“Over the Rainbow”: nel fumetto dei fratelli Laffranchi i disegni del sabino Andrea Canolintas

di Andrea Moiani

È il 1939 e nel film “Il mago di Oz” una giovane Judy Garland canta l’iconica “Somewhere over the Rainbow” auspicando che al di là dell’arcobaleno ci sia un modo dove i sogni diventano realtà e in cui si è liberi di essere se stessi. Un mondo ideale ed utopico.

In “Over the Rainbow”, fumetto sceneggiato e scritto dai fratelli Paolo e Nicola Laffranchi, non si può dire lo stesso. Edita da Cityland Comix, l’opera rappresenta una realtà tutt’altro che ideale. È un mondo fantastico popolato da lepricani, fate e gnomi, ma le cui dinamiche sono oscure ed i personaggi sono alle prese con un viaggio interiore alla ricerca della propria redenzione e della verità.

Il fumetto porta anche la firma di Andrea Canolintas, giovane fumettista sabino la cui formazione è interamente dedicata alla passione per il disegno. Una passione, racconta, che nasce con i fumetti di Topolino e di Tex “presi in prestito” dai propri genitori ma che poi si è evoluta in uno studio lungo e frequente diventando parte della quotidianità e un aiuto per il suo carattere introverso.

«Oltre l’arcobaleno c’è un modo mascherato da mondo fantastico, ma che in realtà è quello in cui viviamo noi.» spiega Canolintas. «Il racconto gioca molto sul fatto che non esistono buoni e cattivi, ma cattivi che cercano la redenzione e buoni che forse non sono poi così tanto buoni ma non fanno altro che perseguire i propri obiettivi. Sono personaggi che vivono in una zona grigia.»

Tutto parte dal furto di una pentola d’oro e di alcuni omicidi che porteranno l’ispettore Cullen Hallin a cercare di risolvere il caso. Una storia che parla di ricerca di verità e di redenzione, ma anche di oppressione e che si distingue per tonalità noir e per un’impostazione cinematografica dei disegni tra primi piani e scene d’azione.

Canolintas parla di questo e molto altro nella lunga intervista che ci ha concesso: dalla sua formazione ai primi traguardi, tra i sogni e illustrazioni passando per la spiegazione del proprio stile e di come il disegno sia stato d’aiuto nella crescita.

 

Com’è nata la collaborazione con i fratelli Laffranchi? E cosa ti ha spinto ad accettare il progetto?

La collaborazione è iniziata dopo essere stato contattato direttamente dalla casa editrice, che aveva visto i miei disegni su Instagram e che era rimasta colpita dal mio stile ritenendolo adatto per un progetto in cantiere. Una volta entrato in contatto con Paolo e Nicola, abbiamo iniziato una collaborazione che dura ormai da quattro anni e che è diventata naturale dopo che all’inizio abbiamo dovuto studiarci a vicenda come quando conosci una persona nuova. Attualmente stiamo lavorando sul secondo volume della storia.

 

Il fumetto si distingue molto per un character design molto spigoloso. Com’è nato?

Come sempre, si parte con un dialogo con gli sceneggiatori. Con loro ho parlato molto su come si immaginassero la storia, ma fortunatamente sono arrivato solo dopo tanti litigi tra di loro (ride, ndr). Quando ci siamo conosciuti, loro avevano già un’idea ben definita del personaggio ma hanno premuto molto sul renderli ancora più grotteschi, cupi e noir soprattutto considerando il fatto che si tratta di creature fantastiche che siamo abituati a immaginare rotonde ed armoniose. Il design è stato studiato anche in base ai loro caratteri. Ringrazio Paolo e Nicola per avermi dato molto margine di manovra e per aver ascoltato le mie idee come quella di accentuare la grandezza delle orecchie del lepricano, cosa che secondo me poteva dargli molta riconoscibilità a livello di silhouette. È un aspetto che ritengo molto importante.

 

Oltre che attraverso il character design, in quale altro modo hai cercato di valorizzare la storia?

In generale, come faccio spesso, ho cercato di mettere il più possibile del mio. Venendo dalla ritrattistica ed essendo un ottimo osservatore ho dato molto risalto alle espressioni facciali accentuandole e caricandole. Per fare in modo che il lettore riesca ad immedesimarsi nell’espressione dei personaggi era anche importante trovare i punti esatti. Questo è solo il mio secondo fumetto, quindi ci sono sicuramente cose che si potevano fare meglio, ma si lavora sempre per migliorare.

 

In che modo hai visto evolvere il tuo stile rispetto al tuo lavoro precedente?

Il disegno si deve anche adattare al tipo di storia. Anche il primo fumetto era un giallo, ma in quel caso si basava molto più sul colore che sulle immagini. In “Over the Rainbow” i toni sono più cupi, quindi ho trovato naturale utilizzare uno stile che fosse più adatto e che trovavo più naturale. In “Al cuore di Beckett” ho invece cercato molto di più la sinuosità. È stato un lavoro molto faticoso, perché per la prima volta mi ritrovavo a dover lavorare su più di 100 pagine. Il secondo, come ti dicevo, è venuto più naturale anche sulla base dell’esperienza fatta con “Al cuore di Beckett”. L’esperienza mi sta aiutando ad automatizzare gradualmente i lineamenti ed è sempre più facile trovare il modo migliore per disegnare. Il fatto che il disegno è un processo molto più lento rispetto alla scrittura permette di entrare meglio dentro la storia e i personaggi.

