Come muore un italiano PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Dicembre 2009 21:39

 

 

 PER NON DIMENTICARE

Questa canzone, il cui testo è mio, musica e interpretazione sono di Marco Giuliani (www.marcogiuliani.it), nasce da un'emozione, quella di vedere un uomo che ha il coraggio di sfidare i suoi carnefici. Un esempio che ha sempre un grande valore, in un certo senso Fabrizio Quattrocchi è un martire e, alle porte del Natale, va ricordato tra coloro che si sono trovati a dover sacrificare la propria vita. Ma può rappresentare un monito contro tutti gli estremisti, Fabrizio è stato ucciso in maniera brutale in quanto "nemico di Allah". Maria Grazia Di Mario « Quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, questo ragazzo ha cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: adesso vi faccio vedere come muore un italiano. E lo hanno ucciso. È morto così: da coraggioso, da eroe »
(Franco Frattini, 15 aprile 2004)



Testo

Ora vi faccio vedere!
Che cosa? Che cosa?

Il mitra sparato negli occhi,
il mitra sparato in bocca,
con un cappuccio in
testa
è più facile uccidere:
Come muore un italiano! Un italiano...
Eco nelle
valli,
eco di morte nei deserti,
la guerra ingiusta dei potenti
ci ha resi
schiavi
e condannati.
TU,
FABRIZIO,
volevi
guardare negli occhi il tuo
giustiziere,
nei suoi occhi la tua vita
fermare come una condanna,
prima di
andare.
Ma la guerra è
parola di vetro.




BIOGRAFIA
Fonte Wikipedia


Fabrizio Quattrocchi (Genova, 9 maggio 1968 – Iraq, 14 aprile 2004) è stato un
componente italiano di una compagnia militare privata, rapito in Iraq e ucciso
durante la prigionia da miliziani del gruppo autoproclamatosi "Falangi Verdi di
Maometto". Venne insignito nel marzo 2006 della medaglia d'oro al valor civile
alla memoria[1].
L'entrata nell'Ibsa
Genovese, Quattrocchi fu impegnato fino
al 2000 nell'attività di famiglia, una panetteria di via San Martino, nei
pressi dell'omonimo ospedale, insieme ai genitori, ad un fratello e ad una
sorella. Dopo la morte del capofamiglia tale attività cessò, con la vendita
dell'esercizio.
Venuta meno la principale fonte di sostentamento Fabrizio
Quattrocchi, appassionato di arti marziali, e praticante il Tae Kwon Do prese a
seguire corsi di addestramento per prepararsi al lavoro di guardia del corpo e
addetto alla sicurezza nei locali notturni, secondo quanto in seguito
dichiarato dal fratello e dalla fidanzata.
Per un periodo seguì corsi di
addestramento e lavorò per l'Ibsa, società di sicurezza e formazione di guardie
del corpo, ora liquidata, della quale erano titolari Roberto Gobbi e Spartaco
Bertoletti, che fu rappresentante in Italia di un'analoga società
internazionale, di nome IBSSA (simile a quello della società genovese), con
sede a Budapest e centro operativo in Israele.
Secondo Gobbi, Fabrizio
Quattrocchi si sarebbe recato in Iraq in seguito dell'accettazione (ottobre
2003) del suo curriculum da parte di un non meglio individuato "mercenario
genovese" impegnato nel reclutamento per l'Iraq per istruire personale locale
alle tecniche di sicurezza e proteggere manager, magistrati, strutture
d'interesse strategico, quali gli oleodotti. La partenza per il paese in guerra
era avvenuta nel novembre del 2003, per un compenso mensile – sempre secondo
quanto dichiarato dal Gobbi alla stampa – variabile (a seconda delle condizioni
di rischio) tra i seimila ed i novemila dollari.
L'attività svolta in Iraq

