La Resistenza non armata a Tor Mancina nel Comune di Monterotondo

di Giorgio Giannini

 

La Tenuta di Tor Mancina, di proprietà dell’Istituto Sperimentale Zootecnico, che ha sede a Roma, si trova nel Comune di Monterotondo, a circa 30 Km da Roma. Nel 1943 si estende per circa 1.200 ettari, tra la Via Salaria e la Via Nomentana, e comprende, oltre a terreni agricoli (seminativi, pascoli, prati, boschi…) anche sette complessi di fabbricati rurali: uffici ed abitazioni per il personale; la Villa; la scuderia; l’autorimessa, il “Centro” con Museo, caseificio, stalle e magazzini; la “Vaccheria Vecchia” con stalle ed abitazioni per il personale; il “Casale del grillo” con abitazioni stalla, abitazioni e chiesa.

Nella Tenuta vivono circa duecento lavoratori in gran parte con le proprie famiglie.

Il 9 settembre 1943, verso le ore 8,15 (circa 12 ore dopo la proclamazione dell’armistizio), una ventina di aerei tedeschi, dopo aver mitragliato la cittadina di Monterotondo ed i dintorni, lanciano un battaglione di paracadutisti (circa 830), al comando del maggiore Gericke, che hanno il compito di occupare il Palazzo Orsini dove ha sede lo Stato Maggiore dell’Esercito (che è stato spostato da Roma alcune settimane prima, dopo la dichiarazione unilaterale del Governo Badoglio di considerare Roma “Città Aperta”, cioè libera da Comandi militari) e di catturare le alte gerarchie militari, compreso il gen. Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. I Vertici Militari, però, hanno lasciato il Palazzo Orsini (dove è rimasto solo un piccolo reparto di soldati) poche ore prima e sono fuggiti, insieme con il Re, Badoglio e gran parte del Governo, lungo la Via Tiburtina per raggiungere Ortona, da dove si sono imbarcati sulla Corvetta militare Baionetta ed hanno raggiunto Brindisi, dove è costituito il cosiddetto “Governo del Sud” .

Durante l’operazione militare tedesca, il personale della Tenuta, spaventato, si rifugia nel complesso della “Villa”, dove viene accolto e rifocillato anche un gruppo di viaggiatori scesi da un treno diretto a Roma e che si è fermato in aperta campagna perché colpito dagli aerei tedeschi. Le donne ed i bambini vengono ospitati nella Villa, con una sistemazione provvisoria.

Il 12 settembre 1943 una dozzina di soldati italiani, guidati da un tenente (appartenenti alle Divisioni Piave e Re stanziate nella zona e che si sono “sbandati”, dopo la dissoluzione delle nostre Forze Armate rimaste senza ordini dopo l’armistizio dell’8 settembre), vengono ospitati presso alcune famiglie di lavoratori dell’azienda agricola e vengono fatti passare come dipendenti della Tenuta. Alcune armi (due fucili mitragliatori ed alcune pistole, con le relative munizioni) vengono affidate dai militari italiani al “capocaccia” della Tenuta, che le nasconde in un fienile.

Il 17 settembre 1943 alcuni tedeschi arrivano nella Tenuta e portano via molti capi di bestiame ed altro materiale. Per cercare di salvare gli altri beni dell’azienda da future razzie tedesche, il Direttore, l’agronomo Paolo Sabbetta, dispone la distribuzione di vari generi alimentari (grano, avena, patate, formaggio….) tra le famiglie dei dipendenti, che provvedono a nasconderli. Informa quindi della situazione venutasi a creare con l’occupazione tedesca il Prof. Maymone, Direttore Generale dell’Istituto Sperimentale  Zootecnico, che si trova a  Roma

L’11 ottobre 1943 il Prof. Maymone, dopo aver preso contatto con il locale Comando tedesco, ospitato nella villa del conte Betti, ottiene un salvacondotto, firmato dal Gen. Kesselring, Comandante in capo di tutte le truppe tedesche in Italia, con il quale si vieta di requisire e di portare via il bestiame ed i beni aziendali, che devono essere utilizzati a scopi scientifici. La Tenuta, pertanto, è posta sotto la protezione del Comando Superiore Tedesco in Italia. Copie di questo salvacondotto sono affisse in varie parti della Tenuta, ma, purtroppo, non impediscono ulteriori razzie del bestiame e dei beni aziendali da parte dei soldati  tedeschi.

Il 14 ottobre 143 il Prof. Maymone, avendo saputo che a Montemaggiore ( vicino a Passo Corese) si è installato un Comando Militare Agrario Tedesco, diretto dal Cap. Kraft, vi invia il Dott. Paolo Sabbetta, Direttore dell’azienda, con una lettera di presentazione, nella quale è scritto che egli è il suo rappresentante nell’azienda, in merito alla quale avrebbe potuto dare tutte le informazioni.

