Le piante natalizie, dall’abete, all’agrifoglio, al ginepro, alla verbena

di Giorgio Giannini

 

L’ ABETE

 

Da sempre le piante sempreverdi (abete, agrifoglio, vischio) rappresentano il simbolo della fertilità e dell’immortalità, cioè della vita che continua durante l’inverno.

In particolare, nell’antico Egitto, l’abete era considerato l’albero della natività, mentre in Grecia  era sacro alla dea Artemide (la Luna) protettrice delle nascite. Anche nel calendario celtico l’abete era  consacrato alla nascita del Fanciullo Divino, festeggiata il giorno seguente al solstizio d’inverno. Nei Paesi scandinavi e del Nord Europa, prima delle feste del solstizio,  si tagliava un abete, che, portato a casa, era decorato con ghirlande, dolci e uova dipinte. Intorno all’albero si trascorreva molto allegramente la notte del solstizio. Questa usanza permaneva ancora in Germania nel XV secolo.

Gli antichi romani, alle calende (inizio) di gennaio, si scambiavano  dei rametti di abete come augurio di buona fortuna per il nuovo anno.

Presso i Cristiani l’abete, pianta sempreverde e quindi immortale, che si innalza verso il cielo, fu  identificato, simbolicamente, con l’Albero della Vita, cioè con Gesù. Le luci che si appendono all’albero rappresentano simbolicamente la “luce divina” che Egli ci dà, mentre i regali ed i dolci appesi ai suoi rami o raccolti  alla sua base, rappresentano simbolicamente l’amore che Egli ci offre.

Nei paesi latini l’uso di decorare l’abete si diffonde alla fine dell’Ottocento, dopo che nel 1840 la  principessa Elena di  Meclemburgo, moglie del Duca di Orleans, figlio del Re francese Luigi Filippo, l’aveva portato nella reggia delle Tuleries, vicino a Parigi.

Da alcuni decenni  l’abete è diventato, in tutto il mondo occidentale cristiano, il simbolo del Natale ed è entrato in tutte le case, soppiantando spesso il presepe.

 

IL CEPPO  DI  NATALE

 

Fino all’inizio del Novecento, nei Paesi europei c’era la tradizione di bruciare, la notte di Natale, un  ceppo o ciocco di albero, in genere di quercia, che doveva durare fino all’alba “per scaldare Gesù bambino”. Si accendeva tutte le  sere, fino all’Epifania, affinché portasse fortuna. I suoi resti in parte si conservavano, per scongiurare le calamità, ed in parte si sotterravano nei campi per propiziare e proteggere le coltivazioni.

 

IL  VISCHIO

 

Il vischio è una pianta sempreverde e parassita che vive sui rami di alcuni alberi, soprattutto la quercia ed il pino silvestre. Produce delle bacche rotonde, il cui colore varia secondo la pianta sulla quale si trova. I Celti la consideravano una pianta misteriosa, perché non ha radici, e donata dagli dei  in quanto si riteneva che nasceva dove era caduto un fulmine, segno della discesa sulla terra degli dei. Era quindi una pianta simbolo di immortalità. I Druidi, i sacerdoti dei Celti, ritenevano che non ci fosse nulla di più sacro del vischio cresciuto sulla pianta di quercia, che era considerata la pianta più sacra agli dei in quanto spesso vi cadevano i fulmini, simbolo divino. Poiché il vischio di quercia era molto raro, era utilizzato nelle cerimonie religiose. La raccolta avveniva con un rito particolare, soprattutto in occasione  dei due solstizi: i Druidi tenevano un banchetto rituale sotto l’albero sul quale c’era il vischio; poi facevano un sacrificio rituale; quindi tagliavano il vischio con un falcetto d’oro e lo mettevano in un  bacile d’oro, esposto alla  venerazione della popolazione. Poiché per i Celti il vischio aveva molte proprietà curative, lo immergevano in acqua, che i malati bevevano. Questa acqua  era anche un antidoto contro  malefici e sortilegi. Molte usanze druidiche  continuano ancora in Francia.

Per le feste natalizie, in alcuni Paesi, si usa appendere alle porte delle case un rametto di vischio come talismano contro le disgrazie. Non si deve però raccoglierlo con le mani, soprattutto con la sinistra, perché porta sfortuna. Si fa quindi cadere il vischio con un bastone e lo si raccoglie al volo, prima che cada in terra.

Il vischio, per la sua nascita  dal cielo e per il suo legame con i solstizi, fu considerato dai primi Cristiani il Simbolo  di Gesù. Anche se all’inizio ci fu molta resistenza da parte della Chiesa ad accettarlo come ornamento sacro perché legato al culto pagano, alla fine fu accettato anche nelle Chiese, soprattutto in Inghilterra, dove un ramo di vischio era  messo, con una solenne cerimonia, sull’altare maggiore.

 

L’AGRIFOGLIO  ED  IL  PUNGITOPO

 

L’agrifoglio è una pianta sempreverde, con foglie  coriacee ed accartocciate e con spine molto pungenti, che produce bacche di colore rosso, che maturano in autunno e durano tutto l’inverno e che pur essendo velenose per l’uomo sono mangiate dagli uccelli

Gli antichi Romani, durante i Saturnali, che precedevano il solstizio invernale, portavano dei ramoscelli di agrifoglio perché li consideravano un  portafortuna.  Ritenevano anche che un albero vicino alla casa proteggeva dai malefici. Anche negli altri Paesi europei, i contadini appendevano ramoscelli di agrifoglio nelle case per scacciare i malefici e nelle stalle per propiziare la fecondità degli animali.

