| I Racconti del NONNO |
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| Lunedì 19 Ottobre 2009 19:23 |
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di Franco Pariboni 16 ottobre 1844, è un giorno di festa per Roccantica e Poggio Mirteto, l’aria è piacevole e una leggera brezza tempera le ore più calde della giornata. Le ultime rondini garriscono nel cielo in attesa del grande balzo che le porterà verso lidi più caldi, gli uccelletti si rincorrono in un frullio di ali, mentre i piccioni indifferenti a quanto sta accadendo intorno a loro, cercano di racimolare più cibo che possono lungo la strada. Una lunga e festosa comitiva di buon mattino lascia Roccantica diretta a Poggio Mirteto. Uomini, donne, bambini equipaggiati di tutto punto per affrontare le necessità della giornata, non manca niente: pane, formaggio, carne secca, vino, frutta. Una volta arrivati a Poggio Mirteto si uniscono agli abitanti del piccolo centro in attesa del grande evento, in ogni angolo del paese si formano crocicchi e ognuno dice la sua mentre i bambini indifferenti a quanto sta per accadere giocano lungo la piazza. Passano le ore, la gente freme impaziente, quando all'improvviso uno squillare di trombe annuncia l'arrivo del tanto atteso e gradito ospite. Sorpassato il ponte, sulla sua carrozza a quattro cavalli, preceduto da due guardie papaline, imponente nella sua sgargiante tonaca rossa, che lo caratterizza, ecco arrivare mastro Titta. Mastro Titta, all'epoca Gio.Battista Bugatti, è il boia dello stato Pontificio che dal 22 marzo 1796 fino al 17 agosto 1864 ha giustiziato, e non solo, 516 persone, fino a quando ormai in età inoltrata, nel mostrate al pubblico una testa appena tagliata questa non gli scivolò dalle mani andando a finire tra il pubblico che assisteva all'esecuzione. Oggi mastro Titta è di buon umore, il viaggio è stato particolarmente gradevole, rallegrato da fichi secchi e vino dolce, forse, per questo si sente ben disposto e cercherà di lavorare il minimo indispensabile, tagliare solamente la testa ai due sventurati, senza infierire come vuole la giustizia pontificia su i due poveri disgraziati che fra poco dovrà decapitare. Normalmente la pena per il delitto commesso dai due era l'essere uccisi per mazzolamento, per poi essere squartati e "dulcis in fundo" appesi alle mura cittadine. Tutto è pronto, davanti a Porta Farnese, sulla piazza c'è il massimo silenzio, la folla che fino a qualche minuto fa rumoreggiava senza ritegno in attesa dello spettacolo ora tace. Dal carcere accompagnati dalla compagnia della buona morte escono i due condannati. Non hanno neanche la forza di ribellarsi. Uno alla volta vengono appoggiati sul ceppo e così cascano le due teste: Bartolomeo Di Pietro di anni 28, Giovanni Girardi di anni 25, ambedue di Roccantica, rei di aver ucciso un frate minore al quale ubriachi, uscendo da una cantina, avevano chiesto dei soldi, ma avevano ricevuto bastonate. Un attimo di silenzio percorre la piazza, poi, come all'unisono, un grido di approvazione si eleva dalla folla e un grido di soddisfazione, come fuochi di artificio verso il cielo. Giustizia è stata fatta.
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| Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Dicembre 2009 19:25 |











