praticano la loro religione di nascosto nelle case, mentre pubblicamente simulano la pratica cattolica. In seguito questo comportamento viene chiamato dal leader protestante svizzero Calvino “nicodenismo”, parola derivata da Nicodemo, il fariseo amico di Gesù, che la sera ascoltava  di nascosto il suo insegnamento e di giorno simulava  il rispetto delle tradizioni ebraiche. Nicodemo in seguito mette a disposizione il  sepolcro per il corpo di Gesù.  

In seguito arrivano in Calabria alcuni predicatori da Ginevra (Svizzera), che  incoraggiano i Valdesi a praticare apertamente la loro religione. Pertanto, a Guardia  costruiscono una Chiesa ed iniziano a fare proselitismo.

A questo punto la presenza dei Valdesi in Calabria viene a conoscenza del Santo Uffizio e dell’Inquisizione, diretta da  Antonio Ghisleri (poi  divenuto Papa Pio V), che invia nella Regione gli inquisitori Domenicani per reprimere la “setta” eretica dei Valdesi, che sono quindi sottoposti a  regole molto severe per evitare l’incriminazione e la condanna al rogo. Infatti devono abiurare la loro fede: devono indossare  un abito giallo (come segno distintivo); devono partecipare ogni mattina alla messa cattolica nella Chiesa locale, ascoltando la predica e facendo la comunione; i bambini dopo i cinque anni devono essere istruiti nella dottrina cattolica; non possono parlare la lingua occitana; non possono riunirsi in più di sei persone; non possono intrattenere rapporti epistolari senza l’autorizzazione degli inquisitori; non possono andare in Piemonte ed a Ginevra ed i loro figli che si trovavano là, devono tornare in Calabria; non possono sposarsi tra di loro. Infine sono obbligati a demolire le case nelle quali sono stati ospitati i predicatori venuti da Ginevra.

Numerosi Valdesi, per non abiurare la loro fede e per non sottostare a queste imposizioni, lasciano la Calabria e vanno in Piemonte o a Ginevra. La maggior parte però rimane nel proprio paese, per non lasciare l’attività economica svolta, e molti continuano a praticare di nascosto la propria fede religiosa.

Il comportamento  simulatore dei Valdesi  viene scoperto dagli Inquisitori, che riferiscono al Santo Uffizio, che ordina ai Governatori locali di uccidere coloro che continuano a praticare la fede valdese.

La repressione inizia nel maggio 1561 nei paesi in cui i Valdesi sono in minoranza, per avere la partecipazione della popolazione locale alla loro “caccia”. 

Il 5 giugno 1561 i soldati arrivano a Guardia Piemontese, dove vivono solo Valdesi, ed iniziano ad uccidere quanti trovano nelle strade e nelle case.

Un testimone oculare così racconta la strage degli abitanti, molto efferata per le modalità con le quali è eseguita:«Gli abitanti erano tutti serrati in casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a uno e gli legava una benda avanti gli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola, e lo lasciava così: dipoi pigliava quella benda insanguinata, e col coltello insanguinato ritornava  pigliar l’altro, e faceva il simile». Gli abitanti vengono pertanto sgozzati come agnelli. In verità sono “agnelli sacrificali”, uccisi però per aver creduto nella loro fede.

Si racconta che il sangue delle centinaia di vittime brutalmente giustiziate nelle strade  e nelle piazze di Guardia è così tanto che si incanala verso la porta principale di ingresso nel paese, che in seguito è chiamata “Porta del sangue”.

La strage continua nei giorni seguenti sia a Guardia che in altri  paesi calabresi. Molti Valdesi sono squartati ed i loro brandelli sono appesi agli alberi lungo la strada principale per la  Basilicata, per  servire “da monito” a coloro che si oppongono alla Chiesa Cattolica. Altri sono sommariamente processati come eretici, soprattutto nelle città, e condannanti a morte sul rogo, nelle piazze. (al riguardo, ricordiamo la Piazza  dei Valdesi a Cosenza).

Altri sono condannati a prestare servizio come rematori sulle navi (galee). Altri ancora sono venduti come schiavi. I bambini piccoli sono rinchiusi in istituti  religiosi per essere “rieducati”.

I pochi Valdesi che si salvano perché hanno abiurato in tempo la propria fede,  subiscono umiliazioni e vessazioni sia da parte del clero che della popolazione locale.

In particolare si impone ad essi di fare nella porta delle loro case uno “sportellino”, apribile solo dall’esterno (ancora oggi visibile sulle porte delle case più antiche) per consentire agli inquisitori Domenicani di controllare, in  qualsiasi momento del giorno e della notte, se  le persone che vivono nella casa, e che hanno abiurato, continuano a praticare di nascosto la fede valdese.  

Non si conosce il numero delle vittime della brutale repressione, ma si ritiene che furono alcune migliaia, tanto che la religione valdese scomparve dalla Calabria. Però il ricordo della presenza dei Valdesi a Guardia Piemontese è rimasto nella lingua occitana, ancora oggi parlata dagli abitanti (chiamati “guardioli”), nei vestiti tradizionali femminili, ancora oggi indossati in alcune occasioni dalle donne, e  nella presenza di un Centro culturale che mantiene viva la memoria della cruenta strage compiuta il 5 giugno 1561.  

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