Il Santuario della Dea Angizia ad Anxa

IL SANTUARIO DELLA DEA ANGIZIA  SUL LAGO DEL FUCINO

AD ANXA (LUCO DEI MARSI)

 

 

di Giorgio Giannini

 

L’ABITATO MARSO DI ANXA

 

L’abitato marso di Anxa, vicino all’attuale Luco dei Marsi, che in origine era un villaggio fortificato  (oppidum) costruito sul Monte Penna e che diventa Municipio romano con questo nome all’inizio del IV secolo a. C., i cui abitanti sono chiamati Anxatini o Anxates, era la più importante città della Marsica, insieme a Marruvium (dall’altra parte del Lago del Fucino) e ad Alba Fucens. Infatti  quando è stato svuotato definitivamente il Fucino da Torlonia nel 1875 è stato rinvenuto un cippo, messo al centro del Lago quando fu prosciugato la prima volta dall’imperatore Claudio nel 52, nel quale convergevano i confini dei suddetti tre Municipi romani.

Ad Anxa c’era anche un distaccamento (statio) della flotta imperiale romana, con base a Ravenna, addetto alla manutenzione dell’emissario claudiano (che scarica le acque della zona dell’ex Lago del Fucino nel fiume Liri) e delle altre opere idrauliche.

Anxa, secondo Dionigi di Alicarnasso, è la mitica “città di Anchise” o Anchisa, fondata dagli esuli troiani, guidati da Enea (che le mise il nome del padre Anchise), che avrebbero, secondo la leggenda, fondato anche Capua (il cui nome deriverebbe da Capys, padre di Anchise) e Aineia- a Roma, sul Gianicolo- (il cui nome deriva appunto da Enea).

In realtà, molto probabilmente l’oppidum di Anxa è stato fondato nell’età del ferro (che in Italia inizia nel X secolo con la civiltà villanoviana), dato che risale a questo periodo la cinta muraria in opera poligonale, che racchiude  un’area di circa 14 ettari intorno alle tre cime del Monte Penna, alle cui falde, in prossimità del Lago del Fucino sorgeva il santuario della Dea Angizia, che in origine doveva essere un “bosco sacro” (lucus) dato che continuò ad essere chiamato lucus Angitiae (bosco di Angizia), detto nemus Angitiae da Virgilio nel Libro VII verso 750 dell’Eneide (poema epico scritto nel I secolo a. C.), anche quando vi furono costruiti ben tre templi, riportati alla luce con quattro campagne di scavi fatti dal 1998 al 2003. Al riguardo, inoltre, gli abitanti Anxatini furono chiamati anche Lucenses. 

Successivamente, verso la metà del IV secolo a. C., è stata costruita una cinta muraria di circa 2,6 Km, sempre in opera poligonale, ma di fattura migliore, con blocchi di pietra liscia e con giunzioni perfette (alcuni resti della quale sono visibili vicino all’attuale Chiesa di S. Maria delle Grazie), che racchiude un’area di circa 30 ettari (doppia rispetto a quella della precedente cinta muraria) e comprende sia l’originario oppidum sul Monte Penna sia il sottostante santuario della Dea Angizia, con in mezzo il nuovo centro abitato, ubicato su terrazze digradanti verso il Lago.

 

IL SANTUARIO DELLA DEA ANGIZIA (LUCUS ANGITIAE)

 

Angizia (il cui nome nella lingua marsa è Anctia), è una divinità ctonia, collegata  ai culti di divinità sotterranee. Il suo santuario dedicato alla Dea Angizia, in prossimità del Lago del Fucino, era il centro religioso nazionale (federale) dei Marsi, molto devoti ad Angizia.  Era  venerata anche dai Peligni come Anaceta (o Anceta) e dai Sanniti come Anagtia. I Romani la associavano alla Grande Madre o Bona Dea, il cui nome non si poteva pronunciare.

Secondo quanto scrive Aulo Gellio nella sua opera Noctes Atticae, (Le Notti Attiche, in 20 libri pubblicate nel 159), nel Libro XVI, 11,1-2, era la sorella di Medea ed erano quindi figlie di Eeta (o Eete o Eeto), Re della Colchide, che conosciamo attraverso le Argonautiche che raccontano le avventure di Giasone alla ricerca del Vello d’oro. Pertanto sua zia sarebbe la maga Circe, sorella di suo padre Eete, entrambi figli di Helios (Sole) e della ninfa Perseide. Però secondo la tradizione l’altra figlia di Eete, oltre a Medea, sarebbe Calciope, entrambe generate dalla ninfa Idia.

Angizia era addomesticatrice dei serpenti, produttrice di veleni e esperta di erbe medicinali. Anche i Marsi,  grazie al santuario di Angizia, erano molto conosciuti come “incantatori di serpenti”, conoscitori delle erbe con proprietà terapeutiche, esperti di veleni ed anche indovini. Al riguardo, nella sua opera Noctes Atticae , nel Libro XVI, 11,1-2, Aulo Gellio (anni 125-180) scrive anche che Angizia, arrivata nel Fucino «ivi combattendo con la sua arte medica le malattie, avendo permesso agli uomini di sopravvivere, fu considerata una dea … Angitia, figlia di Eeta … per prima scoprì le male erbe e maneggiava da padrona i veleni  e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle belve». Inoltre insegnò ai Marsi «sia ad essere domatori dei serpenti velenosi sia a fare miracoli nella medicina con incantesimi e succhi d’erba».