 

Il fumetto è pieno di simbologie. Cosa ti ha colpito maggiormente leggendo la sceneggiatura?

Mi ha colpito molto l’idea di fondo: ci sono pochi ricchi che si arricchiscono e che schiacciano i diversi, che vengono addirittura reclusi. Nella storia si assiste ad una salita al potere ma anche a personaggi che è difficile richiudere nella categoria “buoni e cattivi”. Non ci sono buoni che sconfiggono i cattivi, ma individui il cui unico obiettivo è superare un determinato compito. La storia è perfettamente sintetizzata in un personaggio che appare pochissimo e con il quale tutti gli altri sono legati, ma non voglio anticipare nulla.

 

Qual è stata la tua formazione artistica?

La passione nasce rubando i fumetti dei miei genitori come Topolino e Tex. Mi piaceva anche Diabolik per il formato ridotto, per il gioco delle maschere e perché alla fine del fumetto c’era sempre il ritratto di un personaggio. Allora consideravo i fumetti come semplice intrattenimento ed ignoravo che ci fosse qualcuno che li disegnasse. La mia formazione è iniziata alle medie anche grazie ad un’insegnante d’arte che mi dava modo di stimolare la fantasia e di disegnare mondi tutti miei. Poi, terminate le medie, fu lei ad indicarmi un istituto d’arte di Civita Castellana che si basava sul disegno. Andai a visitarlo con mio padre e rimasi affascinato da quel luogo fatto di disegni appesi, cavalletti e statue di creta: lì capii cosa significasse davvero disegnare. Farlo, da piccolo, mi ha aiutato molto anche perché era il mio modo di comunicare. Sono sempre stato molto introverso e negli sport non sono mai stato un granché. Infatti, nella bio di Instagram, ho scritto “Disegno perché non sono bravo a fare i palleggi”. Da quel momento in poi sono stati 5 anni di sacrifici per la durata del viaggio e il disegno è diventato qualcosa di molto (o forse “troppo”) accademico al punto che il mio interesse si è anestetizzato. Poi sono subentrati altri interessi tipici dell’adolescenza.

Terminati i 5 anni, mi sono iscritto all’accademia delle Belle Arti e ho iniziato a frequentare la Scuola Romana dei Fumetti. Fu un colpo di fulmine: in un solo appartamento c’erano decine di persone con fogli pieni d’inchiostro, che si facevano correggere i disegni dal professore e che li scannerizzavano. Fu quell’ambiente a farmi accendere quell’interruttore. Dopo un anno e mezzo ho smesso di frequentare l’accademia, perché frequentare entrambe era insostenibile e quindi ho continuato la Scuola Romana di fumetti anche grazie ai sacrifici di mamma e papà, che mi hanno sempre sostenuto nelle mie scelte.

 

In che modo il fumetto ha aiutato il tuo carattere introverso?

Del fumetto mi affascina il rapporto intimo che si crea con il lettore. A differenza di un film, che è una sequenza di fotogrammi, sei tu a scegliere di andare avanti e indietro, se soffermarti su una vignetta o meno. Il fumetto permette di avere il totale controllo del tempo e dello spazio. Questo succede soprattutto se l’autore è un bravo storyteller oltre un bravo disegnatore. Un bravo fumettista è come un prestigiatore che sa dove devono andare gli occhi dello spettatore. I film sono un ottimo spunto per studiare le inquadrature, ma il fumetto permette di cambiare la dimensione della vignetta adattandola alla pagina. È la grandezza della vignetta a dettare il ritmo degli eventi.

 

Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione?

La mia più grande fonte d’ispirazione è Akira Toriyama (il creatore di Dragonball, ndr) non tanto per il disegno in sé, quanto per la capacità che aveva nel far dialogare le vignette tra loro riuscendo a far capire in una frazione di secondo cosa succede. Un altro autore di riferimento è Gipi per il suo saper raccontare cose semplici e per la suggestione visiva dei suoi lavori. Sicuramente c’è anche Stefano Turconi, un disegnatore della Disney che assieme alla moglie sceneggiatrice ha iniziato a lavorare nel mercato della graphic novel. Il suo disegno è una bellezza visiva. Inserisco anche Emiliano Tanzillo, che attualmente disegna per Dylan Dog. Oltre che essere stato un’ispirazione forte da un punto di vista dell’impatto visivo, mi ha affascinato molto per i suoi chiaroscuri e per i colori. Lui dà molta materialità al disegno ed è stato molto presente nella mia formazione. Una delle fan art alla coda di “Over the rainbow” è proprio sua.

 

Cosa significa per un giovane fumettista emergente come te muoversi in un territorio con poche possibilità di emergere?

