La scomparsa di Peppino di Capri
di Marco Testi
L’attraversamento di un’epoca con la canzone, e non solo quella napoletana. Peppino di Capri ha rappresentato, tra i pochi, non una stagione, ma la musica e il costume, e quindi la cultura popolare del nostro Paese, da sempre: e quel sempre significa la rinascita alla fine della seconda guerra mondiale, quando a soli quattro anni (era nato a Capri come Giuseppe Faiella nel 1939) si esibì al pianoforte per le truppe americane. La musica era nel suo DNA familiare, con il nonno che suonava nella banda musicale dell’isola e il papà proprietario di un negozio di strumenti musicali e lui stesso polistrumentista.
Radici profonde che hanno messo insieme musica popolare, jazz, la tradizione melodica e quel rock&roll che faceva capolino da noi, grazie anche e soprattutto a lui: non è un caso che tra le sue prime esperienze ci sia stato un duo insieme ad Ettore Falconieri ,“Duo caprese”, e poi l’esperienza de i Capri Boys e finalmente Peppino di Capri e i suoi Rockers, -il nome del gruppo dice tutto sullo spirito del tempo colto genialmente agli inizi- con cui iniziò a incidere dischi.
Peppino ha traghettato il rock di Chuck Berry e Elvis Presley in una nuova veste in cui i ritmi serrati del blues del Delta e del rock più duro si mescolavano con quelli melodici della tradizione napoletana e italiana. Lentamente è stato riconosciuto come il geniale autore di quella fusione che ha messo insieme i romantici lenti attraverso i quali nascevano i primi amori adolescenziali e gli scatenati twist e poi surf, hully gully e shake nei quali si scatenavano i desideri di libertà e identificazione generazionali.
Geniale fusione tra la tradizione e le nuove linee che provenivano sia da lontano che da noi, che portò alla creazione di hit che scavalcano i tempi e le mode e rimangono ancora oggi, ma anche domani: Luna caprese, Nun me lassà, Un grande amore e niente più, Roberta, il classico di fine ottocento I te vurria vasà, e poi la versione nostrana di Let’s twist again e Speedy Gonzales, e il ballatissimo, e complice, Champagne, con l’onore di aprire i concerti italiani dei Beatles. Per non parlare dei due Sanremo vinti e delle innumerevoli partecipazioni agli eventi cult del tempo, come Il Cantagiro, Un disco per l’estate, Canzonissima. E ovviamente i musicarelli che hanno visto sul grande schermo praticamente tutti i miti canori nostrani, e pure stranieri.
Una voce che aveva unito i toni melodici della tradizione napoletana con gli acuti dei primi urlatori, l’accattivante sussurrare del tempo dell’amore con il roco aggressivo urlo del nuovo che arrivava da Liverpool e dall’America della fusione tra blues e rock.
Grazie a lui una stagione che rimane come nostra, non solo imitazione passiva, con una voce riconoscibile tra mille, e con la memoria di un lungo tempo in cui Peppino ha rappresentato il volto discreto, mai aggressivo, di una musica e una voce che chiedeva di entrare nella nostra storia. E lo ha fatto







