Il 19 febbraio diventi la Giornata della Memoria

IL 19 FEBBRAIO  DIVENTI  LA GIORNATA DELLA MEMORIA
PER RICORDARE LE 500.000 VITTIME  DEL NOSTRO COLONIALISMO IN AFRICA

 

di Giorgio Giannini

 

L’ATTENTATO DEL 19  FEBBRAIO 1937 AL GOVERNATORE DELL’ETIOPIA

 

Il 3 ottobre 1935 le nostre truppe invadono, dall’Eritrea e dalla Somalia, l’Etiopia, retta dal Negus Hailè Selassié. Dopo sette mesi di guerra, il 5 maggio 1936, il nostro Esercito, guidato dal generale  Pietro Badoglio, entra nella Capitale Addis Abeba, ponendo fine all’impero etiopico.

Quattro giorni dopo, il 9 maggio 1936 il regime fascista istituisce l’Impero, che è proclamato solennemente da Mussolini dal balcone del Palazzo Venezia, ad una folla festante.

Nel palazzo imperiale Guenete Leul (chiamato anche Paradiso dei Principi o Piccolo Ghebbi), costruito ad Addis Abeba all’inizio degli anni trenta, si insedia Pietro Badoglio, nominato Vice Re, che nel giugno diventa anche Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana-AOI, costituita dall’unione dell’Eritrea, della Somalia e dell’Etiopia.

Poco dopo a Badoglio subentra, come Vice Re, il generale Rodolfo Graziani, già comandante delle nostre truppe in Somalia.

Graziani organizza la mattina del 19 febbraio 1937, che è il Giorno della Purificazione secondo il Calendario copto, nel palazzo Guenete Leul la solenne distribuzione di un tallero d’argento a cinquemila persone povere della Capitale, per onorare la nascita del primogenito del Principe Umberto, figlio del Re Vittorio Emanuele III.

Durante la cerimonia due giovani eritrei della resistenza alla nostra occupazione lanciano alcune bombe a mano contro Graziani e le autorità militari e civili italiane ed i numerosi notabili etiopi.  Muoiono sette persone ed una cinquantina di altre sono ferite,  tra le quali Graziani (che riporta  molte ferite alla schiena ed alle gambe e rischia di morire  dissanguato), i generali Arnaldo Petretti (Vice Governatore dell’AOI), Italo Gariboldi ed Aurelio Liotta ed il Governatore della Capitale Alfredo Siniscalchi.

I nostri soldati aprono il fuoco contro le migliaia di etiopi presenti, molti dei quali sono uccisi. Gli attentatori però riescono a fuggire.

L’attentato giustifica una dura repressione, non solo nella Capitale, ma in tutto il Paese, mediante una grande azione di “polizia coloniale”, per eliminare gli esponenti della classe notabile  civile e militare etiopica,  ritenuti oppositori alla nostra occupazione.

Si catena una “caccia all’uomo”, durata ben tre giorni, nella quale sono coinvolti non solo i soldati dell’Esercito ed i militi fascisti delle Camicie Nere, istigati dal locale Federale (segretario del Partito fascista), ma anche molti civili (sia impiegati coloniali che semplici lavoratori), che comporta l’uccisione di alcune migliaia di civili, anche vecchi, donne, ragazzi e bambini, con sono “passati per le armi” ed anche impiccati o trucidati sommariamente in vario modo (anche a badilate). Intere famiglie  muoiono nell’incendio delle  loro capanne (tucul).

Il 22 febbraio 1937 Graziani invia un telegramma a Mussolini nel quale spiega così quello che ha  ordinato di fare: “In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni con l’ordine di far passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici e che le loro case fossero incendiate. Sono state di conseguenza passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul”.

Secondo Angelo Del Boca, il massimo esperto del nostro Colonialismo in Africa, le vittime furono circa 4.000, mentre  per lo storico inglese Ian Campbell circa 20.000 ed addirittura  30.000 per le Autorità etiopi.

Da allora il ricordo delle stragi del 19-21 febbraio è rimasto ben impresso nel ricordo degli etiopi. Anzi, il giorno 19 febbraio è diventato un “giorno di lutto”, che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato inserito nel Calendario nazionale come Yekatit 12. Con quel nome è stata intitolata una piazza della Capitale, dove è eretto un obelisco  dedicato alle migliaia di vittime della “strage di Addis Abeba”, che è ricordata ogni anno con una solenne cerimonia. 

