di Andrea Moiani
Raccontare le botteghe di un paese non significa solamente un’economia locale: significa dare voce alle relazioni, alle abitudini quotidiane e ad un senso di comunità che, nel tempo, contribuisce a definire l’identità di un territorio. È da questa consapevolezza che prende forma Le botteghe mirtensi, recente pubblicazione di Marco Angelici edita da Espera e dedicata alla storia commerciale e umana di Poggio Mirteto.
Il volume ricostruisce, attraverso fotografie d’epoca, documenti e testi narrativi, un lungo percorso che attraversa il Novecento e arriva fino ai giorni nostri, restituendo il ruolo centrale che il commercio di prossimità ha avuto nella vita sociale del paese. Non un semplice catalogo di immagini, spiega l’autore, ma un racconto stratificato in cui le botteghe diventano luoghi di incontro, scambio e costruzione collettiva.
Le botteghe mirtensi trae origine dalla mostra fotografica realizzata in occasione della Fiera dell’Editoria Sabina del 2024 per iniziativa dell’Associazione Culturale “Amici del Museo” di Poggio Mirteto, successivamente riproposta in diverse occasioni e divenuta la base iconografica del lavoro di Angelici. Il forte coinvolgimento del pubblico e la ricchezza del materiale emerso hanno reso evidente la necessità di dare continuità a quell’esperienza, trasformandola in un progetto editoriale capace di fissare nel tempo una memoria condivisa.
«Questo lavoro mi fa amare ancora di più il posto in cui sono nato e cresciuto» ci spiega l’autore, «ma soprattutto l’importanza di conservare il senso di comunità». Allo stesso tempo, Angelici sottolinea come il libro non esaurisca il racconto di Poggio Mirteto: «Ci sono moltissime narrazioni ancora da fare, dalle storie di resilienza durante l’ultima guerra a quelle di sviluppo di una comunità che ha saputo rinnovarsi, passo dopo passo, al mutare dei tempi».
- Il tuo libro non sembra una semplice “operazione nostalgia”: da dove nasce davvero questo progetto?
- Ciò che mi interessava davvero erano le vicende umane delle persone che si sono messe in gioco con obiettivi spesso ambiziosi, facendo il meglio possibile nel tempo in cui vivevano. Non è un’operazione amarcord né tantomeno un tentativo di riproporre “ricette” del passato. Sarebbe qualcosa di anacronistico. Quello che ritengo sia davvero importante sia recuperare lo spirito, l’intraprendenza e la voglia di costruire per evitare che Poggio Mirteto diventi un mero dormitorio o, peggio, un luogo senza più un senso, dove la qualità della vita sopravvive solo nei ricordi o nei paesaggi.
- Cosa ti ha colpito di più durante la stesura del libro?
- Mi ha colpito molto la resilienza della comunità nel secondo dopoguerra. Si vede bene, ad esempio, nella parte dedicata a Ettore Mazzuca: una comunità che usciva da anni difficili e che aveva una fortissima voglia di ripartire, con una visione ben precisa. Allo stesso tempo mi ha colpito la storia di famiglie che arrivavano da lontano, spesso come ambulanti, e che qui hanno costruito non solo un’attività economica, ma un vero progetto di vita. Alcune di queste famiglie hanno creato imprese articolate, con più negozi e categorie merceologiche diverse, e questo ha generato un beneficio diffuso per tutta la comunità.
- Guardando al dopoguerra, Poggio Mirteto era davvero così diversa da oggi dal punto di vista sociologico?
- Poggio Mirteto è cambiata soprattutto nei suoi asset strategici. Un tempo era il centro commerciale naturale del territorio, sostenuto anche dalla presenza delle scuole e di altri servizi. Col tempo i servizi e le esigenze sono cambiate ed è normale che non esistano modelli validi per sempre. Il commercio com’era pensato allora non può funzionare nella Poggio Mirteto di oggi. Serve un riposizionamento territoriale che tenga conto degli asset attuali e ne costruisca di nuovi.
- Quindi non parlerei di crisi, ma di mancato adattamento?
- Esatto. È una trasformazione del tessuto socio-economico. Se riesci ad adattarti, il cambiamento diventa un’opportunità; se non lo fai, diventa declino. Dagli anni Novanta in poi il tessuto commerciale è cambiato profondamente: sono cambiate le abitudini, la domanda e, di conseguenza, l’offerta. Oggi, rispetto agli anni Ottanta, troviamo molte più attività legate alla ristorazione e meno negozi di abbigliamento. È il segno evidente di un riequilibrio necessario tra domanda e offerta.
- Come si è svolta la ricerca d’archivio?
- Gran parte del lavoro è stata fatta presso i privati. Sono andato nelle case delle famiglie, abbiamo sfogliato album fotografici e sono emerse immagini molto interessanti. Per deformazione professionale, però, non mi sono fermato alle foto: mi sono chiesto anche come queste attività comunicavano e si promuovevano. Analizzando manifesti, pannelli pubblicitari, gadget ho ntoato come alcuni di essi fossero sorprendentemente moderni per l’epoca, soprattutto considerando che parliamo di un centro di provincia negli anni Sessanta. C’erano già forme embrionali di branding e di comunicazione mirata.
- Nel libro emerge spesso il tema del senso di comunità. È ciò che oggi manca di più?
- Più che rivalità tra commercianti, oggi manca la consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande. Viviamo in un’epoca fortemente individualista e questo si riflette su tutto, anche sul commercio. Un tempo esisteva un’associazione di commercianti molto influente; oggi questo tipo di struttura manca, ed è un segnale dei tempi che stiamo vivendo.
- Il senso di comunità sta davvero scomparendo?
R. Non direi che sta scomparendo, ma si sta diluendo. In una società sempre più individualista è più difficile trovare persone disposte a impegnarsi gratuitamente per il bene comune. Questo incide direttamente sulla qualità della vita. Senso di comunità e qualità della vita vanno di pari passo: quando uno viene meno, prima o poi ce ne accorgiamo.
- C’è un ricordo personale a cui sei più legato?
- Se penso alla mia infanzia, mi viene subito in mente il negozio di giocattoli di Leonardo Battistelli. Mi perdevo davanti alle sue vetrine. Quello che ricordo di più è il calore umano: entravi e venivi consigliato nel modo più umano possibile. Negli anni Ottanta ricordo anche un grande ottimismo verso il futuro, quasi un “happy ending” permanente. Oggi quell’ottimismo è molto più raro.