Il giorno seguente, il Cap. Kraft fa condurre dai suoi soldati all’interno della Tenuta alcune centinaia di capi di bestiame, rastrellati nella zona, ed insedia nell’ edificio della Direzione il Ten. Golkowski,di origine polacca, suo stretto collaboratore, in modo che possa controllare quanto avviene nell’azienda.

Poiché i tedeschi continuano a portare via il bestiame ed i beni dell’azienda, il Prof. Maymone scrive al Direttore Sabbetta pregandolo di prendere i provvedimenti più opportuni per evitare che “venti anni di lavoro scientifico vadano interamente perduti”.

In seguito a questo accorato appello del Prof. Maymone, il Direttore Sabbetta si attiva, insieme al personale della Tenuta, per cercare di limitare al minimo i danni. Riesce ad instaurare un buon rapporto personale con il Ten. Golkowski, grazie alla comune passione per i cavalli, che risulta molto utile per la realizzazione della “resistenza” a Tor Mancina.

Così molti beni e macchinari dell’azienda vengono nascosti per non farli portare via dai tedeschi. Pertanto, 400 quintali di grano e 300 di avena sono nascosti nei vari silos; molti attrezzi del magazzino e vari pezzi di ricambio dei trattori – compresi i cingoli ed i magneti delle batterie-, sono murati in un locale sotterraneo del caseificio; i finimenti delle carrozze e gli attrezzi della selleria sono nascosti in luoghi sicuri; i libri contabili ed i registri vengono murati nel sottoscala della Vaccheria Vecchia a e Nuova; gli strumenti del Laboratorio vengono murati nel sottoscala del Museo; alcuni maiali selezionati per la riproduzione vengono nascosti nelle grotte esistenti nella Tenuta; vari capi di vestiario e masserizie sono nascosti nel caseificio e nella “caciaretta”. Inoltre, si rendono inservibili, per evitare che i tedeschi possano portarli via, le automobili di servizio, il camion, il motofurgone e tre trattori. Vengono recuperati il mulo “Carbonaro” e l’asino “Negus” che i tedeschi hanano portato via . Le attività di muratura, per nascondere i beni, sono eseguite da un muratore della classe 1914, che seppure richiamato alle armi, è rimasto nell’azienda, con false generalità.

Inoltre, numerosi lavoranti addetti alla cura del bestiame (vaccari e mungitori) sottraggono giornalmente, con il consenso del Direttore dell’azienda, parte della produzione di latte, che viene consegnato, insieme con altri generi alimentari, ai militari italiani “sbandati” ed ai soldati alleati scappati dai campi di prigionia, che si trovano “alla macchia”, nei dintorni della Tenuta. In seguito questa azione di solidarietà prosegue a favore dei numerosi partigiani che operano nella zona.

Nella primavera 1944, il Governo fascista della RSI chiama alle armi le classi di leva dal 1924 al 1926. Pertanto, i giovani nati in questi anni devono presentarsi al Distretto Militare per l’arruolamento e quindi non possono più continuare a lavorare, eccetto il caso in cui ottengano l’esonero se impiegati in alcune particolari attività, utili allo sforzo bellico. Una decina di dipendenti della Tenuta di Tor Mancina, appartenenti alle classi dal 1924 al 1926, che avrebbero dovuto essere arruolati nelle Forze Armate della RSI ,ma che rifiutano di farlo, vengono mantenuti in servizio, con false generalità.

Il 30 maggio 1944, aerei inglesi ed americani mitragliano e bombardano le autocolonne tedesche in ritirata sulla Via Salaria e Nomentana.

Il giorno seguente, 31 maggio, una Commissione di ufficiali del Comando Agrario Tedesco ordina al Direttore Sabbetta di approntare, per la mattina del giorno seguente, un nucleo di venti lavoranti per trasferire il bestiame dell’azienda al Nord. Sabbetta prepara l’elenco dei 20 dipendenti, ma rapidamente si riversano negli uffici della Direzione le parenti dei prescelti (mamme, mogli, sorelle…) le quali, temendo che i loro congiunti sarebbero stati deportati in Germania, supplicano (anche piangendo) il Direttore di evitare la partenza dei loro familiari. Sabbetta, tormentato per la drammatica sorte che avrebbero potuto vivere i 20 lavoratori, pensando a come trovare una soluzione, ha un’idea geniale: consiglia ai familiari dei lavoratori di presentare rapidamente un certificato medico, che attesti lo stato di malattia del congiunto, il quale però si deve rendere irreperibile per evitare che i tedeschi lo trovino, qualora lo vogliano cercare per portarlo comunque con loro.