Due mesi, tra il 21 ed il 29 maggio 1937, un’altra grande strage di civili e religiosi inermi, compresi molti ragazzi, è compiuta nella città conventuale di Debra Libanòs, dove, secondo le nostre Autorità, si erano rifugiati gli attentatori. L’azione è condotta dalle truppe coloniali (formate da ascari eritrei e somali, di fede mussulmana), comandate dal generale Pietro Maletti, incaricato della repressione armata nella regione dello Scioa occidentale. All’inizio sono giustiziati sommariamente 297 monaci e 23 laici, anche con l’utilizzo di mitragliatrici, come Maletti telegrafa a Graziani, che poi  riferisce a Roma. Pochi giorni dopo sono giustiziati anche 129 diaconi.  Il Generale Maletti  invia a Graziani un nuovo telegramma con scritto “Liquidazione completa”.

Le vittime ufficiali sono 450, ma almeno 2.000 secondo lo storico inglese Ian Campbell.

 

 LA PROPOSTA  DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA

 

Il 22 maggio 2006 il quotidiano La Repubblica pubblica, su due intere pagine all’interno e con un richiamo in prima pagina, un lungo articolo del giornalista e scrittore Paolo Rumiz, che racconta quello che lo storico Matteo Dominioni ha scoperto in una grande grotta, vicino alla città etiopica di Ancober (o Ankober), una delle principali città dello Scioa, l’ altopiano centrale del Paese, individuata in base ad una mappa trovata nell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma.

Il 9 aprile 1939 si sono rifugiati nella grotta alcune migliaia di etiopi, non solo partigiani che si oppongono alla nostra occupazione, ma anche donne, ragazzi e bambini, allo scopo di sfuggire ad uno dei  frequenti rastrellamenti ordinati, per fiaccare la resistenza etiopica, dal Comandante delle nostre truppe, il generale Ugo Cavallero. 

Per costringere ad uscire dalla grande grotta le persone che vi si trovavano,  il reparto chimico della Divisione Granatieri di Sardegna  usa prima i lanciafiamme e poi l’artiglieria, sparando granate caricate con i gas iprite ed arsina (composto di arsenico ed idrogeno).

Le nostre truppe impiegano ben tre giorni per eliminare la  resistenza e domare la  “rivolta”. I morti accertati ufficialmente dalle nostre Autorità militare sono circa 800, ma i testimoni sopravvissuti, che Dominioni ha intervistato, riferiscono di alcune migliaia di vittime.

Il 23 maggio 2006, il giorno seguente alla pubblicazione dell’articolo di Rumiz, il quotidiano La Repubblica pubblica un articolo del giurista Sabino Cassese, che propone al Governo di nominare una Commissione di storici per fare una rigorosa analisi del nostro Colonialismo, accertando la responsabilità dei “crimini” commessi sulle popolazioni. 

In seguito, il giornalista Angelo  Del Boca, il massimo esperto della storia del nostro Colonialismo in Africa (scomparso nel luglio 2021), invia al quotidiano La Repubblica una lettera con la proposta di istituire una Giornata della Memoria per i 500.000 Africani uccisi durante la nostra presenza coloniale in Libia, Somalia ed Etiopia.  Il 27 maggio la proposta è illustrata sul quotidiano, in un articolo del giornalista Nello Ajello.

Lo stesso giorno Del Boca invia una lettera, con la sua proposta, al Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, ritenendolo “sensibile” al problema, dato che il primo dicembre 1999, quando era Capo del Governo, nel suo viaggio in Libia aveva ammesso le nostre responsabilità coloniali, durante la visita al monumento realizzato dal Governo libico ai “martiri di Sciara Sciat”. Questo villaggio, vicino a Tripoli, durante la guerra contro i Turchi per il possesso della Libia, era ubicato all’interno della nostra linea di difesa allestita intorno alla città.

Il 23 ottobre 1911, mentre è in corso un  attacco turco, gli abitanti di Sciara Sciat si rivoltano ed attaccano alle spalle i Bersaglieri dell’11 Reggimento. La battaglia è per le nostre truppe la più cruenta della guerra, con 378 morti (compresi 8 ufficiali) e 125 feriti. Scatta subito una feroce repressione, che diventa una “caccia all’arabo”, durata più di una settimana e che comporta l’uccisione di  circa 4000 libici, comprese alcune centinaia di donne e di ragazzi. In seguito, alcune centinaia di libici,  considerati “pericolosi”, sono inviati nelle Colonie penali ubicate nelle isole di Favignana, di Ponza, di Ustica e delle Tremiti, dove molti muoiono per le malattie  e per le precarie condizioni di vita.