L'unica testimonianza giornalistica nota e diretta sull'attività svolta in Iraq
da Fabrizio Quattrocchi è offerta dal periodico di approfondimento televisivo
della RTSI, (Radio Televisione della Svizzera Italiana) "Falò" che, nel
programma andato in onda il 14 maggio 2004, ha presentato un ampio servizio
(circa 39 minuti) in esclusiva dedicato alle guardie di sicurezza private
operanti in Iraq.
L'inchiesta giornalistica –curata in origine dalla
Televisione Svizzera francese e mai ritrasmessa in Italia, benché diffusa in
italiano dalla RTSI e contenente le uniche immagini disponibili di Fabrizio
Quattrocchi libero in Iraq– è stata realizzata direttamente nel paese arabo, e
si chiude con un'ampia sezione (circa otto minuti) dedicata alla Presidium
Corporation, la compagnia di sicurezza italiana presso la quale operava
Quattrocchi.
Le immagini, girate qualche tempo prima del rapimento di
Quattrocchi, sono state riprese nella zona di Baghdad a bordo o nei pressi di
un fuoristrada Galloper bianco impiegato dalla Presidium.
Il capo squadra,
Paolo Simeone, ivi appare accompagnato da una persona identificata come Luigi e
dallo stesso Quattrocchi, che compare armato in diverse inquadrature mentre
sorveglia la scena dell'intervista realizzata dalla televisione svizzera e poi
mentre i tre si esercitano, in una zona extraurbana, al tiro con il fucile.

Paolo Simeone – intervistato – assicura che la Presidium, a differenza di altre
compagnie di sicurezza private, operanti all'epoca in Iraq, non si occupa né
dell'addestramento delle Forze Armate irachene né opera in azioni di
combattimento a fianco degli statunitensi, limitandosi a svolgere missioni
dedicate alla protezione di persone e di infrastrutture commissionate da
clienti statunitensi.
Simeone, 32 anni all'epoca dell'intervista, sostiene di
aver operato in Somalia come effettivo della Legione Straniera e in seguito, in
Kosovo, in Angola e in Afghanistan.
Alla domanda del giornalista «Si considera
un mercenario?», Simeone risponde: «Mercenario mi sembra un po' una parolaccia,
ma, dato che mettiamo a rischio la nostra vita per proteggere persone e
infrastrutture come professione, percependo quindi un regolare stipendio,
possiamo essere definiti come tali». E ancora: «Mettere la nostra vita in
pericolo è presupposto fondamentale della nostra professione».
Fabrizio
Quattrocchi, che durante le riprese ha accompagnato con Simeone e Luigi i
giornalisti svizzeri, viene definito nel servizio come il più discreto tra gli
interlocutori da essi incontrati durante la loro inchiesta in Iraq.
Nelle
immagini disponibili Quattrocchi appare con un giubbotto antiproiettile
indossato su una maglietta dello stesso colore di quella visibile nelle
immagini diffuse dai suoi rapitori prima del suo assassinio.
Il rapimento

Quattrocchi fu preso in ostaggio insieme ai colleghi Umberto Cupertino,
Maurizio Agliana e Salvatore Stefio da militanti iracheni non identificati.
La
situazione dell'Iraq in quel periodo era molto difficile: il paese arabo,
occupato militarmente già da un anno a seguito dell'invasione condotta dagli
Stati Uniti era tutt'altro che pacificato. Pur non partecipando alle prime fasi
del conflitto che aveva condotto in breve tempo (1º maggio 2003) al dissolversi
dell'esercito iracheno e alla caduta di Saddam Hussein, l'Italia aveva
accettato di far parte della "coalizione dei volonterosi" guidata da Stati
Uniti e Gran Bretagna e, a seguito delle risoluzioni ONU 1483, 1500[4] e
1511del 22 maggio 2003, era presente in Iraq dal 15 luglio dello stesso anno
con oltre 3.000 militari in un'operazione di peacekeeping denominata Antica
Babilonia.
A seguito dell'invasione erano giunte in Iraq anche decine di
migliaia di guardie, assunte da numerose compagnie private (contractors), sia
statunitensi che di altri Paesi, per affiancare gli eserciti regolari nelle
operazioni di controllo del territorio e per la protezione del personale e
delle installazioni civili e militari. Gli Stati Uniti, la forza capofila della
coalizione, avevano fornito alle guardie le apposite credenziali e le avevano
dotate delle armi, nel quadro di una vasta operazione di outsourcing
(esternalizzazione) delle proprie attività sul territorio iracheno.
Le quattro
guardie italiane quindi, benché assunte da una "compagnia di sicurezza" fondata
da italiani (la Presidium Corporation), stavano operando al servizio
dell'esercito statunitense in Iraq, eludendo così – in ragione del loro status
– gli obblighi legali stabiliti dalle convenzioni internazionali, cui sono
invece legati per definizione i militari impegnati dalla potenza occupante. Per
questo stato di cose, la situazione dei rapiti fu da subito ritenuta delicata e
pericolosa.
Il reclutatore dei quattro rapiti, Giampiero Spinelli, socio della
Presidium corporation, individuato come responsabile del loro invio in Iraq, è
stato indagato dalla magistratura italiana ai sensi dell'art.288 del c.p..
I
rapitori lanciarono all'Italia un ultimatum: chiesero al Governo il ritiro
delle truppe dall'Iraq, e le scuse per alcune frasi che avrebbero offeso
l'Islam. L'ultimatum fu rifiutato.
Cupertino, Agliana e Stefio furono liberati
l'8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.
Il video dell'uccisione
    «
Quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, questo ragazzo ha
cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: adesso vi faccio vedere come
muore un italiano. E lo hanno ucciso. È morto così: da coraggioso, da eroe »
   
