La vera storia della Chiesa di San Paolo di Poggio Mirteto, antica Mandela e poi Myrtopodium

di Mario Lucarelli

La prima Cappella intitolata ai SS. Pietro e Paolo, poi solo a San Paolo, risale all’inizio del XII sec., e precede l’edificazione del castello di Poggio Mirteto. Essa era limitata alla sola parte del Presibiterio. La facciata volgeva canonicamente a Orienteverso il Colle di San Cosimo, opposta all’absiola dell’altare. All’epoca le sue due pareti lunghe erano integre su ambo i fianchi. Ma l’ingresso alla chiesa, anziché sulla facciata, stava lungo il lato maggiore rivolto al Sud, dove un piccolo cortile costeggiava verso Est quella che allora era la Strada di Sant’Ansa. All’esterno della stessa parete, sovrastante l’ingresso, c’era un Crocifisso affrescato di cui oggi restano piccoli brani poco sopra all’attuale ultima arcata acuta. Proprio di fronte al Crocifisso c’era il prospetto di una seconda Cappella ipoteticamente intitolata alla Madonna e a San Sebastiano, il cui abside e l’altrae occupavano l’arco semi-tamponato tuttora visibile sulla parete della Controfacciata. dalla metà del sec. XIV, nell’intesa di fondere le due cappelle formando un unico edificio, fu inglobato il cortile mediano nella struttura unitaria. Si impose così l’apertura di due nuovi arconi acuti, l’uno nella parete del Crocefisso, l’altro nel piano frontale della seconda cappella; fu infine costruito il grande abisde oggi esistente al fondo della chiesa, nel luogo dell’antico romitorio. Ma la navata unificata della nuova struttura risultò con l’asse incarcato. L’effetto ottico di tale curvatura è palese guardando l’altare del portale d’ingresso, e nelle arcate acute, che oltre ai vertici non allineati hanno le spalle a curve asimmetriche. Vicino al Campanile (con campane del 1290 e del 1333) furono appoggiate due cappelline (c. 1460) voltate a botte. Fu anche avviato un secondo campanile forse mai cocnluso. La terza e unica cappella ricavata a Occidente risale al 1622. Nel nuovo prospetto volto al Meridione furono aperti l’occhio del rosone e il piccolo portale, più un  finestrino per le devozioni dei fedeli. Nel Cinquecento fu chiusa l’originaria finestra a feritoia posta al centro della parete di sinistra (entrando), sostituita da aperture rettangolari che però danneggiano gli affreschi. Nella parete a destra, invece, si appoggiava una rampa di nove gradoni che dall’interno saliva al piccolo campo cimiteriale. Per il sepolcreto nobiliare bastavano le fosse terragne sotto al pavimento della eretta a Parrocchia. Fin dal tardo scolo XIII tutte le sue pareti furono affrescate su due registri, con varie Madonne e figure di Santi nella fiancata a sinistra. In alto, sopra a una finestra, c’è l’importante Trittico dei “Bianchi”, i “flagellanti” del 1399, che racconta il Miracolo di Scozia e la Madonna dell’Oliva. Altri affreschi coprivano la parete destra, ora quasi completamente scomparsi, tranne un bel Sant’Erasmo e San Sebastiano e una Madonna col Bambino in fondo alla seconda cappella; mentre Santa caterina d’Alessandria, l’Immacolata Concezione, San Sebastiano e altre figure, rivestono la prima cappella. La controfacciata ha gli affreschi più notevoli e antihci, con l’Incontro del cavaliere con i tre morti (c. 1312), una Deposizione al sepolcro (c. 1348) e altre pitture. Nel 1521 i fratelli Torrsani ridipinsero l’Incoronazione della vergine tra angeli muscianti nella calotta dell’abisde, già affrescata nel tardo secolo XV; e la Conversione di Saulo (S. Paolo), grottesche e i SS. Pietro e Paolo, nella zona sotostante. I Profeti Salomone (a sin. e Isaia (adx) dominano la parete dell’abside, sovrastati da angeli reggicartigli.

