A Roma una mostra fotografica racconta Massimo Troisi

 

di Giuseppe Manzo

Quarantun anni di vita, quella breve di Massimo Troisi, segnati da una malformazione congenita al cuore, raccontati attraverso le immagini e le foto di scena raccolte dalla famiglia, dai colleghi e dagli amici. Un regalo dell’Istituto Luce-Cinecittà, questa mostra fotografica, che dallo scorso 17 aprile fino al 30 giugno, ha trovato casa al Complesso dei Dioscuri a Roma, nei pressi del Quirinale.

Il percorso della mostra ha inizio con la vita del bambino Troisi, che, forse pochi sanno, fu scelto come testimonial pubblicitario dalla Mellin, e prosegue con la storia del ragazzo che negli anni settanta faceva l’attore nel piccolo teatro della chiesa di S. Anna e poi in un garage, a San Giorgio a Cremano, a pochi km da Napoli.

Era questa la cittadina, ai piedi del Vesuvio, dove Massimo era nato nel 1953, da padre ferroviere e madre casalinga, ultimo di sei figli. “Sono nato in una casa con diciassette persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di quindici persone mi colgono violenti attacchi di solitudine”, raccontava con autoironia Troisi a proposito della casa dove aveva vissuto da ragazzo anche con nonni, zii e cugini.

L’itinerario della mostra giunge poi al Troisi comico, il pulcinella senza maschera del gruppo “I Saraceni”, con l’esordio alla radio, nei cabaret di Roma, e poi in tv, con La Smorfia, assieme a Lello Arena ed Enzo Decaro. Arriva il successo, ma la salute non va e così Massimo, grazie a una colletta degli amici, vola negli Stati Uniti per operarsi al cuore. A questo punto siamo arrivati, con la narrazione per immagini, alla storia dell’attore di cinema e teatro, dello sceneggiatore e regista che tutti conosciamo e della sua folgorante carriera.

Troisi fu un uomo del suo tempo. Una persona dolce e autentica, critica verso la realtà e anticonformista, pericolosa per la censura tv di quegli anni e anche per questo accomunata all’amico e compagno di viaggio Roberto Benigni. Come quest’ultimo, Massimo era rimasto, nonostante il successo, una persona semplice, umile e anche per questo aveva trovato posto nel cuore del grande pubblico che lo seguiva. Troisi ci manca da quasi 25 anni, da quel 4 giugno 1994 che se lo portò via per sempre, mentre dormiva.

Quel giorno segnò la fine di un protagonista di grande spessore dello spettacolo nazionale, noto anche all’estero, che avrebbe potuto dare ancora tanto, perché aveva la capacità di capire i giovani; i quali, com’era successo a lui, vivevano con disagio la realtà di un territorio, colpito in quegli anni anche da un terremoto, che non offriva nulla. Allora come oggi. Forse l’uomo Troisi, più di altri protagonisti, ci avrebbe dato una mano a capire la difficile situazione attuale, con leggerezza e ironia. Forse oggi avrebbe aiutato i napoletani a trovare la strada giusta, quella dell’orgoglio e del riscatto, dopo decenni d’inerzia, indifferenza e rassegnazione alla cattiva o inadeguata politica, alla corruzione e al malaffare.

A proposito di protagonisti partenopei viene in mente un altro grande della scena di quegli anni, il musicista Pino Daniele, che condivise con l’amico fraterno Troisi una parte del cammino, la gioia del successo, le contraddizioni del territorio e, sfortunatamente, la stessa sorte undici anni dopo. Una morte, quella di Massimo, non solo prematura, ma assai commovente, perché accompagnata in quei giorni, nei tg, dalle immagini dell’attore sofferente, che ebbe bisogno di una controfigura per girare alcune scene, troppo impegnative per un malato di cuore, nel suo film più poetico e forse più grande, Il Postino.

Contro il parere dei medici, il cineasta napoletano girò e interpretò sulle isole di Salina e Procida questo faticoso film, che fu completato il giorno prima della sua morte mentre la pellicola arrivava in sala di montaggio. Per realizzare il Postino, Troisi aveva voluto accanto a sé un grande regista come Michael Radford, con il quale condivise la regia, e un grande attore come Philippe Noiret, nel ruolo del poeta cileno Pablo Neruda. Il film era ispirato al romanzo del 1986 “Ardiente paciencia”, scritto da un altro cileno, Antonio Skármeta, libro del quale Massimo si era innamorato acquistandone con grande intuito i diritti. Infatti il film, che fece conoscere in tutto il mondo lo scomparso Massimo Troisi, fu un grande successo per gli straordinari incassi e per i tanti riconoscimenti, tra i quali l’Oscar alla musica del pianista e compositore argentino Luis Bacalov.

Una mostra fotografica da non perdere, dunque, una carrellata di ricordi per rievocare, attraverso musica e immagini, la storia del grande talento comico napoletano. Un’esposizione di fotografie pubbliche e private, locandine, filmati e documenti inediti, che ci faranno conoscere e apprezzare ancor più l’umanità del grande protagonista e innovatore della commedia italiana, che aveva trovato ispirazione nel teatro e nella poesia di Eduardo e nel linguaggio e nella mimica del cinema di Totò.

“Un genio, più di Einstein perché è entrato nella vita delle persone comuni. Poi un amico. Un fratello. Una guida. Quando è morto mi sono detto che avrei fatto di tutto per non farlo dimenticare. Mi sto accorgendo che non serve: la gente lo ama ancora e lo amerà per sempre”, aveva detto dell’amico Massimo, l’attore Lello Arena.

 

La Mostra Fotografica è stata promossa e organizzata dall’Istituto Luce-Cinecittà, con 30 Miles Film, in collaborazione con Archivio Enrico Appetito, Rai Teche, Cinecittà si Mostra, a cura di Nevio De Pascalis e Marco Dionisi e con la supervisione di Stefano Veneruso, nipote di Massimo Troisi.

Dove:              al Complesso dei Dioscuri al Quirinale via Piacenza 1 Roma \  tel. 06 86981921

Quando:          fino al 30 giugno 2019 \ orario 10.00 -19.00 \ chiuso il lunedì \ ingresso libero

 

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