La mattina del 1 giugno 1944, Sabbetta presenta alla Commissione tedesca, composta da una diecina di ufficiali, invece dei 20 lavoratori, i 20 certificati medici e subito dopo perde i sensi, certamente per la situazione di grande stress vissuta in quel momento. Quando rinviene, i tedeschi se ne sono andati senza portare via il bestiame e soprattutto senza aver fatto alcuna rappresaglia sulla Comunità di Tor Mancina.

Pochissimi giorni dopo arrivano nella Tenuta gli inglesi. Poco dopo il loro arrivo, la moglie di un dipendente dell’azienda, che è in gravidanza, accusa le doglie per il parto imminente. Sabbetta chiede agli inglesi di accompagnarlo a Monterotondo per andare a prendere una “levatrice” (ostetrica), che aiuta a nascere un bel bambino. Questa nascita è il simbolo dell’inizio di una nuova vita  per la Comunità di Tor Mancina.

In conclusione, durante i nove mesi dell’occupazione tedesca, l’intera comunità dell’azienda, di circa duecento famiglie, si è attivata non solo per evitare la cattura e la deportazione delle persone ricercate, sia militari che civili, ma anche per cercare di eliminare o quantomeno ridurre al minimo la razzia del bestiame e dei beni aziendali da parte dai soldati tedeschi. Pertanto, questa “Resistenza non armata e popolare” merita di essere ricordata ed i loro protagonisti hanno diritto al giusto riconoscimento del loro operato. A questo scopo, l’ex Direttore, Paolo Sabbetta si è battuto per oltre 60 anni ed ha raccolto una notevole mole di documenti, con i quali ha allestito un piccolo museo nella sua abitazione a Foggia.

Alla fine degli anni ‘90, nonostante la sua vegliarda età (95 ani) è riuscito a sensibilizzare sulla vicenda di Tor Mancina sia la stampa locale della sua Regione ( la Puglia) che quella nazionale. In particolare, il settimanale Famiglia Cristiana lo ha definito il “Perlasca foggiano” per aver salvato decine di persone dalla cattura da parte dei tedeschi.

Nel 2007, Sabbetta ha pubblicato il libro La resistenza negata,in cui racconta la storia della Resistenza attuata a Tor Mancina, con allegato un DVD.

Il 6 luglio 2008, il dott. Paolo Sabbetta ha avuto un primo importante riconoscimento istituzionale  per  l’attività svolta da decenni, nonostante la sua vegliarda età, per far conoscere la Resistenza non armata attuata durante l’occupazione nazista ( settembre 1943 –giugno 1944) nell’Azienda di Tor Mancina, nell’agro di Monterotondo, di cui era il Direttore, allo scopo di salvare dalla deportazione in Germania una ventina di giovani e dalla razzia  i beni aziendali.

Infatti, la mattina di domenica 6 luglio 2008 il Comune di Monterotondo gli ha conferito la cittadinanza onoraria ed è stata scoperta, nell’edificio della Direzione dell’Azienda, una lapide che ricorda la Resistenza non armata attuata a Tor Mancina.

Particolarmente significativa è la concessione della cittadinanza onoraria, dato che il Comune, per oltre un decennio, pur sensibilizzato adeguatamente da varie persone, compreso il sottoscritto, non aveva dimostrato particolare interesse per la Resistenza non armata attuata nell’Azienda.  Al riguardo, è molto apprezzabile il discorso fatto dal Sindaco di Monterotondo, la mattina del 6 luglio, in quanto ha formulato una autocritica da parte dell’Amministrazione Comunale per il ritardo con cui si è proceduto alla cerimonia.

Purtroppo,il 2 agosto 2008, mentre era in stampa un suo nuovo libro, il dott. Paolo Sabbetta ci ha lasciato.Non ha potuto, quindi, vedere realizzato il suo sogno di far riconoscere  l’attività di Resistenza non armata  attuata, durante l’occupazione tedesca ( settembre 1943- giugno 1944), dall’intera Comunità dell’Azienda di Tor Mancina, nell’Agro di Monterotondo.

Ci auguriamo che il CRA ( Centro di Ricerche in Agricoltura),attuale proprietario dell’Azienda di Tor Mancina, ed il Comune di Monterotondo proseguano nell’attività di riconoscimento e di valorizzazione di quella Resistenza, portando a  compimento il percorso iniziato il 6 luglio 2008 con la inaugurazione della lapide ( vedere testo in calce) all’interno della Direzione dell’Azienda.

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