Trittico dei Bianchi: Cristo, in un paese lontano del Nord, appare in forma di viandnate a un contadino. Gli ordina di buttare in una sorgente tre pani che egli ha nella bisaccia. Ma, quando il bifolco sta per farlo, gli si presenta la Madonna che lo consiglia di buttarne uno solo perché i pani rappresentano i peccati commessi dalla gente: se ne getterà uno a sua scelta, la punizione dei peccati sarà una sola anziché tre. Purchè, insieme a tutta la comunità, marciando verso Roma in occasione del santo Giubileo del 1400 (:Miracolo di Scozia). Il 2 luglio 1399, mentre ad Assisi un contadno e un figliolo portano le olive, appare la Madonna che invoca il fanciullo di prolungare le espaizioni per altri sei giorni (:Madonna dell’oliva). Il paese che si vede nel terzo quadro è Assisi.

Incontro del cavaliere con i Tre morti: Un giovane principe, andando a caccia, vede tre cadaveri in varia decomposizione. I quali, come rivivessero, gli parlano e l’invitano a tornare alla fede lasciando le vanità mondane e ogni distrazione perché la morte incombe e non escluderà nessuno nel Giudizio finale, a meno di un pronto e benefico ravvedimento. Le scritture a supporto del dipinto alludono al pentiento del principe (1° quadro) e alla morale dell’invito a riconciliarsi con Dio e la Chiesa, nella forma del “Ciò che tu ora sei noi siamo stati; e ciò che noi ora siamo tu diventerai” (2° quadro). E’ versosimile che l’antica Leggenda dell’Incontro dei vivi con i morti voglia alludere, nella nostra pittura, alla vicenda politica dell’imperatore Arrigo VII che a capo della fazione ghibellina era entrato in armi a Roma nel 1312 per esservi incoronato imperatore, e avversare la Chiesa e il papa capo della fazione guelfa. E, nell’imp. Federico II redivivo, i morti.

 

Abisde: Completata a metà del secolo XV la struttura dell’abisde maggiore della cappella Grande, vi fu affrescata l’Incoronazione della Vergine. L’opera riflette i modi della cerchia del Bigordi (Domenico Ghirlandaio), sulle linee della Pala di narni, tempera su tavola del 1486. Tuttavia, per ragioni ignote, dal 1521 la calotta fu ridipinta dai fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani, al loro primo impegno in Sabina. Essi completarono il quadro, forse per il sacco di Roma del 1527. L’Incoronazione della Vergine tra angeli musici riveste la calotta; e sovrasta la Caduta di Saulo al centro di una finta loggia trabeata aperta su un paesaggio tiberino, che due lesene a grottesche isolano da tende con i SS. Pietro e Paolo. Nel fronte absidale misero Salomone e Isaia alla maniera dei profeti delal Sistina, e angeli reggicartigli.

Tondo con l’iscrizione, nella controfacciata: L’epigrafe rammenta che nel 1749 il popolo devoto dei Mandelani restaurò l’antica parrocchia di san Paolo. Ancora in quell’anno si credeva che Mandela, la cittadella dove il poeta latino Orazio aveva una villa-fattoria corrispondesse a Poggio Mirteto. Solo nel 1757 si scoprì che in realtà Mandela stava tra Vicovaro e Licenza, tra la Nomentana e la Tiburtina-Valeria. Malgrado ciò, la Diocesi Suburbicaria di Sabina e Poggio Mirteto è ancora oggi riferita all’ipoteica Mandela mirtense. Della villa donata da Mecenate a Orazio non si conosceva l’ubcazione, tranne che stava in Sabina.

