Nel panorama degli studi sui dialetti italiani, il rischio più frequente può essere quello dell’oscillare tra due estremi: da un lato la nostalgia, dall’altro una raccolta di materiali priva di un solido impianto metodologico.
Il Vocabolarietto del dialetto sabino di Stefano Giornetti si colloca fuori da queste due categorie, presentandosi come un lavoro rigoroso di documentazione linguistica, storica ed antropologica ben lontano dall’essere un tentativo di recupero anacronistico della parlata nell’uso quotidiano. Il volume, pubblicato da Edizioni Espera, nasce da un lungo e faticoso percorso di ricerca iniziato negli anni Ottanta e approfondito a più riprese. Esso si fonda su un’idea precisa di vocabolario dialettale: non un semplice elenco di lemmi, ma uno strumento in grado di raccogliere e di restituire la parlata locale attraverso l’analisi etimologica, note linguistiche, rinvii interni e confronto con le fonti storiche.
I 2287 lemmi raccolti, relativi a quattro comuni della Sabina (Poggio Mirteto, Montopoli di Sabina, Casperia, Mompeo) rappresentano un campionario abbastanza rappresentativo di un territorio, come quello sabino, attraversato da popoli, culture e lingue diverse. Nell’Appendice è possibile consultare un estratto delle Memorie storiche di Ercole Nardi in cui sono elencati adagi, stornelli ed espressioni del dialetto. È presente, inoltre, un approfondimento della figura del regolo (o regu), figura mitologica ancora presente nell’immaginario delle campagne sabine accompagnato da un racconto in dialetto redatto da Diego Allegrini e Walter Consumati.
Questo approccio è stato reso possibile dalla lunga esperienza che Stefano Giornetti ha maturato nel corso della sua carriera. Laureato in Lettere e docente nelle scuole medie e superiori, Giornetti ha collaborato per quasi vent’anni con la Treccani al Vocabolario della lingua italiana ed è autore di diverse pubblicazioni di ambito letterario e linguistico. Nel suo Vocabolarietto, ci spiega, ha quindi applicato allo studio del dialetto gli stessi criteri di rigore scientifico utilizzati per la lingua nazionale. Ne deriva un’opera corposa sebbene non esaustiva che può costituire un valido punto di riferimento per futuri studi relativi al dialetto sabino ma anche un modello di come la ricerca dialettologica si intrecci con storia, antropologia e linguistica.
Perché ha scelto il termine vocabolarietto?
Il termine non è né riduttivo, né dettato da falsa modestia. Piuttosto indica l’idea di un lavoro aperto, parziale e in fieri. Il campionario di lemmi dialettali è ampio, ma non completo e credo ci sia ancora molto da fare attraverso un lavoro collettivo fatto di questionari, ricerche sul campo e interviste alle persone più anziane delle campagne. Il volume è solo un “assaggio” del dialetto sabino e comprende sia termini ancora in uso, sia parole ormai scomparse e che appartengono inevitabilmente al passato.
Durante la presentazione ha parlato di una “seconda giovinezza” dei dialetti. Cosa intendeva?
Tra fine dell’Ottocento e per gran parte del Novecento, nelle scuole si è proceduto ad una campagna anti-dialettale sostenuta da circolari ministeriali e dai maggiori linguisti dell’epoca, una vera e propria dialettofobia. Fatta l’Italia si dovevano fare gli italiani e unificarli anche linguisticamente, adottando un’unica lingua valida per tutti che rappresentasse l’identità della Nazione. In realtà si è trattato di una sostituzione linguistica forzata ammantata da nobili ideali pedagogici di inclusione e integrazione delle masse popolari incolte ed emarginate cui era fornita la chiave di accesso alla lingua italiana. Questo compito fu affidato alla scuola e agli insegnanti che si servirono di vocabolari dialetto-lingua. I vocabolari avevano, dunque, una funzione pratica ed educativa. Si riteneva che il dialetto dovesse essere superato, per cui la politica scolastica puntava a sostituire le parlate locali con la lingua nazionale. Oggi la situazione è decisamente cambiata: l’italiano è conosciuto e parlato quasi ovunque e il conflitto con il dialetto si è attenuato. Ci troviamo di fronte ad una fase di “tregua” in cui il dialetto sta recuperando spazi che prima non aveva, dalla pubblicità al cinema, dalla musica ai media. Non a caso è stata istituita anche una Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali che si celebra il 17 gennaio di ogni anno.
Qual è la situazione specifica dei dialetti sabini?
È corretto parlare di dialetti sabini al plurale. Il volume ne prende in considerazione quattro comuni, ma ho scelto di allargare l’indagine perché, pur con le varianti locali, esiste una base linguistica comune e le differenze sono spesso sfumate. Molte parole derivano dal latino con evoluzioni fonetiche diverse, altre risalgono alle dominazioni e ai passaggi storici che hanno interessato la Sabina. Il nostro territorio è stata una vera e propria terra di mezzo, attraversata nei secoli passati da numerosi popoli come Vandali, Goti, Ostrogoti, Longobardi e Franchi i quali hanno lasciato qualche ricordino non solo linguistico.
Può farci qualche esempio concreto di queste stratificazioni linguistiche?
Esempi di termini di origine longobarda sono luffu, che deriva da huf, “anca” e sdelluffatu riferito a persona sciancata, sfiancata. Oppure troccu, il trogolo del maiale, che viene dal germanico trog e ha ancora oggi corrispondenze nel tedesco moderno. Accanto a queste influenze troviamo elementi in prevalenza latini, greci, ma anche arabi. Il termine bardasciu, che oggi indica un giovane ragazzo, deriva dall’arabo bardash, ossia una giovane schiava con rapporti prevalentemente sessuali. È un termine che nel dialetto non ha più un’accezione negativa. Assistiamo inoltre a influssi marchigiani, abruzzesi, umbri e romani. Roma ha esercitato un’egemonia culturale molto forte sulla Sabina, tant’è che in alcuni centri lungo l’asse ferroviario che porta ad Orte, il sabino è stato progressivamente sostituito dal romanesco.