Il problema è stato particolarmente evidente durante la mia infanzia e durante l’adolescenza, quando i social non esistevano e mi sentivo una goccia nell’oceano. Intorno a me vedevo ragazzi che facevano sport molto meglio di me e mi ritrovavo da solo a disegnare pensando che fossi l’unico ad avere questa passione. Poi, andando a Roma ogni giorno, ho iniziato ad intravedere persone simili a me. A 18 anni, mentre stavo disegnando in piscina, vengo notato da uno degli organizzatori di ARTEr.i.e. e mi ha proposto di esibirmi nel percorso Arti Visive del quale sono attualmente il responsabile. Ad ARTEr.i.e. ho avuto modo di ritrovare molte persone del posto con la mia stessa passione che sono “uscite fuori come tante lumachine dopo la pioggia”. Da responsabile di percorso, mi piace l’idea che chi verrà dopo di me erediti una rete su cui appoggiarsi. Infatti negli ultimi anni sono emersi ragazze e ragazzi che fino a quel momento non avevano avuto il coraggio di esporsi. Una cosa affatto scontata.

 

Credi che qualcosa si stia muovendo in meglio?

Vedo che molti ragazzi stanno venendo fuori, soprattutto anche grazie ad ARTEr.i.e., ma soprattutto grazie ad un coraggio che non ho mai avuto. I social network permettono facilmente di farsi promozione e di arrivare già preparati, mentre prima era molto difficile farsi notare. Purtroppo sono ancora pochi i ragazzi che hanno il coraggio di farsi avanti sono ancora pochi e noto che c’è poca capacità di “andare a prendere” quelle persone che stanno ancora a casa senza condividere le proprie creazioni. Fortunatamente stanno anche emergendo diverse realtà che permettono di esprimere la propria creatività, soprattutto a Poggio Mirteto. Questo accade un po’ sottotraccia perché credo manchi il giusto supporto istituzionale. Chi gestisce questi spazi lo fa da solo o quasi. Questo crea più problemi che opportunità. Ritengo che ancora oggi la cultura viene vista come qualcosa di secondario e viene lasciata da parte. Dispiace molto vedere che manifestazioni come ARTEr.i.e. fatichino ad andare avanti, perché sono occasioni di rilievo rispetto a tante altre. Serve molto ascolto alle esigenze dei più giovani, a scommettere su di loro. 

 

Credi che per il fumetto ci sia ancora una sorta di pregiudizio?

Sto maturando l’idea che il principale pregiudizio venga dalla categoria stessa dei fumettisti e non dall’esterno. In una scuola di fumetti ti vengono insegnati la prospettiva, l’anatomia e i chiaroscuri ma non a quale regime fiscale appartiene un fumettista. Ti insegnano a produrre, ma non il lavoro. Quindi esci dalla scuola impreparato e questo ti spinge ad accettare lavori non pagati, contratti svantaggiosi e cose del genere. Siamo noi in primis a giudicarci male e a pensarci come miracolati che riescono a lavorare con il fumetto.

 

Cosa consiglieresti all’Andrea Canolintas del passato? E cosa invece ad altri ragazzi che vorrebbero intraprendere questa carriera?

All’Andrea del passato direi di stare tranquillo nonostante fare il fumettista significhi compiere un lavoro precario che non dà certezze del futuro. Gli direi di godersi l’esperienza e di apprezzare gli errori, perché ti aiutano a crescere. Il non aver mai accettato gli errori mi ha penalizzato soprattutto dopo la scuola, perché non mi ha mai dato il coraggio di far vedere i miei lavori agli altri: se sei bravo in cameretta e non lo fai vedere a nessuno, non ci fai nulla. Una cosa che direi anche all’Andrea del presente è di sentirsi più sicuro dei propri mezzi e di non aver paura di una risposta negativa da parte degli editori.

Ai bambini che seguono il mio corso di fumetto cerco sempre di togliere di mano la matita ed insisto molto nel dire che la linea è l’ultima cosa che arriva: si deve prima scarabocchiare molto, sporcarsi le mani e sentire ciò che si sta disegnando (ad esempio la potenza di un pugno, il calore di un abbraccio). Tutto sta nel voler capire cosa si vuol trasmettere nella tavola. A volte ci sono scene che abbozzo appena in 30 secondi ed il disegno già sta lì come Michelangelo con le sculture. Quando si disegna si deve essere consapevoli che si sbaglia, che ci si casca, che ci si rialza.

 

A chi va il ringraziamento più grande per questi primi traguardi?

Sicuramente va ai miei genitori, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel non incoraggiarmi troppo e nel non opporsi ma soprattutto nel consigliarmi di lasciare andare le cose vedendo cosa sarebbe successo dopo perché a cambiare si fa sempre in tempo. E ovviamente li ringrazio per i loro sacrifici. Ringrazio anche il mio editore per le possibilità che mi ha aperto, come quella di andare in fiera. Ringrazio anche tutte le persone che mi sono state accanto e che hanno dovuto anche accettare qualche rifiuto per una birra o un’uscita perché dovevo lavorare. Il lavoro del fumettista assorbe molto da un punto di vista fisico e mentale.

 

 

 

 

Author: redazione