Ma, La Sabina così definita da Svetonio, comprendeva sia la Valle dell’Aniene nel Tiburtino che l’altra del fiume Tevere. E non chiariva in quale delle due stesse la villa. A metà del XV secolo l’umanista forlivese Flavius Blondus de’ Ravaldini, nell’intesa di far rivivere le origini latine, la storia e la cultura dei territori che andava visitando e documentando nell’opera Italia Illustrata, giunto al Castello di Poggio Mirteto vi riconobbe Mandela, il pagus dove il poeta Orazio Flacco possedeva una piccola fattoria. Essa stava nei campi ad duas casas, a breve distanza dai vici di Ustica e Varia (oggi Licenza e Vicovaro), e dal Colle del cadente fanum Vacunae, il tempietto della dea vacuna (oggi Roccagiovane). Il territorio che antistava il Monte Lucretilis (Monte Gennaro) era la valletta di Ustica bagnata dal freddo torrente Digentia (fiume Licenza) che nasceva dalla fonte Blandusia, ricca di ombre. A Flavio Biondo parve di riconoscere il Digentia nel Rivo Sole, il Fanum Vacunae nel Castello di Vacone, nel Monte Tancia il Lucretile e la Valle di Ustica nella Valle del Farfa. Mancava solo la Villa di Orazio che pure doveva stare stare da qualche parte. Molti altri scrittori dopo il Biondo si interessarono alla cosa, cercando il luoghi suddetti  e la villa qua e là per la  Sabina Tiberina. Tra essi il pp. Pio II Piccolomini, Leandro Alberti e altri, fino al Seicento quando ancora ne scrissero convintamente il gesuita poggiano Bernardino Stefonio nei suoi Carmi e Orazio Massari di Casperia, nella Sabineide.  Ma già all’inizio del Cinquecento i primi geografi Filippo Cluverio e Luca Olstenio avevano studiato i territori della Sabina Tiburtina, dove però non seppero situare la villa-fattoria che posero a Montelibretti (Mons Libertinorum alias  Mons Aliperti), deviati anche dal fatto che l’antica Mandela, nel Medioevo, aveva assunto il nome di Cantalupo-Bardella. Altri vollero stesse a Vacone, o a Cantalupo in Sabina, o in altri luoghi del circondario tiberino. Nel 1757 alcuni frati del Convento di San Cosimato vicino Tivoli scorpirono in un sepolcro romano prossimo all’Aniene, la lapide iscritta di Valeria Maxima, dove era citata la Massa Mandelana. Questa lapide fu vista dall’abate Domenico De Sanctis che subito la riconobbe come basilare  per individuare il sito fondario (Massa) della Villa di Orazio, i cui ruderi egli aveva già individuato, seppure senza prova certa, in certe rovine locali.

Dette subito alle stampe l’opera Dissertazione Sopra la Villa di Orazio (1761), benché un altro abate francese, Nertrand Capmartin de Chaupy, rivendicasse a sé l’identificazione della villa, cosa che documentò solo dal 1767-69 nella sua Découverte de la Maison de campagne d’Horace. Intanto, all’epoca dell’iscrizione di san Paolo del 1749, l’associazione Mandela/Poggio Mirteto era ancora credibile. E tale rimase anche per gli accademici illuminati, dopo l’individuazione certificata dei luoghi oraziani; così il pp. Gregorio XVI a partire dal 25 novembre 1841 al quale, promulgando l’Ordinamento della nuova Diocesi di Sabina e Poggio Mirteto, fu consigliato di intitolarla di Sabina e Mandela. Gli abitanti di Poggio Mirteto-Mandela continuarono ad essere definiti Mandelesi o Mandelensi, sebbene il popolo minuti preferisse dirsi Poggiano o Mirtense, dimentico che il suo più illustre concitaddino, Bernardino Stefonio, avesse coniato il fitonimo neologico Myrtopodium per la città e myrtopodiensi per i suoi abitanti.

 

mariolucarelli1944@libero.it

docente di storia dell’arte

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