“Un poggiano campione olimpico. Raimondo d’Inzeo”, intervista a Mario Blasilli

di Andrea Moiani

Sono pochi gli sportivi della storia d’Italia capaci di rappresentare al meglio la propria disciplina, diventandone al tempo stesso simbolo e motore di diffusione presso il grande pubblico. Un’eccezione recente può essere individuata in Jannik Sinner, capace di attirare migliaia di persone verso il tennis, uno sport tradizionalmente meno seguito rispetto al calcio. Una dinamica analoga, seppur in un contesto storico e mediatico diverso, riguarda anche l’equitazione, disciplina in cui spicca in modo assoluto la figura di Raimondo d’Inzeo.

Campione del mondo e olimpico, protagonista di una vera e propria rivoluzione tecnica nel modo di montare a cavallo, Raimondo d’Inzeo è senz’altro uno dei massimi esponenti dello sport italiano del Novecento. Alla sua dimensione internazionale si affianca inoltre un forte legame con il territorio della Sabina: nacque infatti a Poggio Mirteto l’8 febbraio 1925. Una targa affissa in piazza Martiri della Libertà ricorda ancora oggi il luogo natale di uno sportivo che ha conosciuto fama e riconoscimenti in Italia e all’estero.

Nell’ultima sua fatica editoriale, Un poggiano campione olimpico. Raimondo d’Inzeo, Mario Blasilli ripercorre la vita e i successi del d’Inzeo attraverso fotografie, articoli d’epoca e numerosi aneddoti legati sia alla carriera sportiva sia alla sua vita privata. Blasilli, già autore di diversi volumi dedicati alla storia e alla vita culturale di Poggio Mirteto (ricordiamo i volumi sulla storia della Banda Musicale Ju Mirtense, della Giornata del Musicante e del Monumento ai caduti), offre in questo libro un ritratto appassionato e documentato di una figura centrale dello sport italiano.

 

 

Qual è la genesi del libro?

Il libro nasce dal fatto che d’Inzeo è nato in questa casa, nella stanza qui accanto (indica la stanza adiacente all’ufficio in cui si è svolta l’intervista, ndr.) Io sono un ex direttore di banca e sono andato in pensione piuttosto giovane: ho scelto di restare a casa per assistere mia moglie. In quel periodo è riemersa con forza la mia passione per la storia che è nata durante la mia carriera universitaria. Mia moglie mi raccontava spesso che, in questo stesso appartamento, viveva la zia di d’Inzeo che gestiva una sorta di alberghetto e che, quando i nipoti gareggiavano, saliva di corsa a chiamare mia moglie da ragazza per dirgli di accendere la televisione per vederli.

Poi un giorno, passando davanti alla targa commemorativa, mi sono reso conto che ricorreva il centenario della nascita. Con la scomparsa di mia moglie ho smesso di lavorare al progetto ma poi l’ho ripreso anche perché lei teneva moltissimo a questa mia ricerca: il libro è infatti dedicato a lei. Da lì ho iniziato a fare ricerca di documenti sul web e negli archivi comunali e ho avuto la fortuna di conoscere Susanna, la figlia di Raimondo, con la quale si è instaurato un bellissimo rapporto.

Ho inserito molte curiosità e ho recuperato materiali anche grazie ad amici di Poggio Mirteto tanto che Susanna stessa mi ha confidato che, grazie al mio libro, ha scoperto aspetti della vita del padre di cui non era a conoscenza.

 

Cosa emerge dalla storia di Raimondo e Piero d’Inzeoa partire dalla loro infanzia?

Dalle testimonianze e dai racconti familiari emerge un’educazione molto rigorosa. Il padre Costante era lui stesso un militare e impose ai figli una disciplina ferrea che, a mio avviso, è stata una delle chiavi del loro successo. Costante si lamentava spesso del fatto che Raimondo non gli desse retta, tanto che a un certo punto gli proibì persino di andare a cavallo.

Quando Raimondo si accorse che il padre parlava di cavalli soltanto con Piero, si sentì escluso. Non è del tutto chiaro se tra i due fratelli abbiano litigato, ma sappiamo che una volta Piero fece ricorso dopo essere arrivato secondo in una gara. Al di là di tutto questo però, emerge una rivalità sportiva sana e legittima: erano fratelli veri, uniti da un legame profondo.

 

 

Qual era il rapporto con la famiglia e in che modo ha inciso sulla carriera sportiva?

Raimondo era un carabiniere e all’epoca far parte di un gruppo sportivo implicava comunque fare servizio. Spesso andava a cavallo trascurando inevitabilmente la famiglia e arrivando perfino a pagarsi da solo il cavallo.

Nel libro non ho riportato un episodio molto doloroso, che è la morte di sua figlia in un incidente di sci. In articolo del generale Cisi si legge che quello fu il più grande dolore della sua vita.

 

Qual era il rapporto tra Raimondo e Piero d’Inzeo?

Sono cresciuti insieme, così come le rispettive famiglie. Alla presentazione del libro, parlando di Raimondo, ho voluto invitare anche la figlia di Piero, perché sarebbe stato impossibile parlare di uno senza fare lo stesso con l’altro. Le loro vite e le loro carriere sono profondamente intrecciate.