(Franco Frattini, 15 aprile 2004)

Non sono tuttora completamente chiari i
motivi per cui i rapitori decisero di uccidere Fabrizio Quattrocchi, lasciando
in vita i suoi colleghi, ma si conoscono i suoi ultimi momenti di vita,
registrati su video. Nel giugno del 2004 il quotidiano londinese Sunday Times
pubblicò un'intervista a un iracheno, il cui nome di battaglia è Abu Yussuf,
dichiaratosi membro del gruppo di rapitori dei quattro italiani. Yussuf
dichiarò di aver girato personalmente il video dell'uccisione dell'italiano.

Secondo Yussuf, Quattrocchi, ormai consapevole del suo destino, avrebbe chiesto
perché intendevano ucciderlo. «Per chiedere al governo italiano di ritirare le
truppe», sarebbe stata la risposta. L'italiano avrebbe replicato: «È inutile,
il mio governo non tratterà mai con voi per salvare le nostre vite». I rapitori
allora lo costrinsero a inginocchiarsi in una fossa, bendato e con le mani
legate.
Il racconto di Yussuf prosegue: «Quattrocchi mi disse: "Tu che parli
italiano concedimi un desiderio, toglimi la benda e fammi morire come un
italiano"» – Maurizio Agliana, collega di prigionia di Quattrocchi, confermò in
seguito l'effettiva presenza tra i rapitori di almeno una persona in grado di
capire e parlare un minimo di italiano – «Voleva guardarci negli occhi mentre
gli sparavamo». Ma mentre reiterava la richiesta di togliere la benda,
l'ostaggio fu colpito mortalmente alla testa. Secondo Yussuf «Quattrocchi fu
ucciso con la sua pistola, ma con una pallottola irachena». Successivamente, un
video dell'uccisione fu spedito alla tv del Qatar Al-Jazira, che si è sempre
rifiutata di mandarlo in onda sostenendo che fosse «troppo macabro», nonostante
la stessa emittente avesse già trasmesso ripetutamente scene di vittime di
guerra e filmati di esecuzioni.
Stando alla versione di Yussuf, per liberare
gli altri tre ostaggi furono pagati 4 milioni di dollari. La versione ufficiale
della liberazione di Cupertino, Agliana e Stefio parla invece di un blitz
incruento da parte delle truppe americane.
Secondo un'altra versione, diffusa
in Italia anche da esponenti del governo allora in carica e della maggioranza
che lo sosteneva, la vittima domandò di potersi liberare del panno che ne
avvolgeva il capo e disse «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano».