La fama dei Marsi di avere questi poteri rimase a lungo tanto che ne parla il famoso medico Galeno («coloro che a Roma cacciano le vipere sono detti Marsi ») e sono citati perfino negli Acta martyrum (Atti dei martiri cristiani, scritti nel V-VI secolo), secondo i quali i Marsi erano chiamati dalle autorità romane per torturare i Cristiani con i serpenti. Ancora oggi, in alcuni paesi della Marsica, come a Cocullo (e, meno noto, a Luco dei Marsi)  sopravvive la “festa dei serpari”, il primo giovedì di maggio, durante la quale portano “addosso” i serpenti che hanno catturato nei giorni precedenti e che poi rimettono in libertà.

Il nome Angizia deriva  dal verbo latino angere, che significa soffocare, da cui la parola anguis, che significa la serpe “che soffoca”, diverso dal serpens, che è il serpente “che striscia”.

La Dea era nota con l’epiteto di Diiviia (abbondanza), a significare la fertilità, e di Cereia, per cui si ritiene che il suo culto era associato a quello di Cerere (Demetra nella mitologia greca, figlia di Crono e di Rea), dea della fertilità, ed anche a quello di Vesuna (una specie di Giunone italica), il cui culto è attestato tra i Marsi nel II secolo a. C. .

Angizia è anche nota con l’epiteto di Angerona, il cui giorno, nel calendario romano, era il 21 dicembre, cioè quello del “solstizio d’inverno”, nel quale la luce del Sole ha la minima durata e la notte è la più lunga dell’anno. 

Era anche considerata “figlia del Sole”.

Sono documentati intensi legami economici e religiosi tra la Marsica e la Campania. Peraltro, da Cuma arriva nella Marsica  il culto di Apollo, al quale è dedicato il Tempio edificato nella parte più alta di Alba Fucens, poi diventato la Chiesa di S. Pietro. Molto probabilmente al culto di Apollo è riferito il toponimo di Petogna (l’inghiottitoio principale del Lago del Fucino), derivato dalla parola latina pitonius– pitone, che era il serpente sacro ad Apollo, e che era il nome dato al mostro del Fucino. Dalla Campania arrivano tra i Marsi anche il culto della divinità greca di Ercole (Dio dell’agricoltura e dei commerci).

Nella Campania e nella Marsica agli Dei (e quindi anche ad Angizia) erano dedicati oggetti in terracotta (che possiamo considerarti ex voto), spesso di fabbricazione locale (addirittura fatti negli stessi Templi, nei quali sono stati trovate delle piccole fornaci), che riproducono parti anatomiche del corpo umano (anche organi sessuali) di cui i “malati” invocavano la guarigione agli dei (rito della sanatio).

Collegato con il culto di Angizia era probabilmente il culto di Marica (ninfa delle paludi), in un santuario alla foce del fiume Liri (che nasce nella Marsica),  in una zona paludosa, come quella del Fucino. 

Nella località denominata “il Tesoro”, vicino a Luco dei Marsi, è stato riportato alla luce, in quattro campagne di scavi fatte dal 1998 al 2003 (tre finanziate dal Comune e l’ultima dal Ministero di Beni e le Attività Culturali) un santuario dedicato ad Angizia, scavato nel costone roccioso del Monte Penna per circa 50 metri,  con ben tre Tempi, due dei quali hanno una doppia cella, per cui si presume che vi si praticava contemporaneamente il culto di due Dee, una delle quali era Angizia e l’altra, probabilmente, erano Cerere (Demetra) e Venere, ad attestare la doppia natura di madre-figlia e di madre- sposa.

La scoperta più importante è stata fatta nel 2003, quando sono state rinvenute nel terzo Tempio (il più piccolo, chiamato edificio C), sommerso come gli altri due da una massa enorme di detriti franati dal Monte Penna, tre sculture femminili, due delle quali in marmo  bianco e  la terza in terracotta, databili tra il V ed il IV secolo a. C.. Una delle due statue in marmo, alta 71 cm, raffigura Cerere (Demetra), che si appoggia sulla gamba destra, con quella sinistra flessa e scostata lateralmente. Veste un tunica (detta chitone) confezionata come un sacco, allacciata sulle spalle e raccolta alla vita con una cintura,  lunga fino ai piedi,  priva delle maniche, sopra la quale c’è un mantello (himation) che le copre la testa, le spalle e la avvolge sul davanti. Con la mano destra scosta il velo dal capo.

L’altra statua in marmo bianco, alta 58 cm, mancante della testa, del collo, del braccio destro, della mano sinistra e dei piedi, rappresenta  Venere (Afrodite), coperta  da un chitone dai glutei in giù.

La statua in terracotta, alta  87 cm (compresa la base) e profonda  43 cm,  rappresenta una figura femminile, seduta su un cuscino posto su un trono decorato e mancante di entrambe le mani, non ancora identificata, che indossa anch’essa un chitone lungo fino ai piedi, privo delle maniche e fermato sulle spalle da un bottone circolare e cinto all’altezza della vita da un cordoncino, ed un mantello che dalla spalla sinistra sale per coprire parte sinistra della testa (mancante) e poi ricade dal fianco destro sul davanti e ricopre le gambe. Il braccio destro è scoperto ed è cinto all’avambraccio da una cintura decorata. In basso, dal chitone, sporgono le punte dei piedi, con i sandali.

 

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