Anticamente, con l’agrifoglio, si proteggevano dai roditori gli alimenti (in particolare  la carne salata); per questo motivo è anche chiamato pungitopo. Il vero pungitopo è invece un piccolo arbusto sempreverde, simile all’agrifoglio, con le foglie spinose e le bacche rosse.

 

IL GINEPRO

 

Il ginepro è una pianta sempreverde, con rami spinosi e bacche aspre.

Gli antichi Romani lo chiamavano  cedria  e lo usavano per imbalsamare i morti.

Nell’antichità si riteneva che avesse molte proprietà  mediche (contro la pestilenza, la lebbra, la rogna, la gotta e addirittura lo si usava come antidoto contro i morsi delle vipere e di altri animali o insetti velenosi) e che fosse un talismano contro gli spiriti maligni. Queste credenze pagane si sono conservate, almeno in parte con il Cristianesimo. In particolare, la notte  di Natale i rami di ginepro sono appesi nelle stalle come talismani e la Domenica delle Palme sono  portati in Chiesa per essere benedetti.

Poiché è inattaccabile dai tarli e dura centinaia di anni, è considerato dai Cristiani simbolo della croce  sulla quale fu crocifisso Gesù. Al riguardo si racconta che durante la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe con il Bambino, per sfuggire ad Erode, poiché la pianta di ginepro li aveva protetti, Maria, riconoscente, l’aveva benedetta  predicendo  che avrebbe fornito il legno per la croce di Gesù.

Fino all’inizio del  Novecento, nelle campagne del Nord Italia, soprattutto dell’Emilia, si  bruciava un  ramo di ginepro la sera di Natale, di S. Silvestro e dell’Epifania. I suoi resti erano utilizzati  come quelli del ceppo natalizio.

 

 

 

LA ROSA E LA STELLA   DI  NATALE

 

L’elleboro  (Helleborus niger,  della famiglia delle Ranuncolacee, alta circa 40 centimetri), detto la rosa di Natale perché i suoi fiori bianchi, con le antere dorate, sbocciano nel mese di dicembre e quindi, simbolicamente, rappresenta il Sole nuovo che rinasce  dopo il solstizio d’inverno.

Una leggenda racconta che quando i Re Magi arrivarono alla grotta in cui si trovava Gesù appena nato,  una giovane pastorella, avendo visto i magnifici doni che essi aveva portato e non avendo lei nulla da offrire a Gesù, si sia così tanto disperata che miracolosamente sbocciarono dalla neve i fiorì della rosa di Natale, che lei offrì al Bambinello.

Pur essendo l’elleboro un pianta velenosa, era considerata un efficace rimedio contro molti mali, anche  contro le malattie mentali, e fino all’inizio del Novecento era molto diffusa nei  giardini invernali.

Una pianta che da alcuni anni nei Paesi Occidentali, e quindi anche nel nostro Paese, è diventata un classico regalo natalizio è la Poinsettia pulcherrima (così chiamata dal Joel  Robert Poinsett, ambasciatore degli USA nel Messico che nel 1825 la portò in Carolina e ne iniziò la coltivazione), appartenente ala Famiglia delle Eupforbie, meglio nota come Stella di Natale, in quanto le sue foglie assumono un colore rosso vivo nei mesi invernali, quando la pianta sfiorisce.

 

IL CORBEZZOLO

 

Un’altra pianta tipica del periodo invernale è il corbezzolo (il cui nome botanico è Arbutus unedo, così detta perché i Romani la chiamavano unedo da  unum edo – ne mangio uno solo-, probabilmente perché il suo frutto, pur essendo dolce, non era molto appetitoso).

E’ una pianta cespugliosa, bassa, con rami  contorti e foglie sempreverdi, diffusa soprattutto nel sottobosco delle pinete mediterranee. Nel tardo autunno, quando ci sono ancora le  bacche rosse, produce fiori bianchi, che attirano le api. E’ una pianta invernale decorativa. Per i suoi colori verde, bianco e rosso, che ricordano la bandiera italiana, durante il Risorgimento diventò il simbolo dell’Unità nazionale e quindi era utilizzata nelle manifestazioni patriottiche.

 

LA  VERBENA

 

Alle calende di gennaio, quando iniziava il nuovo anno, gli antichi Romani,  come augurio, donavano le strenae, che erano dei rametti di piante presi nel bosco sacro alla dea sabina Strena o Strenia, apportatrice di felicità e di fortuna. Molto probabilmente, le piante  utilizzate erano Verbene (Verbena officinalis), una pianta molto comune nei prati, con rami rigidi e sottili, che i Romani consideravano sacra ed usavano nelle cerimonie purificatrici degli altari e nelle missioni degli ambasciatori (i Fetiales) per fare accordi con le altre popolazioni o per dichiarare la guerra. In questo caso, le Verbene erano raccolte sull’ Arce (Rocca) Capitolina.

Molti naturalisti attribuivano alla Verbena proprietà medicinali, addirittura miracolose come quella di rendere invulnerabile. Anche i Celti (Galli) ed i Germani la usavano nelle loro cerimonie religiose.

 

 

 

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