Solo nel gennaio 2006 il TG1 della RAI ricevette un filmato relativo
all'uccisione di Quattrocchi e lo trasmise parzialmente, interrompendone la
riproduzione un attimo prima del momento degli spari «per rispetto della
sensibilità della famiglia e dei telespettatori». Nel suo blog il giornalista
del TG1 Pino Scaccia ne riferisce il contenuto completo:
    « Fabrizio
Quattrocchi è inginocchiato, le mani legate, incappucciato. Dice con voce
ferma: "Posso toglierla?" riferito alla kefiah. Qualcuno gli risponde "no". E
allora egli tenta di togliersi la benda e pronuncia: "Adesso vi faccio vedere
come muore un italiano". Passano secondi e gli sparano da dietro con la
pistola. Tre colpi. Due vanno a segno, nella schiena. Quattrocchi cade testa in
giù. Lo rigirano, gli tolgono la kefia, mostrano il volto alla telecamera, poi
lo buttano dentro una fossa già preparata. "È nemico di Dio, è nemico di
Allah", concludono in coro i sequestratori. »
    (Pino Scaccia, 9 gennaio 2006,
descrivendo il filmato dell'uccisione di Fabrizio Quattrocchi)
Subito dopo la
trasmissione del filmato, l'allora direttore del TG1 Clemente Mimun intervistò
in diretta il compagno di prigionia Maurizio Agliana e la sorella di Fabrizio,
Graziella Quattrocchi.
Sul video diffuso dal TG1 furono sollevati dubbi anche a
seguito della testimonianza di Margherita Boniver, allora sottosegretario di
Stato agli Affari esteri, la quale sostenne che il filmato originale pervenuto
ad Al Jazira – e da lei visionato nel maggio 2004, durante una visita in Qatar
– fosse «diverso» da quello mandato in onda nel 2006.
Ritrovamento dei resti
A
seguito di una trattativa condotta anche tramite la Croce Rossa Italiana in
Iraq, i resti di Fabrizio Quattrocchi sono stati ritrovati il 21 maggio 2004
nelle vicinanze dell'ospedale gestito a Baghdad dalla CRI da un intermediario
con il quale erano entrati in contatto esponenti del consiglio degli Ulema
sunniti iracheni.
Prima del trasferimento della salma in in Italia, l'esito di
esami sul DNA eseguito dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS), in poche
ore, su campioni biologici provenienti dalla salma confrontati inviati a Roma
tramite plico diplomatico con il bulbo di un capello ritrovato in un casco da
motociclista lasciato dalla vittima a Genova avrebbe confermato, già il 23
maggio 2006, che le spoglie fatte rinvenire fossero proprio quelle di
Quattrocchi. Il giorno successivo ulteriori test effettuati presso l'Istituto
di Medicina Legale dell'Università di Roma avrebbero fornito analoghi
risultati.
Emergevano frattanto particolari macabri: secondo i medici legali il
corpo dell'ucciso sarebbe stato quasi certamente abbandonato e attaccato da
animali, unica spiegazione plausibile per il fatto che il cadavere fosse del
tutto ossificato a soli 40 giorni dalla morte. Tale tesi era inoltre supportata
dalla mancanza di gran parte del cranio, delle braccia e delle costole e dalle
profonde lacerazioni a carico degli indumenti indossati dalla vittima. A
gettare un'ombra sulla versione ufficiale –che ha sempre parlato di un singolo
colpo alla testa come causa della morte– la notizia, emersa dalle dichiarazioni
degli anatomopatologi incaricati, che i colpi sarebbero stati due, uno al
torace e l'altro alla testa.
Tuttavia il 25 maggio, poco dopo l'arrivo dei
poveri resti dell'ucciso a Roma, la famiglia Quattrocchi bloccava il
trasferimento a Genova della bara contenente i resti del loro congiunto;
l'avvocato Aurelio Di Rella spiegava che «la famiglia chiede che la salma non
venga trasferita a Genova sino a definizione degli accertamenti e non comprende
le ragioni della fretta con la quale si sta operando». Dopo ulteriori esami,
conclusi il 27 maggio, che confermavano l'identità del cadavere, i funerali si
sono svolti, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale di Genova.
Il
conferimento della medaglia d'oro al valor civile alla memoria
La destra
italiana, in particolare Alleanza Nazionale, assurse Quattrocchi a simbolo di
eroismo per la sua ostentazione di fierezza nazionale, chiedendo il
conferimento di una decorazione alla memoria.
Con decreto del 13 marzo 2006, su
proposta del Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il Capo dello Stato Carlo
Azeglio Ciampi conferì a Fabrizio Quattrocchi la medaglia d'oro al valor
civile.