 

In che modo d’Inzeo ha rivoluzionato l’equitazione e quando si colloca la svolta della sua carriera?

Prima di d’Inzeo, per far saltare un cavallo si tendeva a fargli sollevare le zampe. Federico Caprilli, un altro cavaliere italiano, introdusse una svolta fondamentale: si buttò in avanti lasciando al cavallo la libertà del salto. Raimondo riprese e perfezionò questa tecnica, anche grazie all’esperienza del padre che, in cavalleria, aveva fondato un’accademia a Roma in cui portava spesso i figli ad allenarsi.

Raimondo vinse quasi subito. La prima grande affermazione arrivò con il titolo di campione del mondo, dopo un secondo posto nel campionato precedente. Alla sua prima Olimpiade era il più giovane del gruppo e il capo équipe cercò di frenarlo, invitandolo a fare il minimo indispensabile. Lui lo fece, ma lo fece benissimo. Da lì iniziò una carriera straordinaria.

Raimondo era innamorato dei cavalli: ha vinto con moltissimi di loro, ma ne ha scelto uno solo come compagno ideale. Viveva per il cavallo. Credo che questo amore viscerale fosse centrale nella sua esistenza, pur senza annullare il legame con la famiglia.

 

Qual era il rapporto tra Raimondo d’Inzeo e la Sabina?

Raimondo fu un “poggiano per caso”, parafrasando il nome di un gruppo musicale italiano (i Neri per Caso, ndr.). Nel 1925 la famiglia era solita trascorrere le vacanze a Poggio Mirteto alloggiando presso Margherita Paparelli, cugina della mamma. La madre era incinta e, al momento di rientrare a Roma, non fu possibile partire a causa delle abbondanti nevicate: quell’anno Poggio Mirteto registrò il più alto indice nivometrico del secolo. Così Raimondo nacque lì, quasi per destino.

Raimondo continuò sicuramente a frequentare Poggio Mirteto per trovare la zia e tornò qui anche dopo la sua scomparsa. Il legame non era strettissimo, ma esisteva. Negli anni lo abbiamo rafforzato noi, soprattutto quando il Comune pose la prima targa commemorativa.

In fondo al libro ho inserito anche una sorta di “pia intenzione”: intitolare a Raimondo d’Inzeo la caserma dei Carabinieri di Poggio Mirteto. Sarebbe un gesto unico e altamente simbolico.

 

C’è un aspetto che l’ha particolarmente emozionata durante il lavoro di ricerca?

Sicuramente l’emozione più forte è stata poter toccare con mano oggetti e strumenti utilizzati da Raimondo nel corso della sua carriera. Il luogotenente Sergio D’Artibale, presidente della sezione di Fara in Sabina dell’Associazione Nazionale Carabinieri, intitolata proprio a d’Inzeo, li ha messi a disposizione durante la presentazione del libro presso la Biblioteca “Peppino Impastato” di Poggio Mirteto. C’erano una sella, la sua divisa, segnaposto e coppe frutto dei suoi trionfi: cimeli provenienti dal museo allestito nella sede della sezione. Vederli dal vivo è stato molto toccante.

 

Quali fonti ha trovato più difficili da reperire?

Paradossalmente le fonti locali, perché inizialmente pochi sapevano che stessi lavorando a questa ricerca. Parlandone con amici e conoscenti sono emersi numerosi giornali dell’epoca. Sono andato anche in archivio comunale, senza sapere davvero cosa avrei trovato, ma con la speranza di recuperare materiali utili.

 

Nel libro ci sono molte fotografie: qual è quella che l’ha colpita di più e quale rappresenta meglio d’Inzeo?

Mi hanno colpito molto le fotografie in cui Raimondo appare con la gamba ingessata o con una vistosa fasciatura perché testimoniano il numero impressionante di incidenti che ha avuto. A un certo punto fu persino riformato dall’Arma perché non più idoneo al servizio, cosa che mi sorprese molto considerando i suoi successi.

La foto che più mi ha emozionato, però, è quella pubblicata sulla prima edizione a colori del giornale inglese Horse and Hound.

 

Se potesse rivolgere oggi una domanda direttamente a Raimondo d’Inzeo, cosa gli chiederebbe?

Gli chiederei come abbia fatto a sostenere tutti quei sacrifici. La sua è stata una disciplina durissima: andare a cavallo significava anche occuparsi dell’animale, pulirlo, lavorare in scuderia. Solo in seguito ebbe un groom (un uomo di scuderia, ndr), ma all’inizio faceva tutto da solo.

 

A Poggio Mirteto la figura di d’Inzeo è anche al centro di una controversia riguardante la carica sulla folla che egli guidò nel 1960 durante un corteo antifascista in cui erano presenti anche degli abitanti di Poggio Mirteto. L’episodio, tuttavia, è assente nel libro. Perché questa scelta?

Ho scelto di non affrontare tale argomento in quanto non inerente e perché volevo evitare polemiche. Ho preferito quindi trattare solo l’aspetto sportivo. Nel libro cito una fonte che sottolinea come Raimondo fosse partigiano e socialista, non certo di destra. In quanto carabiniere, si limitò a eseguire ordini che non poteva rifiutare.

 

Author: redazione