Il Vocabolarietto ha anche una forte dimensione antropologica. Quanto è importante questo aspetto?
Ogni parola rimanda a un mondo di valori, credenze e superstizioni. Non si tratta solo di lingua, ma di cultura. Attraverso i lemmi emergono informazioni su come si curavano le persone, su cosa si credeva, su quali valori erano condivisi. Termini come pittima, impiastro o cataplasma raccontano antiche pratiche terapeutiche, mentre parole come u pilu de tassu o u pericu rimandano a credenze nelle loro proprietà apotropaiche e taumaturgiche.
Spesso si è tentato di collegare, erroneamente, il termine pittima alla parola “vittima”, ma in realtà l’etimologia è diversa. Pittima infatti deriva dal latino epithema, a sua volta dal greco, dove epi significa “sopra”. Indicava un impacco caldo e umido applicato sulle parti doloranti per alleviare dolori articolari, per artriti, reumatismi o infiammazioni. Non aveva una funzione curativa in senso stretto, ma serviva ad attenuare il dolore. Col tempo, proprio per il fastidio che dava, il termine ha assunto un significato figurato ed è passato a indicare una persona molesta, insistente, di cui ci si vuole liberare. È interessante come lo stesso termine, con significati affini, compaia anche altrove. A Venezia la pitima era una figura incaricata del recupero crediti, percepita come particolarmente fastidiosa che seguiva il debitore in tutta la città fino a quando non pagava il debito. Poi, riceveva una percentuale della somma riscossa.
Altre parole, legate da pratiche terapeutiche e popolari, in italiano sono impiastro o cataplasma che hanno avuto lo stesso sviluppo semantico, originariamente indicavano sostanze applicate sul corpo per lenire il dolore, ma nel linguaggio figurato sono diventate metafore di qualcosa o qualcuno di insopportabile. In questi slittamenti semantici si riflette un modo di pensare il corpo e la sofferenza tipico delle società rurali.
Un altro lemma significativo è u pilu de tassu al quale erano attribuite funzioni apotropaiche, cioè di protezione dal male. Si credeva che appendere il pelo di tasso dietro la porta potesse allontanare influssi negativi o presenze maligne. Anche in questo caso, il valore della parola non sta solo nel suo significato letterale, ma nel sistema di credenze che la sostiene. Attraverso un singolo lemma emerge un intero universo simbolico fatto di paura, protezione e trasmissione di saperi non codificati.
Il dialetto, in questo senso, diventa uno strumento privilegiato per ricostruire la mentalità delle generazioni che ci hanno preceduto. Molte di queste credenze oggi possono apparire irrazionali, ma per secoli sono state parte integrante della vita quotidiana e non venivano messe in discussione.
Nel volume trova spazio anche la figura del regolo. Che ruolo ha avuto questa credenza?
Il regolo è un mostro millenario, presente anche nella Bibbia e per questo i Padri della Chiesa non potevano negarne l’esistenza. Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, nel suo Manuale di zoologia fantastica, scrive che i Padri della Chiesa erano costretti a credere nella sua reale esistenza proprio perché si trova nella Bibbia. Nei secoli è stato interpretato come metafora del paganesimo o dell’anticristo. Il regolu (o basilisco) è il re dei serpenti come Satana è il re dei demoni. Il riferimento verrà eliminato solo con la nuova traduzione della Bibbia del 2008 edita dalla Conferenza Episcopale Italiana, ma la credenza sopravvive ancora nelle campagne. Ancora oggi, in alcune zone della Sabina, c’è chi afferma di crederci o di averlo visto.
Quali fonti ha privilegiato per il lavoro di ricerca etimologica? E quali criteri ha adottato per decidere l’inclusione o l’esclusione di un lemma?
Per le etimologie mi sono servito di molti libri e repertori come la REW (Romanisches Etymologisches Wösterbuch, fondamentale per ricerche linguistiche ed etimologie), il DEI (Dizionario Etimologico Italiano), il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana) e tanti altri. Ho scelto di registrare molti lemmi dialettali riscontrati nelle appendici aggiunte, mentre altri lemmi sono stati inclusi in seguito ad interviste con informatori locali. Altri ancora sono stati inseriti in base alla mia competenza di dialettofono occasionale. Infine ci sono lemmi che ho recuperato da lavori lessicografici precedenti di autori che mi hanno preceduto come Tranchida, Duranti, Raspini, Gennari e il Masi.
Che valore può avere oggi un vocabolario dialettale per le nuove generazioni?
Sarebbe una pretesa del tutto anacronistica il cercare di riportare il dialetto nell’uso quotidiano. Il Vocabolarietto vuol essere soprattutto un documento storico, un inventario del patrimonio linguistico delle generazioni precedenti consegnato in eredità alle successive. Può essere utile anche a scuola, per capire come parlavano i nonni, quali lavori svolgevano, quali strumenti utilizzavano e in quale realtà vivevano. Dietro molte parole ci sono mestieri e pratiche che non esistono più, legate a una società rurale ormai scomparsa.
Guardando al futuro, quale destino immagina per il dialetto sabino?
Anche se oggi esistono forme di resilienza e di conservazione, prima o poi il dialetto è destinato a sopravvivere solo nei vocabolari. Tra cento o duecento anni sarà una lingua morta. Proprio per questo è importante documentarlo adesso, prima che scompaia del tutto.