Medaglia d'oro al valor civile
«Vittima di un brutale atto
terroristico rivolto contro l'Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare
amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e
l'onore del suo Paese»
— Iraq, 14 aprile 2004
Critiche al conferimento
dell'onorificenza
Il conferimento della medaglia, avvenuto durante la campagna
elettorale per le elezioni politiche del 2006, suscitò vive proteste da parte
di congiunti dei militari italiani caduti in servizio a Nassiriya, non
insigniti di una decorazione di pari prestigio.
Tra questi, Maria Cimino, madre
del caporalmaggiore capo scelto Emanuele Ferraro, dell'Esercito Italiano, la
quale ha protestato verso il Presidente Ciampi per la disparità di trattamento
riservato a Fabrizio Quattrocchi e ai caduti di Nassiriya . Analoga protesta è
giunta dal figlio del brigadiere dei Carabinieri Domenico Intravaia, caduto
nell'attentato di Nassiriya , e da Paola Cohen Gialli, vedova del maresciallo
dei Carabinieri Enzo Fregosi, ucciso nell'attentato del 12 novembre 2003 che ha
dichiarato:
    « A noi non interessa il lato finanziario della vicenda perché non
vogliamo la medaglia d'oro per ottenere il vitalizio, ma per avere un
riconoscimento perenne a chi è morto mentre serviva il proprio Paese e
contribuiva a far rinascere la democrazia in Iraq. Ai nostri carabinieri non è
stato dato niente e a Quattrocchi la medaglia d'oro. È un'assurdità »
   
