di Elisa Sartarelli
La città di Poggio Mirteto viene citata nel libro di Jurgis Baltrušaitis “Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica”.
In questo interessante volume il tema dei tre vivi e dei tre morti è affrontato come uno degli esempi più forti di visioni macabre e memento mori del Medioevo. Si parte dal “Racconto dei tre morti e dei tre vivi”, risalente al XIII secolo, in cui tre giovani fanno l’incontro di tre cadaveri. Una parabola medievale che serviva a fare da monito spirituale, spostando l’attenzione sulla caducità della vita umana, sull’ineluttabilità della morte e sulla futilità delle ricchezze e del potere terreni.
L’autore collega questo tema a influssi orientali (in particolare buddhisti), dove l’idea dei corpi in diversi stati ha diversi precedenti iconografici. I tre cadaveri mostrano una progressiva disgregazione, facendo riferimento ai nove stadi di una relazione buddhista. A rappresentarli esistono quindi nove corpi.
Qui arriva il riferimento a Poggio Mirteto. Nella Chiesa di San Paolo, risalente al XIV secolo, si trova infatti un interessante affresco che raffigura un re a cavallo, con in testa la sua corona, che incontra tre morti. Questi tre corpi sembrano proprio voler mostrare tre diversi futuri stadi della decomposizione. Il “Racconto dei tre morti” diviene così il “Racconto dei tre stadi”, in una specie di abbreviazione dello sviluppo buddhista, che ne prevede nove.
Si tratta di uno schema molto simile ad altri cicli italiani. Baltrušaitis lo menziona, però, come un esempio particolarmente suggestivo di questa iconografia in area laziale. In questo affresco si trova infatti un particolare contrasto tra l’eleganza cavalleresca dei vivi e la crudezza dei cadaveri. Questa raffigurazione andrebbe dunque a dimostrare come il motivo dei tre corpi si fosse radicato anche nell’Italia centrale e non solo nelle aree più note come Toscana e Abruzzo.
Il “Racconto dei tre morti e dei tre vivi” e la sequenza dei corpi in decomposizione andrebbero a formare una grande allegoria universale sulla caducità, ma anche una sorta di ponte tra immaginario cristiano e influenze orientali (buddhiste in particolare). E in questa rappresentazione di un medioevo fantastico ha preso parte anche Poggio Mirteto.








