Quando l’arte rimane oltre il tempo: le liriche di Marco Del Bufalo

di Marco Testi

Non solo del cammino familiare della famiglia Del Bufalo si parlerà il giorno 6 novembre (ore 17) presso la biblioteca “ Peppino Impastato” a Poggio Mirteto, per ricordare un ragazzo, Marco, che ha affrontato i grandi continui ostacoli che la vita gli ha messo di fronte. Perché Marco Del Bufalo è stato, ed è, l’arte rimane oltre il tempo, un poeta.

La poesia da sempre va oltre i confini umani, e quando leggiamo i versi, che forse è limitativo chiamare ancora così, perché sono parole che, come nel tempo delle origini dovevano essere accompagnate, anzi, essere tutt’uno, con una sorta di armonia, e poi svilupparsi in quella magica comunione di voci, segni e suoni che si sarebbe lentamente separata, per poi tornare in modi sempre diversi all’incontro. Nei versi si coglie quell’antica memoria di una dimensione in cui la parola era canto, e il canto talvolta va oltre le umane possibilità, anche quando parla di cose apparentemente quotidiane. Eppure l’incontro, la cura ricevuta e quella offerta, l’attendere e l’essere atteso, il dialogo con l’altro e con Dio appartengono ai nostri giorni, solo che pochi se ne accorgono davvero.

Marco Del Bufalo, lo abbiamo detto, rimane anche nei giorni del dopo -se ne è andato nel 2025, era nato nel 1982- un poeta. Già dalla radice del nome poesia, che significa fare, operare attivamente, il verso è una componente attiva del vivere, perché lo manifesta, ne è parte, e così è nella poesia di un ragazzo che ha fatto salati conti con la vita, e qui le diagnosi che parlano di difficoltà a navigare nella “normalità” sarebbero inutili, perché il suo operare non solo nella scuola e nell’università, ma anche e soprattutto nell’amore familiare e sociale emana da una scrittura tesa all’altro, al mondo, al senso. Già dal titolo della sua prima raccolta, Mi guardo dentro vedo voi (REA Edizioni, L’Aquila, 2001) emerge questa abissale sintesi di un navigare dentro il proprio sé e non rimanerci impigliato e talvolta sommerso, come accade talvolta nella poesia -ed anche altrove- . Qui appare la rara capacità poetica di un giovane che rivela un complesso sguardo sulla realtà, e questa realtà dipende anche dal nostro sguardo.

Marco afferma di avere “un’immensa fede” nella poesia che è già un programma nel titolo, “Parlo di me”, e in “La mia cresima” non piange sulle proprie difficoltà, ma guarda a quel Gesù che “ha fuso il suo disponibile restare con me/ alla sentita festa” come segno e dono di amicizia e partecipazione a quella che Marco stesso chiama “la mia forte anormalità” nel ringraziamento a tutti coloro che vanno oltre gli umani steccati. Perché, e questo appare soprattutto in “Me stesso”, davvero la poesia non è, come appare oggi, un distaccarsi della vita, ma partecipazione fattiva per “festeggiare ogni umile momento”.

E questo della poesia come celebrazione del momento apparentemente qualsiasi è di per sé un profondo essere parte del viaggio. Anche quando, confessa crudamente Marco, “tanti mi presentano handicappato” ecco che giunge il momento della rivelazione anche pratica, reale, degli stupendi versi “una forza è dentro me mi tiene fuori/dal corpo grande mio nemico” (“Me stesso”).

Come si vede, Marco non opera attraverso eufemizzazioni e attenuazioni, ma affronta alla radice il suo essere nel mondo, negli altri e con gli altri, perché le testimonianze nel dopo della sua scomparsa riveleranno una empatia e una fascinazione reciproca che sottolineano la sua coscienza della realtà e la sua capacità di portarsi fuori dal sé per incontrare, e affascinare, gli altri. Questa capacità diviene mimesis, in grado però di farlo guardare al mondo con lo sguardo che va oltre le cose e le abitudini: in “Se io fossi…” immagina di essere un animale che guarda “gli uomini vuoti”, che si rivelano allo sguardo profondo del poeta “bisognosi di tenerezze”; un elemento che era divenuto assai importante nella grande poesia del Novecento, basti pensare ad Eliot.

Il motivo della soddisfazione materiale senza senso e della noia che ne segue continua nella successiva raccolta poetica di Marco, dallo stupendo titolo Davvero esistono gli angeli (REA Edizioni, L’Aquila, 2010). Ancora una volta, infatti, tornano le trappole della falsità, “il frettoloso dare e ricevere/ il desiderio di arrivare/ la noia del troppo” con la constatazione abissale e rara in un giovane dell’età di Marco, di una “solitudine che grava sull’uomo/ sempre in compagnia” (“Temeraria vita”) che ancora una volta rivela come la poesia vera rappresenti un fare, un cercare realmente alternative a una vita in cui lentamente la solitudine mascherata da cellulare, foto, comunicazioni video si impadronisce delle persone, scavalcando le antiche compagnie-comunità in cui la comunicazione e gli affetti si manifestavano nel reale, concreto spazio-tempo.

Ed è davvero affascinante la riflessione poetica sulla necessità del superamento degli ostacoli, dei se e dei ma. E, proprio quando il momento sembra quello del crollo (lo aveva messo in evidenza il San Paolo della seconda lettera ai Corinzi: “quando sono debole è allora che sono forte”) ecco che il giovane poeta dopo aver confessato che “tutto per me resta difficile/ tutto ormai resta obbligo/ mi credo debole”, riesce a cogliere quella scintilla divina che fin dalle origini ci sostiene, ed allora si fa largo la rivelazione che “la mia vita è ormai viva/ è come quella di tutti/ è una temeraria vita”, per poi concludere con una profonda riflessione, che è anche un colloquio con il sé profondo, sul fatto che è proprio quella temeraria vita “che mi rende simile a te uomo dai mille averi”. Non ci sarebbe necessità di commenti, tale è la profondità di questi versi, se non per sottolineare ancora una volta l’estrema attualità -che vuol dire anche validità oltre i tempi- di una poesia che vede nella sazietà materiale uno dei pericoli del genere umano, perché devia lo sguardo dalla comunione e condivisione, non solo materiale, in favore di un’ossessione senza senso, perché una volta ottenuto quello che si desidera, ci si accorge della sua inutilità spirituale.

È nella splendida constatazione di “Del nascere del morire” che giunge l’ammonimento di un giovane all’umanità adulta e a quella dei suoi coetanei che aspirano al possesso della cosa, e non del senso: “Solo dentro di noi sappiamo che la vita ci appartiene/ ma noi non la possediamo”. Perché quel senso dimenticato è anche memoria dell’incontro, un ricordo che ci aiuta perché ci fa capire che quegli incontri sono parte reale della nostra strada.

C’è, a conclusione di queste nostre pagine, una poesia che riassume magistralmente, fin dal titolo, “Io”, questa apparente dicotomia tra dentro e fuori, materia e spirito, io e noi:

“Io niente voglio
Ho tutto
Resto turbato da averi preziosi
Tanto veri che avvolgono e fedelmente ritrovano la mia guastata vita
Resto io
Io umile regalato da tesori d’amore
Regno nel mondo tanto ruvido di ogni attimo
Tutto ho
Ho un restare incompleto resto diverso e sono diverso
Ho tutto ho niente
Tutto esempio di niente
Degno sono del mio niente che ho”

Author: redazione