I
congiunti dei militari caduti a Nassirya hanno percepito come insufficiente ed
artificiosa la "Croce d'Onore", loro attribuita, una decorazione istituita per
l'occasione. La Croce d'Onore non è neppure presente tra le decorazioni
elencate presso il sito del Quirinale dedicato alle Onorificenze italiane, né i
cognomi dei caduti di Nassiriya sono inclusi tra i titolari d'onorificenze
contenuti nel catalogo online, che raccoglie persino le migliaia di cittadini
insigniti del titolo di cavaliere del lavoro.
Solidarietà alla posizione dei
familiari dei caduti di Nassiriya fu espressa anche da esponenti politici e da
giornalisti, come Giuliana Sgrena, affermando che Quattrocchi non meritava
alcuna onorificenza. e da Rosa Villecco, vedova di Nicola Calipari e deputato
dei democratici di sinistra, che in un'intervista televisiva a Mario Adinolfi
dichiarò che Quattrocchi «[si è] trovato in Iraq per problemi di disoccupazione
qui in Italia e non è la stessa cosa di chi era li a servire lo Stato, ecco
perché il rammarico dei parenti delle vittime di Nassiriya è comprensibile» e,
riguardo alla famosa frase pronunciata in punto di morte, «viene caricata di
significati, ma non è lì la dignità di un Paese». Per quanto riguarda il
conferimento dell'onorificenza, infine, la sig.ra Villecco affermò che «La
destra attualmente ha bisogno di creare eroi, ma è sbagliato servirsi di un
ragazzo che era semplicemente andato a cercarsi un lavoro».
Nel merito, si
rammenta che le onorificenze al valor Militare e Civile vengono assegnate,
secondo la legislazione italiana, quale riconoscimento degli «atti di insigne o
eccezionale coraggio».
I reclutatori di Quattrocchi rinviati a giudizio
Il 27
settembre 2007 la procura della Repubblica presso il tribunale di Bari ha
richiesto il rinvio a giudizio per Giampiero Spinelli e per Salvatore Stefio –
quest'ultimo rapito con Quattrocchi– in quanto ritenuti responsabili di
arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero (art.
288 C.P.) nei confronti di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio
Quattrocchi.
Per lo Spinelli il GIP di Bari aveva deciso, sulla base del
medesimo reato, il divieto di espatrio per sei mesi, ma il provvedimento era
stato annullato, il 18 ottobre 2007, dal tribunale del Riesame.
Il 17 aprile
2008 il GUP di Bari ha rinviato a giudizio Spinelli e Stefio, mantenendo
invariato il capo d'accusa. La prima udienza del processo è stata fissata per
il 31 luglio 2008, avanti alla Corte d'Assise di Bari.
Memoria
•    La città di
Milano ha dedicato una via a Fabrizio Quattrocchi. Analoghe decisioni sono
state prese da altri comuni (Roma, Trieste e Firenze), anche se ancora la via
non è stata assegnata.
•    La città di Castellabate ha dedicato una via a
Fabrizio Quattrocchi.
•    Il comune di Brugnato ha deciso di intitolare un ponte
a Fabrizio Quattrocchi.
•    La sorella di Fabrizio Quattrocchi gli ha intitolato
un'associazione sportivo-culturale che si propone di promuovere e sviluppare
principi di solidarismo alla pratica e alla difesa delle libertà civili, in
modo particolare dei bambini.
•    In memoria di Fabrizio, poco dopo il suo
assassinio, l'imprenditore Flavio Briatore assegnò un vitalizio all'anziana
madre, ufficialmente stabilito da atto notarile.
Film ]
•    Nel 2007 la famiglia
di Quattrocchi protestò con la produzione poiché nel film 2061 - Un anno
eccezionale, l'attore Diego Abatantuono, prima di essere fucilato assieme ai
suoi compagni, pronuncia la battuta: «Fategli vedere come muore un patriota»,
sottolineata da un fragoroso peto.
L'esplicito riferimento alla celebre frase
«Vi faccio vedere come muore un italiano» pronunciata da Fabrizio Quattrocchi
prima di morire, pur trattandosi di un film comico-demenziale, fu considerato
dalla famiglia Quattrocchi un accostamento inaccettabile e di cattivo gusto.
In
merito, il regista e sceneggiatore del film Enrico Vanzina negò di aver mai
avuta l'intenzione di parodiare Quattrocchi

 

Commenti
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marta   |79.51.31.xxx |2009-12-19 19:48:15
Bellissima,
però vi avverto che non si sente tutta
cla   |213.215.191.xxx |2009-12-21 09:19:56
bella.
marta si sente tutta.io la sento per intero
Anonimo   |62.211.196.xxx |2009-12-22 19:44:48
questa storia è davvero interessante, non avevo mai letto la biografia di
Quattrocchi, non sono dello stesso partito politico, o meglio credo che chi va
in questi posti debba mettere in cantiere episodi di questo tipo ma apprezzo il
suo atto di coraggio, inoltre le parole sono molto dure, direi che fotografano
il momento, buona anche la musica anche se forse per un tema del genere l'avrei
fatta un tantino più aggressiva.
gggiiii   |95.246.210.xxx |2009-12-24 12:16:51
BRAVI
MARTA   |95.246.210.xxx |2009-12-24 12:22:25
Veramente bravi, bel testo, bella musica, l'ho anche registrata
marco   |79.52.244.xxx |2009-12-26 20:08:05
Un sentito ringraziamento a Marta(sempre attenta e gentile).
Tra pochissimi
giorni la canzone "come muore un Italiano" avrà dei miglioramenti
sull'arrangiamento e sulla qualità della voce.
gianni l'idealista   |79.55.93.xxx |2009-12-27 11:43:26
Una valutazione tecnica sul brano, la voce si sente poco, anche se non deve
essere urlata ovviamente, deve essere più incisiva, condivido dunque la notizia
di Marco (credo sia Giuliani - l'autore) di ricantarla, anche se devo fare i
complimenti per la musica. Le parole sono molto intereressanti, diverse dal
solito modo di comunicare.
Sarebbe interessante se pubblicaste un cd anche con
un brano solo ben fatto, da trovare nei negozi della Sabina.
Buon lavoro
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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Dicembre 2009 18:47