Nell’estate 2006 Del Boca espone la sua proposta in una “lettera aperta”, che è pubblicata nel numero di luglio-agosto della rivista dei missionari Comboniani Nigrizia. In particolare  Del Boca sostiene che l’istituzione della Giornata della Memoria è lo strumento migliore per “riconoscere ufficialmente le colpe, e gli orrori, del nostro passato coloniale nella maniera più esplicita e nobile”.

In seguito al dibattito suscitato dalla “lettera aperta”, il 23 ottobre 2006 un gruppo di Deputati (primo firmatario l’On.        ) presenta alla Camera la Proposta di Legge n. 1845 per istituire la Giornata della Memoria, che purtroppo non è discussa.    

 

LE VITTIME DEL NOSTRO COLONIALISMO IN AFRICA

 

L’Etiopia è il Paese  africano che ha pagato il prezzo più alto, con almeno 350.000 morti accertati, molti  in seguito all’impiego dei gas asfissianti, accertato  dagli anni sessanta da Angelo Del Boca e riconosciuto ufficialmente solo nel 1996 dall’allora Ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, in violazione degli accordi di Ginevra del 1926 sulla proibizione degli aggressivi chimici e, contestualmente, tolse il segreto di Stato sulla documentazione della guerra d’Etiopia e aprì gli archivi del Ministero della Difesa, relativi alle imprese  coloniali.

Invece, secondo il Memorandum presentato dal Governo etiopico al Consiglio dei Ministri degli Esteri, tenutosi a Londra nel settembre 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, le vittime sarebbero 760.000.

Il Trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, ha riconosciuto l’obbligo da parte nostra, per i danni materiali ed umani arrecati all’Etiopia, di un risarcimento di ben 35 milioni di dollari, per  il  periodo dal 1935 al 1943, che pertanto non comprende i danni subiti durante le guerre contro l’Abissinia del 1887 e del 1895-1896.

Oltre ai 350.000 vittime etiopi, ci sono stati almeno 100.000 morti in Libia, sia durante la guerra del 1911-1912 contro la Turchia per l’occupazione del Paese, sia negli anni seguenti, soprattutto nel periodo 1930-1931, quando, per domare la ventennale rivolta senussita in Cirenaica guidata da Omar al Muktar, soprannominato “il leone del deserto”, si è deportata tutta la popolazione del Gebel cirenaico nel deserto della Sirte, in  Tripolitania (a centinaia di Km di distanza),  che in gran parte è  morta sia durante il trasferimento nei Campi di concentramento, allestiti con centinaia di tende nel deserto sirtico, sia per le pessime condizioni igieniche e di vita  negli stessi Campi.

Almeno altre 20.000 vittime ci sono state in Somalia, durante la cruenta repressione degli anni 1926-1928, quando era Governatore il Quadrumviro fascista della “marcia su Roma” del 22 ottobre 1922  Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon.

Riguardo agli  Eritrei, anche se non hanno subito dure repressioni, in quanto hanno “accettato” la nostra dominazione, hanno avuto almeno 30.000 ascari (le truppe coloniali, guidate da ufficiali italiani, impiegate nelle nostre guerre in Africa), morti  nella campagne militari di “conquista” in Libia, Somalia ed Etiopia. 

 

PERCHE’ LA GIORNATA DELLA MEMORIA IL 19 FEBBRAIO

 

Dato che il 19 febbraio è un “giorno di lutto” per gli etiopi, in ricordo delle “stragi di Addis Abeba”, sarebbe una iniziativa lodevole far diventare lo stesso giorno Giornata della Memoria anche per noi, in ricordo di tutte le vittime del nostro Colonialismo in Africa. Questa scelta dimostrerebbe concretamente la vicinanza del nostro Paese all’Etiopia (che può essere considerato il Paese “simbolo dei crimini” commessi in Africa, dato che ha avuto il maggior numero di vittime: almeno 350.000) e sarebbe un modo concreto e dignitoso per “chiedere scusa” a tutti i Paesi nei quali abbiamo commesso  misfatti e “crimini” per costringere la popolazione ad accettare la nostra “occupazione”, che ha comportato anche la loro “italianizzazione forzata”, allo scopo di “assimilarli” alla nostra cultura, distruggendo però la loro. In questo modo, il nostro Paese dimostrerebbe di aver “fatto i conti”, finalmente, dopo 130 anni, con il proprio passato coloniale e quindi potrebbe sedere “a testa alta” nel consesso delle Nazioni.      .

 

 

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